
Non è facile oggi essere un poeta.
Specie se ti allontani dalla scrivania
e prendi il giornale, o ascolti la radio,
accendi la tele, o ti perdi in una conversazione.
Quella poesia che stavi scrivendo,
quella su tuo padre che ti portava allo Stadio
da bambino per guardare la box, e il suo disappunto
perché volevi andartene prima dell’ultimo incontro.
(Jimmy Doyle un peso welter il cui padre
lavorava con il tuo al porto). Come Jimmy,
la poesia era promettente, con te che accomodavi il verso
fra memoria e nostalgia, onestà e dispiacere.
Se non i posti in prima fila, abbastanza vicino per sentire
i colpi dei guantoni, le gocce di sudore.
Per sentire vecchi pugni di nausea e il bisogno di fuggire.
Senza dire una parola a tuo padre, abbandoni la scrivania.
Quella poesia che stavi scrivendo,
è ancora lì quando torni, ma irriconoscibile.
Sul ring Trump fa a cazzotti con Kim Jong-un.
Nel bagno delle donne, Weinstein si esibisce davanti a un
attentatore suicida.
Per mettere fine al nonsense,
sali sul ring solo perché Jimmy Doyle ti metta al tappeto con un colpo al mento.
©Roger McGough, La resa dei conti, Medusa edizioni
