“Triste tigre”, il libro di Neige Sinno, andrebbe messo di diritto in tutte le bibliografie degli psicologi e psicoterapeuti perché insegna il lato necessario – e quindi buono – della dissociazione, racconta cosa vuol dire essere vittime di abusi e stupro fino dall’infanzia, per anni, e riuscire a rimanere integra anche se danneggiata. Insegna anche come il coraggio ci dà la motivazione per andare avanti. Neige Sinno, altra ragione per cui gli psicologi dovrebbero leggerlo, non ha mai fatto psicoterapia. In alcuni passaggi devo dire che ho pensato che si sentiva che il suo dolore non era passato dalla cura di un’altra persona ma questa è anche un’altra grande lezione. Se le capacità cognitive funzionano ci sono molte altre forme di cura. Per Neige leggere è stato una prima grande forma di cura, avere una vita all’aria aperta, insieme ad altri bambini, un’altra grande forma di cura, l’incontro con persone che le hanno creduto e l’hanno sostenuta nella denuncia, un marito che la ama, una vita molte migliaia di chilometri lontano, un’altra opportunità di cura. Anche la scrittura lo è stata anche se lei scrive in un territorio di confine perché è riuscita a scrivere la sua storia personale ma anche a dare uno sguardo più ampio sia alla scrittura autobiografica che al senso della scrittura che descrive gli orrori. Forse, ancora più della scrittura è l’arte che la salva, l’arte contenuta nel processo della scrittura, la sua capacità di farsi domande che vanno ben oltre la sua storia personale. Una storia scritta, in fondo, senza mai lamentarsi ma solo con una protesta fervida e ben argomentata. La prima volta che racconta a un uomo la sua storia ha 19 anni, si vergogna di avergliela raccontata ma quell’uomo, molto più vecchio anche dei suoi genitori – giovani e incoscienti – sarà fondamentale per arrivare alla denuncia.
Il processo, la denuncia, la pena sono state, per me, la parte più dura. Ha ragione Neige che non c’è pena che tenga per un uomo che ha stuprato ripetutamente una bambina per 7 anni. Una persona che al processo dichiara, con fastidio, che non ricorda quante volte accadeva. A volte tutti i giorni, a volte poteva passare anche un mese senza che succedesse nulla. Un uomo che spiega le ragioni di quell’atto con il fatto che quella bambina, di cui era patrigno, non l’amava. Quello era il suo modo per farsi amare. Un uomo che non manifesta mai senso di colpa ma nemmeno vergogna. Farà cinque anni, uscirà prima dei 9 anni a cui era stato condannato – un carcere mite, in Corsica, dedicato ai child offender – per buona condotta. Una pena che non dura nemmeno lo stesso periodo in cui ha stuprato Neige, che ha il coraggio di denunciarlo per proteggere la sorellina che, in quel momento, ha la stessa età che aveva lei quando sono iniziati gli abusi. Ma lui, patrigno di Neige e sua sorella e padre di un bambino e una bambina, si difende e si offende dicendo che non avrebbe mai fatto la stessa cosa ai suoi figli. Viene voglia di ucciderlo proprio nel momento in cui pronuncia questa frase che dichiara la scelta intenzionale della vittima, considerata non figlia ma oggetto da conquistare. La pena giusta, per Neige, sarebbe il suicidio, cosa che non avverrà. Anzi, uscito dal carcere incontra quella che diventerà la sua seconda moglie, una ragazza dell’età di Neige, ormai adulta, con la quale rifarà un’altra vita: 4 figli, una casa rurale, una vita come la vuole lui, un duplicato della vita precedente con la madre di Neige: quattro figli, due solo della moglie e due insieme, una casa rurale, una vita come voleva lui. In paese, comunque è Neige che non viene salutata. Lui continua a essere salutato come prima. Perché la vergogna ha forme assurde d’espressione. E purtroppo, al mondo, ci sono tante altre tigri tristi.
Neige Sinno, Triste tigre, Neri Pozza editore
© Nicoletta Cinotti 2024 Addomesticare pensieri selvatici
