
Le vacanze natalizie stanno volgendo al termine e con loro quella sensazione di sospensione dal quotidiano che le caratterizza. Il ritorno alla routine può generare una sottile – o intensa – avversione: verso il ritmo accelerato che ci aspetta, verso il buio dell’inverno che continua, verso quella sensazione di “festa finita” che può farci sentire un po’ più soli o malinconici.
La mindfulness offre un approccio originale e in controtendenza proprio per questi momenti: accettare e accogliere per cambiare. L’avversione – quella spinta che ci spinge al miglioramento perché non ci piace dove e come siamo – viene vista come il primo degli ostacoli al cambiamento. Ormai lo sappiamo tutti ma, ciononostante, non sempre rispettiamo questa idea affascinante quanto poco intuitiva: che ci sia un cambiamento nella semplice accettazione. O, come dice Ellen Langer, “quando hai preso una decisione, considerala quella giusta. Anche se non lo fosse, considerarla sbagliata ti porterebbe solo dubbi e rimuginazione”
L’effetto dell’avversione
Quando abbiamo un problema e una difficoltà ci sembra inevitabile provare avversione: proviamo avversione per la fonte di disagio esterna o per la fonte di disagio interna o entrambe le cose. L’avversione produce due movimenti primari istintivi, nei confronti dei quali abbiamo poco da controbattere: ci fa andare via dalla fonte del disagio e/o ce la fa attaccare. Questo perché alla base dell’avversione ci sono due sentimenti primari come la rabbia o la paura.
Se andiamo via dalla fonte del disagio siamo costretti a mettere una distanza tra noi e l’esperienza che viviamo. Possiamo farlo con l’evitamento, con il torpore, con la noia, con la repulsione o il disgusto. In ogni caso tra noi e la nostra esperienza si crea un distacco. Una piccola – o grande – disconnessione. Questa disconnessione spesso prende la forma di quello che in Schema Therapy viene chiamato “Protettore distaccato”, ossia una parte di noi che rimane consapevole dell’esperienza ma privandola dei contenuti emotivi più intimi e trasformandola così in qualcosa di mentale e non nella pienezza nel sentire emotivo.
Facciamo un esempio tratto dalla realtà. Una persona sta meditando nella sua stanza. Il gatto graffia alla porta. Il rumore le dà così fastidio che interrompe la meditazione (reazione avversativa). Per compensare il disturbo decide di fare qualcosa di gratificante immediatamente. In questo caso entra in funzione quello che viene definito “Rilevatore di discrepanza“, ossia quella funzione mentale che ci fa agire per ottenere una realtà il più possibile simile al nostro desiderio. In questo caso può farci tentare una riparazione simbolica dell’interruzione. Se riesce ci sentiamo soddisfatti, se non riesce la reazione avversativa cresce e dall’esterno – il gatto – si orienta verso di se – diventando un pensiero di auto-svalutazione “non riesco a fare nulla di quello che desidero”.
Le reazioni avversative funzionano quasi sempre in questo modo: prima attacchiamo l’esterno – che disturba – poi, se non riusciamo a risolvere il problema esterno attacchiamo noi – “sono incapace perché non sono in grado di eliminare la fonte dell’avversione o almeno l’avversione che provo”. Quindi da una avversione ne abbiamo rapidamente costruite due, una peggiorativa dell’altra perché la seconda – che comporta un attacco verso noi stessi – ha sicuramente un effetto depressivo. Mettiamo però che siamo fiduciosi nella possibilità di superare i problemi e quindi non ci scoraggiamo ma passiamo all’attacco: raddoppiamo i nostri sforzi per venirne fuori: risultato finale è che forse vinciamo ma siamo stremati. E questa è l’altra alternativa che spesso produce la lotta all’avversione.

La reazione emotiva
Entrambe queste due strade sono basate su una reattività emotiva: abbiamo provato rabbia o paura o entrambe le emozioni in una delle loro infinite sfumature e poiché abbiamo provato queste emozioni le nostre difese emotive sono tutte pronte sul piede di battaglia. Psichicamente infatti provare una delle emozioni della famiglia della rabbia o una delle emozioni della famiglia della paura è l’interruttore per la difesa. Effetto primario della difesa: ridurre il contatto con l’esterno e il contatto con l’interno chiudendosi a tartaruga. In questo modo riduciamo però la possibilità di trovare soluzioni e risposte diverse al problema. Avremmo bisogno di aprire per trovare nuove risorse e invece ci isoliamo e conserviamo solo la sensazione di essere stati attaccati. Anche qui – paradossalmente – possiamo diventare aggressivi pur essendo convinti di essere delle vittime con risultati difficili sul piano della relazione.
