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compassione
Farmaci e meditazione
Qualche settimana fa ho pubblicato un post – che ha ricevuto moltissima attenzione – su meditazione e/o psicoterapia.
Proseguo l’approfondimento con questo brano di Tara Brach su farmaci e psicoterapia. Molte persone mi chiedono, se prendo farmaci posso meditare lo stesso? Oppure se medito posso eliminare i farmaci? Ecco cosa dice la nostra autrice, insegnante di meditazione e psicoterapeuta.
Per alcune persone, indipendentemente da quanto seriamente si impegnano, la meditazione non basta. È necessario qualcosa d’altro per potersi sentire sicuri e avere un livello gestibile di paura.
Sia che la causa sia un trauma che una predisposizione genetica, la chimica dei neuromediatori e la conformazione del sistema nervoso porta alcune persone a livelli intollerabilmente alti di paura. Per loro la prescrizione aggiuntiva di ansiolitici e antidepressivi può offrire un aiuto, a volte cruciale, nel trovare quella sicurezza che permette di fidarsi degli altri e di seguire una pratica meditativa.
L’uso di antidepressivi per persone che meditano è un tema caldo. A volte le persone mi chiedono “prendo il Prozac, non sarebbe meglio se smettessi? Oppure “Il fatto che continuo a prendere antidepressivi non è come ammettere che la meditazione non funziona?” Molte persone sono spaventate all’idea di poter diventare dipendenti dal farmaco e di non poterne più fare a meno. Altri sono preoccupati che il farmaco diminuisca l’efficacia della pratica “I farmaci non offuscano la mia esperienza riducendo così l’accettazione?”. Una volta una persona mi ha chiesto addirittura “Non è impossibile che io arrivi allo stato di liberazione (lo stato di realizzazione massima nelle pratiche meditative n.d.t.) se continuo a prendere farmaci? È difficile immaginare che il Buddha prendesse Prozac sotto l’albero della Bodhi (L’albero sotto il quale ha raggiunto l’illuminazione n.d.t.).
È vero che alcuni dei più usati antidepressivi possono creare un senso di distanza dallo stato più acuto di paura, una sorta di ovattamento emotivo. È anche possibile sviluppare una dipendenza psicologica da un farmaco che produce un senso di sollievo.. Ma quando la paura è troppo grande, l’intervento medico, almeno per un certo periodo di tempo, può essere la risposta più compassionevole che possiamo dare. Come l’insulina per un diabetico, i farmaci ridanno equilibrio riportando uno stato dis-regolato verso la normalità.
Per alcune persone questo può essere un passo saggio e fondamentale sul sentiero spirituale. Ho visto persone che, dopo aver iniziato la terapia farmacologica, iniziavano finalmente a guardare a se stessi con consapevolezza e gentilezza amorevole. I farmaci, per alcune persone, rendono possibile il fermarsi e praticare.
I farmaci e la meditazione possono funzionare insieme. Mentre il farmaco riduce l’esperienza biologica della paura, la pratica di mindfulness può aiutare a sciogliere quel complesso di pensieri reattivi e sentimenti che vengono attivati dal loop della paura. Tara Brach
©www.nicolettacinotti.net “Addomesticare pensieri selvatici” Foto di © Carmen Moreno Photography
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Vivere nella sfida: la via per riscoprire la nostra innata fiducia.
Siamo tutti leader, nel senso che tutti guidiamo la nostra vita.

Un articolo di Sakyong Mipham Rinpoche.
Non abbiamo scelta. Prendiamo decisioni momento dopo momento, persino se si tratta di imburrare la nostra fetta di pane. Per vivere bene le nostre vite, abbiamo bisogno di essere intimamente coinvolti nel nostro viaggio.
Meditare è salutare perché è un modo per sviluppare saggezza. Possiamo prendere l’adeguata postura, permetterci di essere, ed entrare in contatto con la salute incondizionata della mente. Questa è meditazione.
