Credo che succeda nella vita di tutti: le cose procedono in modo lineare per un certo periodo di tempo e poi ti trovi ad una svolta. Magari hai pensato che le cose fossero tutte ordinate e conosciute ma invece ti sbagliavi. Devi fare un cambiamento, prendere una direzione diversa.
Le svolte più facili sono quelle che fai senza nemmeno accorgerti che sei in un cambiamento: te ne rendi conto solo dopo che quello è stato un punto di svolta. Per me la self-compassion è stata una svolta del cui impatto mi sono accorta solo dopo. Molto tempo dopo averla fatta.
Aver bisogno di calore
Soffro il freddo e cerco sempre soluzioni tiepide, così quando il programma di Mindful self-compassion è nato, nel 2010, mi ha subito interessato. Proponeva di “riscaldare” l’ambiente interno, proprio nei luoghi in cui l’effetto della pratica di mindfulness era calmare.
In fondo, mi sono detta, cosa c’è di meglio che scaldare dopo aver calmato?
Sono passati diversi anni prima che facessi la formazione. Inseguivo Kristin Neff e Christopher Germer in giro per l’Europa ma arrivavo sempre ad iscrizioni chiuse perché l’interesse per la self-compassion è stato subito altissimo.
Nel frattempo continuavo a condurre i protocolli MBSR e MBCT e incontravo ogni volta la difficoltà delle persone ad essere presenti. Una difficoltà che si sostanzia con il grande potere seduttivo dei pensieri. Tutto quello che supera una certa intensità percettiva finisce per attirarci come una calamita e, in quel momento lì presenza e attenzione svaniscono.
So bene che le persone traggono beneficio da questi due protocolli ma il problema, ogni volta, è traghettarli con fiducia, oltre la distrazione.
La distrazione è inevitabile
La distrazione è inevitabile: la nostra mente è fatta per vagare e vagare è quello che ci ha permesso di difenderci dai pericoli, di prevedere le conseguenze delle nostre azioni e di pianificare compiti complessi. Il punto è che al momento siamo sovraccaricati da moltissimi stimoli e quindi vaghiamo molto di più. Nello stesso tempo quando troviamo qualcosa di buono per noi, ogni volta vedo accadere un miracolo, Ci fermiamo e diventiamo affezionati alla pratica. È immediato. Per quanto la nostra mente sia instabile sappiamo riconoscere subito quello che ci fa bene.
A quel punto l’attenzione diventa un allenamento alla presenza. Ma come alleniamo l’attenzione?
Nei programmi. mindfulness l’attenzione si allena con il respiro e aprendo via via ad un nuovo oggetto d’attenzione fino ad arrivare alla consapevolezza aperta. Nella self-compassion si tenta una strada diversa. Si tenta di risvegliare il cuore e le qualità della nostra mente originaria.
L’attenzione e gli stati mentali
Questo significa che, invece di lavorare primariamente sulla consapevolezza del respiro, si fa un salto in avanti e si passa alle qualità della mente originaria di gentilezza e compassione. Perchè dico che si fa un salto? Perché nella tradizione il lavoro sulle quattro dimore divine – Metta, Karuna, Mudita, Upekkha ovvero gentilezza amorevole, compassione, gioia e equanimità – è qualcosa che arriva quando la presenza è stabile e si passa ad una meditazione più matura e profonda. Qui andiamo all’università senza aver fatto tutto il liceo.
Funziona? Sì, funziona. Per alcune persone funziona molto meglio perchè non hanno voglia di fare tutto il liceo. Funziona meglio perchè salti velocemente al succo della faccenda e capisci quanto buono c’è nella pratica andando dritto al sodo.
Certamente la disciplina, la fedeltà e la coerenza del liceo vengono a mancare. Ma alcuni hanno queste caratteristiche nella loro personalità. Altri nella loro storia precedente. E io, che sono cresciuta a pane e sforzo, mi sono rilassata parecchio.
