Molto del nostro senso di identità è legato alla nostra storia di vita: sappiamo cosa abbiamo fatto da bambini, da adolescenti. Cosa mangiavamo, cosa ci è successo. i nostri amori, i nostri successi e i nostri fallimenti. Ricordiamo la nostra casa e i nostri giochi. E tutto questo crea un’aspettativa – silenziosa ma persiste – su quello che ci aspettiamo da noi e dalla nostra vita.
Eppure non siamo solo la nostra storia, siamo anche un potenziale di crescita, sempre vivo e in azione. Un potenziale di crescita che rischiamo di coprire con un senso di identità troppo basato sul conosciuto e poco orientato alla realtà del presente.
Chi saremmo se non ci lasciassimo definire dalla nostra storia? Chi saremmo se non ci aspettassimo che ciò che ci piace oggi ci piacerà per tutta la vita? Chi saremmo se, invece che lasciarci definire dal filo della continuità, ci facessimo definire dal filo dell’apertura e della novità?
Cosa accadrebbe nella nostra vita se ascoltassimo le persone, senza la convinzione di sapere già cosa vogliono dire? Come sarebbero i nostri dialoghi se, invece che radicarci nel conosciuto, ci lasciassimo sorprendere dalla novità?
Le nostre storie passate possono essere una definizione limitata di chi siamo e diventare una profezia che si auto-avvera. Spostare lo sguardo agli elementi di novità ci permette di cogliere la freschezza dell’esperienza del presenta, senza lasciarla ammuffire nel ristagno del passato.
Può farci paura chiederci “Chi sarei senza la mia storia” ma può essere anche la domanda più liberante di tutte. Elisha Goldstein, Bob Stahl
Pratica di Mindfulness: Aprire il tempo
© Nicoletta Cinotti 2025 Dalla mindfulness alla heartfulness. Ritiro silenzioso
Spesso utilizzo un’affermazione semplice durante i miei protocolli: “portare la pratica al cuore”. È un concetto che trasmette l’importanza di avvicinarci alla mindfulness non solo come un’attività mentale, ma come un’esperienza che coinvolge anche il nostro cuore. Come ci ricorda Jon Kabat-Zinn, e come condivido in un video di dieci anni fa (così valuti il processo di invecchiamento!!!)
La chiusura del cuore è spesso una risposta a una ferita. Nella psicologia buddista, ciò è descritto come la “seconda freccia.” Il primo dolore è inevitabile, perchè la vita non è facile, ma la vera sofferenza deriva dalla nostra reazione a quel dolore. Non solo fuggiamo dal dolore, ma talvolta ci aggrappiamo a esperienze piacevoli, cercando di congelare quei momenti. Questa ricerca di permanenza ci espone a un’altra forma di sofferenza, poiché neghiamo l’inevitabilità del cambiamento.
Una pratica profonda per tutti