Anche agli inizi, mentre lottiamo via via con pensieri, emozioni e percezioni sensoriali, sperimentiamo un barlume di non-aggressività che ci permette di essere in pace. Quando ci sentiamo sconvolti, depressi o frustrati, questo sentimento di spaziosità e adattabilità vacilla e anche la nostra relazione con esso cambia. Meditare è un modo, privo di pregiudizi, per rafforzare la nostra fiducia nella possibilità di stare.
La fiducia in questa non-aggressività innata non può essere acquisita, ma solo riscoperta. Se sentite di doverla creare, state sperimentando una punta di aggressività (intesa come spinta a fare n.d.t). Parliamo di un’aggressività che si manifesta come un sentimento innato di disarmonia e disagio. Ha una radice duale che ci porta all’avere difficoltà. Siamo, in qualche modo, insoddisfatti da quello che stiamo sperimentando.
Il concetto di gentilezza nella tradizione Shambhala implica il non dover creare uno stato di fiducia aggressiva. In questo caso, la fiducia è qualcosa che abbiamo già. La parola Tibetana è ziji, dove zi significa “gloria, brillantezza”, ji è “splendore”. Questa parola descrive l’innata radiosità del cuore umano. Malgrado avere fiducia in sé stessi possa essere utile, ziji è differente. Questo tipo di fiducia incarna la nostra naturale radiosità e la capacità di estenderla naturalmente agli altri.
Ziji è un segno che ci fidiamo del nostro essere, cosa che ci permette di abbracciare pienamente la vita. Dissolve il velo fra lo spirituale e il genuino. Questo significa che siamo disposti a mettere il naso un po’ più in là nel vento dell’incertezza. Gli insegnamenti Shambhala lo chiamano “Vivere della sfida”. Le persone che sono a proprio agio con questo senso di non sapere sono in grado di fare cose eroiche. Quando guardano alle sfide, emergono le soluzioni.
Dal punto di vista Buddhista, il nirvana è raggiunto tramite la sofferenza, ma perché questo succeda, dobbiamo sviluppare le nostre menti, dobbiamo connetterci agli altri. Entrambe le cose sono sfidanti per ragioni differenti. È difficile connettersi con le proprie emozioni perché possono essere destabilizzanti.
La mente è uno spazio vasto in cui è facile perdersi. Relazionarci con gli altri ci provoca, e talvolta le persone sono semplicemente difficili. Dobbiamo connetterci con come si sentono. Per poterlo fare, dobbiamo prima sapere come ci sentiamo noi. Soffrire è inevitabile, ma è difficile proseguire quando si cerca di non essere feriti. Le grandi vite sono condotte senza paura, applicando la gentilezza amorevole di un cuore e una mente aperti. È così che possiamo essere sia resilienti che di aiuto.
Vivere nella sfida significa che è più facile accettare di fare errori. Se siamo in grado di tenere anche solo un poco di distanza psicologica e accettare un errore come una salutare parte del cammino, siamo in grado di imparare da esso e andare avanti. Questi errori sono come la pietra che si usa per affilare una lama. Se vogliamo la spada affilata, dobbiamo sempre avere la percezione di quello che ci strofina contro. È qui che la riflessione su di sé entra in gioco. La usiamo per stabilire la nostra intenzione. Quando vi svegliate, magari spendete del tempo per riflettere su aree della vostra vita che volete sviluppare o migliorare, incluse le relazioni con gli amici e la famiglia: Come voglio vivere la mia vita oggi? Più siete in grado di apprezzare la preziosità della vostra esistenza e più raggiante sarà la giornata.
La fiducia nel nostro andare avanti infonde la vita di curiosità, meraviglia e gioco. Queste qualità emergono da una mente priva di dubbi sulla propria innata pace e forza. Questa fiducia trasforma le tendenze egoistiche in altruistiche, naturalmente espresse attraverso un attitudine di leggerezza nel cuore, un segno di una mente aperta, uno spazio spazioso e gentile in cui possiamo vedere più chiaramente. Questo è il significato della parola illuminazione: “piena illuminazione”. Quando qualcosa è pienamente illuminato, vediamo ogni sua parte. Un’illuminazione parziale è ricca di ignoranza.
