Per comprendere la sofferenza relazionale dobbiamo dare un’occhiata alla nostra tendenza ad aggrapparci. Una tendenza tanto forte da passare, a volte, in primo piano rispetto a qualsiasi alternativa. È una tendenza istintiva, presente fin dalla nascita. I neonati si aggrappano alla mano prima ancora di comprendere cosa sta per succedere. Perché quell’aggrapparsi comunica sicurezza. Dà la sensazione di avere un contatto vitale. Nelle relazioni succede la stessa cosa. Quando incontriamo qualcosa di piacevole, cerchiamo di trattenerlo, per evitare che svanisca troppo presto. Così internamente iniziamo ad associare il trattenere alla sicurezza. E finiamo per trattenere anche quello che, forse, sarebbe da lasciar andare.
È facile vedere come ci aggrappiamo a ciò che è piacevole, difficile riconoscere che ci aggrappiamo anche a ciò che è spiacevole. Quando torniamo con la mente a qualcosa di negativo che ci è accaduto, non ci stiamo forse aggrappando? Quando non perdoniamo qualcuno per un torto subito, non ci stiamo forse aggrappando, anche se con l’idea di riparare il danno? Se pretendiamo che le cose finiscano quando vogliamo noi, non ci stiamo forse aggrappando? E alla fine dietro a tutto questo aggrapparci non c’è l’idea che sia meglio che tutto rimanga com’è, anziché cambiare?
Di solito non pensiamo alla felicità nei termini di qualcosa che finisce ma, piuttosto, nei termini di qualcosa di buono che arriva o dell’ottenere quello che desideriamo. Comunque se osserviamo le nostre vite e pensiamo attentamente a ciò che vediamo diventa chiaro che i desideri, le urgenze, le bramosie che ci accompagnano creano un senso di tensione e che l’allentarsi di questa tensione, se e quando si realizza, è un forma di leggera felicità. Gregory Kramer
Pratica di mindfulness: Consapevolezza aperta
© Nicoletta Cinotti 2024 Self-compassion: emozioni e relazioni
Lavorare con le emozioni durante la pratica di meditazione
Così ho imparato che c’erano quattro passi cruciali per dirigermi verso la tanto agognata felicità. Il primo non è stato così scontato: riconoscere quello che provavo. Molto spesso confondiamo le emozioni con la spinta all’azione che producono. Ci ritroviamo quindi ad agirle senza nemmeno sapere che cosa ci ha mosso e come possiamo nominarlo. Ma se non sappiamo davvero quello che ci sta succedendo, come possiamo trovare una risposta adeguata al nostro bisogno?
conosciamo, non si verifica. Il punto è cosa intendiamo per “conoscere”. L’uso dei social infatti ha esteso la sensazione di conoscere qualcuno anche a persone che normalmente non considereremmo “amici” e sviluppato il mostrare le proprie risorse, capacità e abilità. Insomma ha alimentato proprio due degli ingredienti basilari dell’invidia: conoscersi(1) e percepire una disuguaglianza (2) ritenuta ingiusta.
Le risonanze magnetiche fatte dai soggetti che partecipavano all’esperimento giapponese citato sopra hanno mostrato che più i partecipanti all’esperimento provavano invidia, più si attivava la corteccia cingolata anteriore dorsale. Quest’area del cervello è coinvolta nei sentimenti conflittuali e fa parte del circuito del dolore: la partenza è quindi il dolore di sentirsi inferiori e l’invidia la reazione a quel dolore nel tentativo di averne sollievo.
La nostra cultura è una cultura dipendente dall’approvazione che riceviamo dagli altri. Siamo cresciuti a competizione spinta e il confronto è spesso usato come strumento di stimolo educativo. Insomma, in poche parole non ci rendiamo conto di costruire oggi, i problemi di domani.
