Spesso dichiariamo di non essere disposti al sacrificio. Lo dichiariamo come atto di principio e come segno di discontinuità con una tradizione passata che ha fatto – del sacrificio – il mezzo principe dell’educazione. C’è un sacrificio però che facciamo, silenziosamente, tanto silenziosamente che nemmeno noi ne siamo pienamente consapevoli: è il sacrifico di una parte di noi.
Quella che ci appare inadeguata, non funzionale, non funzionante rispetto all’ottenere quello che desideriamo. Quella nei confronti della quale proveremmo vergogna: non perché fa atti di cui dobbiamo vergognarci. Ma perché ci farebbe perdere tempo, ci porterebbe in una direzione troppo libera o ci farebbe fare brutta figura . Ci distoglierebbe dagli obiettivi che perseguiamo con tanta, tantissima determinazione. Non è detto che siano obiettivi professionali. A volte questo sacrificio lo facciamo, in realtà, per ragioni relazionali. Per ottenere qualcosa che desideriamo ci sembra che – mettere da parte chi siamo nella nostra interezza – sia il primo passo.
È difficile distogliersi da questo sacrifico che, quasi come un atto magico, pensiamo che ci assicurerà il risultato. Dietro a tutto questo sta un’idea, sottile quanto profonda, di non accettazione e dietro la non accettazione ne vive un’altra – altrettanto profonda – non possiamo lasciare che la nostra vita si realizzi per come siamo. Dobbiamo mettere argini e confini perché altrimenti andremmo alla deriva. Ma, soprattutto, dobbiamo renderci perfetti per poter ottenere quell’amore e quel risultato che tanto desideriamo.
Alla fine però i programmi che si realizzano non sono solo nostri ma nascono dal nostro dialogo con la vita. Tanto vale allora coltivare il seme della fiducia e quello dell’interezza: farci a pezzi non ci farà arrivare prima né ci farà arrivare meglio. Ma lascerà solo un fondo di inquietudine e amarezza dietro anche i migliori successi: l’illusione che se saremo perfetti saremo amati fa più danni dello scoprire quanto, in realtà, amati lo siamo già. Non è un bilancio che deve spaventarci: è il rendimento reale della nostra vita.
La mindfulness è il metodo, la compassione è l’espressione e la saggezza è l’essenza per riparare le ferite del passato. da Genitori di sè stessi
Pratica di mindfulness: Self compassion breathing
© Nicoletta Cinotti 2023 Formazione in Reparenting
In effetti è vero, senso di orientamento zero. Ma non è quello il punto. il punto è che cosa fa la mia, la nostra voce interna con gli errori. Cosa facciamo quando sbagliamo? Siamo davvero comprensivi e compassionevoli verso di noi? O si accende il ritornello “ecco ci siamo, hai di nuovo sbagliato”. E quel di nuovo diventa peggio di una condanna scritta. Perché possiamo tollerare di sbagliare una volta. Ma non più di una volta.
Può diventare un modo tanto abituale da dare forma al nostro corpo. Se teniamo dentro, la stagnazione può riguardare l’addome e il torace. Riguarda il torace se teniamo dentro le emozioni che ci spingerebbero nella relazione con gli altri. Riguarda l’addome se tratteniamo le emozioni viscerali. A volte diventa molto evidente questo trattenimento e questa stagnazione: il torace è esile e leggero e l’addome e le gambe stanche e pesanti. Oppure il corpo è magro ma l’addome è insolitamente pieno e abbondante. ricco di tutto ciò che trattiene.