Controindicazioni
Io francamente non vedo controindicazioni alla pratica ma piuttosto vedo delle indicazioni. Se sei una persona che soffre la disciplina e ama la velocità la strada della self-compassion è più immediata. Se sei un clinico è un programma che è facilmente inseribile dentro alla psicoterapia con ottimi risultati. Se sei perfezionista potrebbe diventare il tuo antidoto. Ma niente va bene per tutti e soprattutto la disciplina nella vita serve moltissimo per rendere sacro l’impegno verso noi stessi e non per renderlo un sacrificio. Integrare un percorso di mindfulness – con i suoi protocolli MBSR, MBCT, Mindfulness interpersonale – ad un programma di self-compassion è un compendio che permette di curarsi con una profondità e un’efficacia che non ha niente da invidiare ad una psicoterapia. Te lo spiego meglio qui, nella sezione Percorsi suggeriti.
Ma tu perché fai il Reparenting?
Adesso ti domanderai come nasce allora la mia passione per il Reparenting. Nasce proprio dall’integrazione tra questi diversi percorsi e dalla consapevolezza che se aspettiamo che la salvezza venga dall’esterno rischiamo di rimanere naufraghi tutta la vita. Come racconto spesso, l’idea che sia uno psicoterapeuta bravo che deve salvarci è un’idea aggressiva sia verso di noi che verso chi ci cura. Noi abbiamo la responsabilità di mettere a fuoco le nostre risorse di auto-cura – la nostra capacità di essere genitori di sé stessi – di impegnarci con gentilezza e sensibilità nella pratica, non di delegare la salvezza nelle mani di chi ci cura. Lo psicoterapeuta non è un chirurgo che opera in anestesia. È un sarto che può cucire solo la stoffa che portiamo noi. A noi va la responsabilità di portare la stoffa. E quando ci sembra di non avere stoffa, cerchiamola nella pratica. A volte basta un piccolo angolo di stoffa apparentemente inutile, per fare un mantello di protezione. Lo psicoterapeuta è un compagno di squadra che ci aiuta a mettere collaborazione nelle parti della nostra famiglia interiore. Ci sostiene nell’avere fiducia nelle nostre risorse, illumina angoli bui. E, qualche volta, ci ricorda che l’accettazione è il miglior cambiamento possibile.
“Possa il nutrimento della terra essere tuo, Possa lo splendore della luce essere tuo, Possa il fluire dell’oceano essere tuo, Possa la protezione degli antenati essere tua. E così possa una leggera Brezza lavorare queste parole D’amore intorno a te Un invisibile mantello” John O’Donohue
Vuoi approfondire il tema della consapevolezza degli stati mentali?
Il cambiamento prodotto dal portare l’attenzione alla consapevolezza degli stati mentali anziché alla consapevolezza del respiro è un tema estremamente innovativo. E che lavora sulla consapevolezza implicita e non su quella esplicita. Troppo difficile? Bene, provo a dirlo con parole semplici. Hai presente quando stai bene o male e non sai perché? Se cerchi di passare dal sapere il perché potrebbe volerci parecchio tempo a stare meglio o parecchio tempo per scoprire il perchè delle cose. Ma c’è una strada diversa che permette di avere come intenzione primaria lo stare meglio e solo secondariamente quello di sapere il perché. Quella strada di regolazione implicita delle emozioni è la strada collegata alla consapevolezza degli stati mentali. (Te ne parlo meglio qui).
È forse l’intuizione più importante del programma di Mindful Self-compassion e ne parleremo insieme a Paolo Scocco in una diretta Instragram Mercoledì 31 maggio alle 9 (La diretta rimarrà anche successivamente). La nostra esperienza di mindful self-compassion si è arricchita grazie al ritiro. Un ritiro in cui abbiamo lavorato esclusivamente sulla consapevolezza degli stati mentali. Così questa intuizione sta diventando una realtà anche nella nostra pratica personale. Adesso, a distanza di più di dieci anni, posso dire che incontrando la slef-compassion ho fatto una svolta: sono andata in profondità. Una profondità che mi ha regalato libertà!
© Nicoletta Cinotti 2023
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Ti ricordo che sono gli ultimi giorni per iscriversi al programma Intensivo residenziale in Mindful Self-compassion dal 28 giugno al 2 luglio. La partecipazione al programma dà diritto a 44,6 crediti ecm
https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/mindful-self-compassion-ritiro/


