Nutriamo, segretamente, alcune convinzioni sulla felicità. Sono come delle regole implicite, che abbiamo imparato chissà dove ma che hanno, la forza e la rigidità delle formule magiche: sono sempre esattamente uguali a se stesse.Limitano e contraggono la nostra mente, come sempre fanno le illusioni. Ci rendono ripetitivi e monotoni.
Una di queste convinzioni – forse una delle più forti – è che la nostra felicità dipenda dalla felicità degli altri. Dal benessere, dalla gioia delle persone che amiamo. Che se loro non sono felici noi dobbiamo stare come bambini, in castigo. Perchè non sarebbe giusto provare attimi, spiragli, lampi di felicità, in condizioni diverse. E rafforziamo così l’idea che la ricerca della felicità possa essere un atto egoistico.
Così iniziamo a fare di tutto per rendere felici le persone che amiamo. Sacrifichiamo tempo, energia, sogni, per questo progetto. Che non funziona. Allora raddoppiamo gli sforzi e non funziona lo stesso. Alla fine le persone che amiamo diventano dei piccoli persecutori del nostro sogno di felicità e così – qua e là – li puniamo anche un po’ perchè la loro infelicità ci rende infelici, in una ragnatela di senso di colpa e riparazione.
Lasciamo lasciar andare questa convinzione. Lasciamo gli altri liberi di cercare la propria felicità e prendiamoci la responsabilità della nostra personale felicità. Non è semplice coltivare semi di felicità. Non è facile essere responsabili della propria vita. Basta questa responsabilità.
L’impegno che possiamo avere – nei confronti di tutte le persone – è quello di non fare danno. Di non ferire. Di non agire egoisticamente ma di partire dalla prospettiva inclusiva, la prospettiva del noi. Non possiamo però pretendere che il risultato sia la loro felicità. Sarebbe già tanto se fosse la nostra.
Dentro di noi c’e un bambino che era innocente e libero e che sapeva che il dono della vita è il dono della felicità. Alexander Lowen
Pratica di mindfulness: Gioia e gratitudine
© Nicoletta Cinotti 2023 Il protocollo di Mindfulness Interpersonale
Perchè lasciar andare è, prima di tutto, un atto di ingresso: entriamo in quello che c’è. Non significa rinunciare al cambiamento, al dinamismo, allo scorrere. Lo facciamo a partire da questo ingresso, radicale, nel presente. In fondo lasciar andare è una dichiarazione di non reattività: assaporo tutto fino in fondo, certo che da quel luogo nasca la spinta per il passo successivo. Non lotto ma accolgo e poi lascio che la forza di quello che accade mi porti in una direzione creativa. In una direzione in cui la mia creatività non è contro alla creatività della vita ma ne è parte.
mente non abbiano nessuna relazione. E’ un pensiero che nasce dalla nostra separazione tra corpo e mente. Se ristabiliamo l’originario senso di unità possiamo accorgerci che i movimenti sono speculari a ciò che proviamo mentalmente.