Quando la nostra fiducia è oscurata, ingaggiare la vita diventa un processo di speranza e paura. Se riusciamo a liberarci da questa trappola claustrofobica, abbiamo saggezza. Possiamo immaginare il successo. Diventiamo guerrieri senza paura che vedono dove stanno andando. Quando crediamo nella dignità umana, possiamo immaginare una buona esistenza umana. Immaginando il successo, cavalchiamo la punta della freccia per qualunque essere umano. Non solo possiamo condurre la nostra vita in maniera elevata, ma possiamo sollevare anche la vita degli altri. Questo è cavalcare il vento – l’intrinseca fiducia nella fondamentale bontà di quello che sta succedendo, opposta all’attitudine in cui le cose andranno solo peggio. È difficile avere una buona visione se abbiamo paura di guardare avanti. In quel caso, anziché irradiare fiducia, tendiamo a spargere ansia, agitazione e paura.
Per sviluppare questa visione senza paura, non dobbiamo essere spaventati dal riconoscere lo spazio. Prima, nella meditazione, esperiamo il senso di una completa profondità sempre disponibile. Questo spazio in cui qualunque cosa può essere accettato è saturato di non-aggressività, una naturale parte del nostro essere. Quando accettiamo tutto, apprezziamo tutto; nessun dettaglio è superfluo. La familiarità con questo spazio ci dà precisione e potere nel condurre le nostre vite.
Qualche volta diventiamo troppo miopi per permetterci di esperire la nostra vastità. È così che costruiamo tunnel prefabbricati in cui giriamo intorno all’infinito. Questi tunnel psicologici sono quelli che definiamo pattern abituali, e non abbiamo altro secondino che noi stessi. Quando “pensiamo in questa vastità” si disgregano di fronte alla brillantezza e alla compassione.
La nostra spaziosità e radiosità accadono in ogni momento, ma i pattern abituali solitamente li oscurano. La meditazione e la riflessione su di sé sono la chiave per rivelarli. Quando vi sentite inspirati, sollevati o a terra – semplicemente guardate la qualità della vostra mente e del vostro cuore. Richiamate il momento in cui qualcuno vi ha ispirati a non scappare dalla vita, ma a condurla genuinamente. Poi rilassatevi, permettete a questa lucentezza di uscire.
Come meditanti, non possiamo semplicemente nasconderci nelle nostre realizzazioni. Questa personale esperienza interiore è sacra, ma solo per essere umani, abbiamo la responsabilità di metterla a frutto. A prescindere dalla fase della nostra vita e della pratica, possiamo sempre sviluppare le nostre capacità di leadership in questo senso, l’abilità di ingaggiare in maniera genuina le nostre vite e ispirare gli altri. Se possiamo aprire le nostre menti, ci possiamo aprire a quello che ci succede proprio davanti agli occhi. È così che guadagniamo conoscenza e realizzazione.
Come leader genuini della vita, siamo in grado di elevare qualsiasi ambiente connettendoci con la nostra magnanimità e permettendo alle altre persone di entrare nel nostro campo di esperienza. Dobbiamo essere umili e fare quello che possiamo, e allo stesso tempo concederci di pensare in grande. In ogni momento in cui siamo in grado di contattare la nostra fiducia, stiamo anche creando un senso di comunità: stiamo toccando quella qualità senza tempo in tutti.
Traduzione: Niccolò Gorgoni
Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2014/11/living-in-the-challenge-the-path-to-uncovering-our-innate-confidence/
Il labirinto e le soluzioni divergenti
Forse avrai fatto anche tu, molte volte, il gioco del labirinto. Con una matita devi segnare il percorso che conduce fuori da un labirinto. Alcuni anni fa (nel 2001 per l’esattezza) questo gioco fu usato da due ricercatori dell’università del Maryland. Con una piccola ma significativa variante.
