Stai con ogni emozione; assaggiala con la meditazione. Pratica fino a che una sensazione emerge da sotto l’emozione originaria, una sensazione che inizialmente si può manifestare come un senso di tensione fisica o di affaticamento. Mentre continui a penetrare la tua resistenza, può darsi che l’emozione si intensifichi. Alla fine riconoscerai che il sentimento è la paura.
La paura è elusiva. Molti di noi non sono pronti ad accettare che sia la paura a guidare le nostre scelte e le nostre azioni. La sensazione di avere le cose sotto controllo, è uno degli aspetti che amiamo di più della nostra immagine di noi, un’immagine che vogliamo proteggere.
Ci sentiamo sicuri negli schemi che abbiamo stabilito; abbiamo paura che l’incertezza e ciò che non conosciamo minacci questi schemi. Cedere a questa paura, anche se non ne siamo consapevoli, la rinforza. La paura crea ancora più paura e diventa una sottile forza propulsiva. Quella che ci può sembrare una situazione sulla quale non abbiamo controllo può – di fatto – essere la nostra paura di confrontarci con quello che sta dentro di noi. Questa paura può pervadere la nostra vita.
Quando contattiamo e riconosciamo la nostra paura possiamo accorgerci che molte delle nostre razionalizzazioni, dei nostri piccoli piaceri o dispiaceri, molte di quelle stranezze caratteriali di cui andiamo fieri, sono solo strumenti che sostengono l’ego per nasconderci la nostra paura.
Queste inclinazioni, apparentemente innocue, rivelano il loro potere come schemi karmici, schemi che nascondono così efficacemente la nostra vera motivazione che abbiamo perso la capacità di essere veramente onesti con noi stessi. Ma quando abbiamo questo insight, quando comprendiamo la nostra vera motivazione, dobbiamo renderla fondante delle nostre azioni, perché, a questo punto, abbiamo la conoscenza e l’opportunità di rompere le nostre limitazioni.
Tarthang Tulku Openness Mind
Citazione della rubrica “Addomesticare pensieri selvatici” www.nicolettacinotti.net
Lavorare con le emozioni durante la pratica di meditazione
Così ho imparato che c’erano quattro passi cruciali per dirigermi verso la tanto agognata felicità. Il primo non è stato così scontato: riconoscere quello che provavo. Molto spesso confondiamo le emozioni con la spinta all’azione che producono. Ci ritroviamo quindi ad agirle senza nemmeno sapere che cosa ci ha mosso e come possiamo nominarlo. Ma se non sappiamo davvero quello che ci sta succedendo, come possiamo trovare una risposta adeguata al nostro bisogno?
conosciamo, non si verifica. Il punto è cosa intendiamo per “conoscere”. L’uso dei social infatti ha esteso la sensazione di conoscere qualcuno anche a persone che normalmente non considereremmo “amici” e sviluppato il mostrare le proprie risorse, capacità e abilità. Insomma ha alimentato proprio due degli ingredienti basilari dell’invidia: conoscersi(1) e percepire una disuguaglianza (2) ritenuta ingiusta.
Le risonanze magnetiche fatte dai soggetti che partecipavano all’esperimento giapponese citato sopra hanno mostrato che più i partecipanti all’esperimento provavano invidia, più si attivava la corteccia cingolata anteriore dorsale. Quest’area del cervello è coinvolta nei sentimenti conflittuali e fa parte del circuito del dolore: la partenza è quindi il dolore di sentirsi inferiori e l’invidia la reazione a quel dolore nel tentativo di averne sollievo.
La nostra cultura è una cultura dipendente dall’approvazione che riceviamo dagli altri. Siamo cresciuti a competizione spinta e il confronto è spesso usato come strumento di stimolo educativo. Insomma, in poche parole non ci rendiamo conto di costruire oggi, i problemi di domani.