Il gioco veniva sottoposto a due gruppi di studenti, simili per caratteristiche. Dovevano fare uscire da un labirinto non particolarmente complicato, un topolino. Il labirinto era lo stesso per entrambi i gruppi di studenti solo che, in un gruppo, un pezzetto di formaggio aspettava il topolino all’uscita del labirinto. Nell’altro gruppo il topolino che voleva uscire dal labirinto era sotto la minaccia di una civetta che sorvolava la scena. Ovviamente si trattava in entrambi i casi di simulazioni. Tutti gli studenti risolsero velocemente il gioco in un paio di minuti. All’uscita dall’esperimento, senza che sapessero che si trattava ancora di un test, a tutti gli studenti vennero poste delle semplici domande che richiedevano una risposta creativa. Non era assolutamente una risposta difficile ma richiedeva apertura mentale. Gli studenti avevano risolto tutti il test del labirinto e quindi erano, sulla carta, nella stessa situazione. Quelli che avevano fatto il test con il topolino sottoposto alla minaccia della civetta ebbero risultati del 50% meno positivi del gruppo che aveva fatto il labirinto con la ricompensa del pezzettino di formaggio. Eppure erano prove semplici, e tutti avevano avuto un risultato positivo riuscendo a portare a termine il test precedente. Erano stanchi? No, erano spaventati.
Come mai a volte ci sembrano impossibili cose semplici?
I ragazzi che avevano fatto il test sotto la minaccia, fittizia, della civetta, si erano identificati con il rischio che correva il topolino e avevano attivato una sorta di evitamento del pericolo, dettato dalla paura. L’insieme di emozioni di paura ed evitamento era stato sufficiente per “bloccare” il loro modo di ragionare e ridurre la loro creatività o, se vogliamo, il loro pensiero divergente. Una ulteriore conferma che può bastare un pensiero per creare un clima emotivo di pericolo ed entrare in una modalità di funzionamento ridotto. Siamo sicuri che questo non ci riguardi?
Avere i freni tirati
Qualche giorno fa, in uno dei miei post quotidiani ho raccontato una storia, vera, successa a Camogli tempo fa. Camogli è un paese di mare su tre livelli. Per passare da un livello all’altro ci sono sue possibilità: le scale o una salita. Se hai un passeggino rimane una possibilità: la salita. Salita che, in alcuni punti, può essere abbastanza ripida.
Stavo tornando dal mare e vedo di fronte a me una giovane signora che spingeva, con molto sforzo, un passeggino. Incuriosita, mentre mi avvicino, osservo con attenzione per capire come mai tanta fatica e scopro che il freno del passeggino, che blocca le ruote, era tirato. Glielo faccio notare, accostandomi e lei, gentilmente, affranta dallo sforzo, mi risponde che era una misura preventiva, nel caso si fosse distratta per qualche motivo, non avrebbe corso il rischio di vederle sfuggire il passeggino e l’amato contenuto. La situazione era francamente un po’ paradossale vista dall’esterno ma non dal suo punto di vista. Per lei quel rischio valeva la pena di fare quella fatica. Perché? Perché aveva paura e questo la spingeva a quella prudenza che ci fa avanzare a freni tirati. Non solo lei ma credo tutti noi, quando abbiamo finalmente raggiunto qualche cosa che ci è caro, non vogliamo correre rischi e procediamo a freni tirati. Vale la pena?
Vale la pena aver paura?
Malgrado io sia stata una madre piuttosto spartana e poco ansiosa, non ho sentito estranea quella giovane donna. Affatto. Mi sono ricordata di come mi sentivo imbranata i primi tempi dopo la nascita di mio figlio. Insicura in un mondo in cui tutti sembrava sapessero cosa fare. Mi sono riconosciuta nella sua paura di sbagliare e, soprattutto, mi sono riconosciuta nella tendenza a procedere a freno tirato quando in gioco c’è qualcosa che amo molto. Per una sola paura – forse una delle più grandi – la paura di perdere, per un proprio errore, qualcosa per cui abbiamo tanto faticato. Qualcosa che amiamo.
Forse la maggior parte di noi è, in questo senso, simile a quella giovane mamma. Ci giustifichiamo dicendo che sono tempi difficili, che è meglio non rischiare, che è meglio poco ma sicuro che l’incertezza. In realtà cerchiamo di scendere a patti e di evitare un sentimento che è inevitabile: quello della paura. Ce l’abbiamo scritto nel DNA ed è una delle emozioni di base, presente fin dalla nascita in tutte le culture del mondo. Nasciamo sapendo cos’è la paura.
[box] Accettare la paura può sembrare contro-intuitivo. Eppure, poiché la paura è una parte intrinseca della vita, resistere alla paura significa resistere alla vita. Tara Brach[/box]
Un’epidemia di freni e di paura
Sicuramente la vita è cosparsa di pericoli. In questi ultimi anni abbiamo conosciuto nuove forme di pericolo ma, anche, francamente, nuove forme di sicurezza. Come mai, spesso, molto spesso, la paura e l’effettivo pericolo nella nostra vita non vanno a braccetto? Abbiamo paura di eventualità remote e non prendiamo in considerazione rischi reali. Perché? Perché la paura di basa sul nostro personale e insindacabile giudizio. Non abbiamo paura conoscendo percentualmente il rischio (e anche se lo conosciamo non diminuisce la nostra paura): abbiamo paura perché abbiamo paura e, spesso, non sentiamo paura quando siamo di fronte ad un pericolo reale ma ad una minaccia di pericolo. Un mio paziente, gravemente ipocondriaco, ha affrontato con un coraggio ammirevole una malattia oncologica. Finalmente, mi disse, sapeva contro cosa doveva lottare mentre prima viveva nell’ansia e sotto la minaccia continua di ammalarsi. Non liquidare questa affermazione con superiorità: funzioniamo abbastanza così.
Evitare o fare spazio?
Quello che facciamo, abitualmente, con la paura, è evitare. Cerchiamo di evitare quello che ci spaventa: peccato che l’evitamento è come una macchia d’olio. Tende ad allargarsi. Non ci basta più evitare gli ascensori, le api, evitare le salite (o le discese), evitare quello che una volta ci ha fatto male perché potrebbe farci di nuovo male. Ad un certo punto, a forza di evitare, riduciamo la nostra vita ad un francobollo di sicurezza: ne valeva la pena? Siamo sicuri che davvero non saremmo in grado di rischiare di più, di tollerare più incertezza? E, soprattutto, siamo più sereni o più braccati dall’ansia, siamo più felici o più insoddisfatti e che cosa stiamo davvero evitando? A che cosa evitiamo di dare spazio? È la paura il problema oppure, semplicemente, non vogliamo perdere il controllo, non vogliamo che accada qualcosa di indesiderabile perché temiamo la nostra reazione, la nostra voce critica, il nostro personale senso di fallimento?
[box] L’altra faccia del resistere alla paura è la libertà. Tara Brach[/box]
La paura di sentire
Evitando cerchiamo di sbarazzarci delle sensazioni invece che allenarci a gestirle, le tratteniamo e solidifichiamo in tensione cronica. Invece che reagire tempestivamente di fronte ad un pericolo costruiamo una armatura permanente; proprio come quella giovane mamma, costruiamo una corazza a difesa della nostra esistenza, tanto intima che finiamo per sentirla una parte, ineliminabile, di noi. E, come i ragazzi dell’esperimento del labirinto sotto la minaccia della civetta, finiamo per limitare le nostre possibilità espressive, creative, Finiamo per limitare l’accesso alle nostre risorse. Il fatto stesso che proviamo paura ci sembra una prova della nostra incapacità o dei nostri difetti. Così finiamo per definirci inadeguati perché proviamo paura, costruendo un circolo vizioso in cui il senso di inadeguatezza alimenta solo nuove paure. Finiamo per rinunciare, progressivamente, a metterci alla prova perché quando siamo nella trance della paura vogliamo solo una cosa: stare tranquilli.
E se la strada fosse l’opposto? Invece che ritirarsi sempre di più, se la strada fosse affrontare il drago, corrergli incontro. guardarlo negli occhi? E se, facendo così, il drago si rivelasse invece un topolino, ingigantito solo dalla nostra fantasia? Se smettessimo di scegliere cosa fare sulla base delle nostre idee e cominciassimo a scegliere cosa fare sulla base della crescita?
La paura e la storia dei bambini
Molte delle nostre paure non sono attuali: sono ingigantite dalle radici che hanno nel nostro passato, quando, effettivamente, avevamo meno possibilità di fronteggiarle. La paura è una emozione a ritroso: ci fa ritirare e, ci fa guardare alle spalle più che davanti. Sembra riferita al futuro ma è quello che è successo nel passato che ci spaventa davvero. E spesso si esprime proprio come impossibilità ad andare avanti e senso di solitudine. Ti senti solo perché ti vergogni di aver paura. Ti senti solo perché non sai di chi puoi davvero fidarti. Ma non abbiamo bisogno di evitare: abbiamo bisogno di trovare una protezione, una sicurezza. Abbiamo bisogno di allargare lo spazio e non di rimpicciolirlo. È questo che ci fa riacquistare fiducia, che ci fa uscire dalla paura: invertire l’evitamento e iniziare a guardare in faccia quello che ci spaventa. Da bambini avevamo un peluche, un genitore, un luogo dove ci sentivamo al sicuro. Da grandi noi stessi possiamo essere un rifugio sicuro senza trasformare la nostra vita in un francobollo.
Ancora una tazza di te?
Non possiamo sbarazzarci delle nostre paure, come dice la vignetta di Alex Noriega, qui a fianco. Possiamo provare a invitarle, con cautela, a sederci accanto, possiamo provare a conoscerle un po’ meglio. Provare a cambiare la relazione con loro e passare dalla fuga all’intimità. Da soli? Se la paura non è troppo forte la pratica può essere un buon aiuto. Possiamo chiamarle a rassegna rimanendo radicati nel respiro. O nei suoni. Se è forte abbiamo bisogno di un aiuto esterno che ci faccia da guida. In alcuni casi possiamo anche aver bisogno, temporaneamente, di un aiuto farmacologico. Temporaneo, quel tanto che ci permette di trovare il modo per invitarle in salotto, offrigli un tè, capire come funzionano e saperle guardare con un po’ di distanza, in modo che, quando torneranno, non ci trascinino più. Perché torneranno: è normale. Non è un fallimento. È normale aver paura e non vuol dire che siamo in pericolo. Forse alcuni di noi vorrebbero essere più coraggiosi. Altri più cauti. Il punto però, nell’invitare a prendere il tè, è iniziare ad accettare come siamo. Perché senza accettazione non c’è amore e, se non ci amiamo, così come siamo, avremo sempre paura. È la non accettazione che coltiva la paura dentro di noi. È solo se accettiamo la nostra storia, la nostra vita, per come è che possiamo dichiarare pace alla paura. Altrimenti rimarremo dei fuggitivi. Vittime di ombre che fanno sembrare draghi dei semplici topolini.
Uscire dal labirinto
Come diceva Mark Twain “nella mia vita ho incontrato ogni sorta di pericolo. Molti dei quali non sono mai esistiti”. Possiamo immaginare che, all’uscita del labirinto, ad aspettarci, ci sia un premio. Oppure vivere come se fossimo continuamente sotto la minaccia della civetta. Basta ricordarsi che non ci sono uccelli del malaugurio: è la nostra paura che ingigantisce la realtà. E la risposta nasce dal pensiero divergente: andare incontro anziché evitare è contro-intuitivo eppure funziona. Alla fine quello che conterà davvero sarà poter dire che abbiamo vissuto, non che abbiamo evitato tanti pericoli mai esistiti. Possiamo pensare che sarebbe stato meglio essere diversi. Alla fine però conterà chi siamo davvero. Come siamo riusciti a fare spazio a noi stessi. Invece che rimanere intrappolati dalle nostre esperienze possiamo riconoscerne la loro potenzialità di cambiamento e, riconoscendolo, nutrirle di consapevolezza e compassione.
© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale
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Ritiro di Bioenergetica e Mindfulness: Verso un’accettazione radicale (Clicca per andare alla scheda evento), Giaiette, Genova 22 – 24 Settembre 2017
Tenerezza sul filo della pelle
La tenerezza per me è un sentimento forte. Ci si arriva, è un percorso. spesso diventiamo teneri dopo che la vita ci ha stagionato ben bene, stanato, sbocconcellato ma anche dopo aver conosciuto il male che facciamo a noi stessi indurendoci.
La tenerezza non c’è dove c’è severità, giudizio, malevolenza. Per me è un po’ come una sorella minore della compassione, meno notevole, meno in prima linea, è un po’ timida la tenerezza, ha il muso di un animale dei boschi, è schiva e delicata.
Quando diciamo di un bambino che è tenero è perché lo vediamo disarmato, senza furbizia, sprovveduto. Anche i vecchi ci muovono queste onde piccole di tenerezza, anche il loro è un disarmo, una vacuità di strategie, un’inadeguatezza a farcela sempre, a essere a livello delle aspettative.
Chi è tenero non vuole farcela a tutti i costi, vuole sentire come sta e sentire come stanno gli altri, è sorella e fratello, non è genitore, non è maestro. La tenerezza sa stare alla pari, fianco a fianco, non è frontale. Così raro oggi, che giri l’angolo e trovi un guru, ma devi girare tutto il mondo per trovare un amico sincero che pianga con te, rida con te e non ti voglia spiegare la vita e risolvere i suoi misteri.
Ecco la tenerezza trova misteri dove gli altri vedono problemi. Chandra Livia Candiani
Allargare il cerchio dell’amore
Widen the Circle of Love BY OMID SAFI (@OSTADJAAN), COLUMNIST Pubblicato su On Being
Tutti noi abbiamo un ego che continua a dirci “me, mio”. Ma l’amore ci spinge. È diverso. L’amore non è solo un’emozione: è una forza divina che ci spinge oltre il nostro ego. In parole semplici potremmo dire che molta della nostra vita spirituale non riguarda esperienze mistiche, il bruciare incenso o partecipare a costosi ritiri. È piuttosto una progressione di amore dai confini del nostro ego verso cerchi più ampi, più gentili e compassionevoli.
Vale la pena fermarsi ed esplorare il nostro cuore, esplorare quanto è ampio il nostro cerchio di compassione, chiederci chi potremmo curare, infine, nella nostra vita? Perché in fondo ciò che ci muove dal nostro ristretto egoista e campanilista Sé verso una sfera più ampia è l’amore. Se questo cerchio riguarda solo noi è una forma di egoismo. L’amore ci spinge al di là e mette il benessere degli altri davanti o, quanto meno, a fianco al nostro benessere. L’amore si diffonde oltre, verso la nostra famiglia, i nostri vicini, i nostri amici. Ma non deve fermarsi qui. Allarga il cerchio dell’amore.
Se il cerchio delle tue preoccupazioni riguarda solo una famiglia (la tua).
È nepotismo
L’amore mette il benessere di molte famiglie davanti alla propria. Ma non si ferma qui. Allarga il cerchio dell’amore.
Se il cerchio delle tue preoccupazioni riguarda solo un popolo
È tribalismo
L’amore può portare insieme popoli che vivono dentro confini immaginari. ma non si ferma lì. Allarga il cerchio dell’amore.
Se il cerchio della nostra compassione si ferma ai confini della nostra nazione
è nazionalismo rabbioso
Invece di essere protetti da un confine nazionale, abbracciamo un’intera comunità religiosa e da lì muoviamoci verso il globale e l’universale: non dobbiamo comunque fermarsi. Allarga il cerchio dell’amore.
Se il cerchio della nostra compassione si ferma ai confini di una comunità religiosa (e non va oltre)
e fanatismo religioso
Dobbiamo continuare a spingere, approfondire, allargare il cerchio dell’amore. Quando l’amore arriva abbraccia tutta l’umanità senza eccezioni. Quando ogni vita umana, senza distinzioni di genere, colore, ricchezza, nazionalità, credo religioso viene abbracciata ci siamo elevati oltre i ristretti confini dell’egoismo, del nepotismo, del nazionalismo, del fanatismo religioso per arrivare ad un luogo che è degno di noi, degno d’amore.
Eppure non dobbiamo fermarci qui. Allarga il cerchio dell’amore.
Se ci occupiamo solo della vita umana, allora cerchiamo la supremazia dell’umanità. In qualche modo, in qualche forma, dobbiamo arrivare a condividere l’amore con ogni essere senziente. In qualche modo dobbiamo arrivare a vedere che la terra stessa è viva.
Che, sì, le colline sono vive con il suono della musica, E così sono le nuvole, I colibrì, le onde, l’alba, La foglia che cade in autunno, La formica nera che cammina tranquillamente sulla roccia di notte, La neve che cade silenziosamente nel vento.
In qualche modo dobbiamo arrivare a comprendere che siamo connessi. Non possiamo essere chi siamo se la natura non è più ciò che dovrebbe essere. È un cerchio d’amore perché un cerchio finisce proprio dove inizia. Non possiamo amarci se l’amore non ci spinge oltre noi stessi, all’angolo più distante del cosmo, e poi torna a noi. Ma il “noi” che torna non è più l’ego-sé da cui siamo partiti.
In ultima analisi, l’amore ha un mandato: rimanere radicato, fondato, servendo le persone vicine ma andando oltre, verso il globale, l’universale, il cosmo. L’amore rifiuta i confini, li annulla. L’amore cancella le frontiere come le ombre scompaiono nella luce, come la nebbia evapora alla luce del sole. L’amore è divino e l’amore ama tutto ciò che è Dio. Cioè … Tutto.
Dobbiamo ricordare chi siamo e di chi siamo.
Abbiamo bisogno di ricordare di chi siamo stati
chi siamo,
e di chi saremo ancora.
Abbiamo bisogno di un promemoria che non siamo “meri relitti galleggianti nel fiume della vita”, come diceva Martin Luther King, ma che c’è qualcosa in noi di grandissimo, come tutto il cosmo. Come dice Rumi
“Veniamo fuori
dal nulla,
stelle sparpagliate
come polvere.”
Profondamente dentro di noi c’è una capacità che contiene l’intero universo. È in profondità nei nostri cuori perché è fatta ad immagine del Signore dell’intero universo.
Come diceva Martin Luther King “Se vogliamo avere pace sulla terra, la nostra lealtà deve essere ecumenica piuttosto che nazionale. La nostra lealtà deve trascendere la nostra razza, la nostra tribù, la nostra classe e la nostra nazione; E questo significa che dobbiamo sviluppare una prospettiva del mondo. Nessuno può vivere da solo. Nessuna nazione può vivere da sola, E tanto più cercheremo di farlo, tanto più avremo la guerra in questo mondo “. Martin Luther King parla della lealtà che ciascuno di noi ha e delle sue conseguenze per la pace sulla Terra. Cominciamo da ogni singola persona e facciamo la più urgente delle domande: Chi è incluso nel nostro cerchio di amore? A chi esprimiamo la fiera urgenza della compassione?
C’era una canzone che ripeteva “Quanto è profondo il tuo amore?” Buona domanda. Vale anche la pena chiedersi: “Quanto è ampio il cerchio del tuo amore?”
Permetti al cerchio del tuo amore di approfondirsi, allargarsi, espandersi fino a che abbracci l’intero universo. Quando questo avviene abbraccia anche te in un modo che ti rende intero,capace di guarire e di valore.
©Omid Safi
Trad. Nicoletta Cinotti Foto di © iam.sandramarie