Le difese emotive hanno un corrispettivo sul piano corporeo perché ogni emozione si esprime attraverso uno schema di risposta muscolare. Quindi il nostro corpo diventerà teso e contratto perché proviamo rabbia e paura e stanco perché opponiamo una corrispettiva forza muscolare per controllare queste due emozioni senza lasciarle uscire.
La reazione fisica
Fisicamente il segnale di pericolo – vero o presunto che sia – viene registrato nello stesso modo. Aumenta la produzione di cortisone e adrenalina. Aumentano quindi cortisolo e noradrenalina che ci immettono in un circuito di risposta allo stress. Se lo stress finisce, i livelli di questi due ormoni tornano alla normalità ma se continuiamo a sentirci minacciati – vero o presunto che sia – i livelli di questi due ormoni rimangono alti e interferiscono con la captazione della serotonina: ossia diventiamo sempre più esauriti e privi di energia da combattimento. E siccome ci sentiamo deboli diventiamo sempre più spaventati alimentando così un circolo vizioso. Inoltre alti livelli di cortisolo portano a processi infiammatori e indebolimento del sistema immunitario esponendoci maggiormente al rischio di malattie fisiche. In questo modo a partire da una reazione avversativa abbiamo innescato anche una risposta corporea dis-regolata.
Il pensiero laterale nel post-festività

Proprio in questo periodo dell’anno, quando la mente tende a irrigidirsi in schemi di pensiero negativi (“le vacanze sono finite”, “ricomincia tutto come prima”, “non ce la farò mai”), il pensiero laterale diventa uno strumento prezioso.
Cos’è il pensiero laterale?
Il pensiero laterale, di cui si è occupato Edward de Bono, è una modalità di risoluzione di problemi logici attraverso un approccio indiretto che porti all’osservazione del problema da diverse angolazioni, contrapposta alla tradizionale modalità che prevede una logica sequenziale, che affronta il problema partendo dalle considerazioni che sembrano più ovvie.
Quando ragioniamo sulle cose spesso usiamo un pensiero lineare, detto appunto logica sequenziale, tipico della razionalità aristotelica di cui è permeata la nostra cultura. Se A vuol dire questo la conseguenza sarà B e se A e B sono uguali non possono essere C perchè C è diverso da A…potrei continuare all’infinito. Facciamo un esempio tipico tratto da Paul Watzlavich
Un uomo vuole appendere un quadro. Ha il chiodo, ma non il martello. Il vicino ne ha uno, così decide di andare da lui a farselo prestare. A questo punto gli sorge un dubbio: e se il mio vicino non me lo vuole prestare? Già ieri mi ha salutato appena. Forse aveva fretta, ma forse la fretta era soltanto un pretesto ed egli ce l’ha con me. E perché? Io non gli ho fatto nulla, è lui che si è messo in testa qualcosa. Se qualcuno mi chiedesse un utensile, io glielo darei subito. E perché lui no? Come si può rifiutare al prossimo un così semplice piacere? Gente così rovina l’esistenza agli altri. E per giunta si immagina che io abbia bisogno di lui, solo perché possiede un martello. Adesso basta!
E così si precipita di là, suona, il vicino apre, e prima ancora che questo abbia il tempo di dire “Buongiorno”, gli grida: “Si tenga pure il suo martello, villano!”Paul Watzlawick
Il ragionamento dell’uomo è inoppugnabile: peccato che, partendo da un presupposto sbagliato arriva a conseguenze disastrose. Quando abbiamo paura e siamo arrabbiati usiamo però molto spesso quella struttura di pensiero. Cosa fare? Un approccio laterale può essere una ottima soluzione: discostarsi (da cui il termine laterale) dalla logica consueta cercando punti di vista alternativi.
L’avversione e la depressione post-natalizia
In fondo l’avversione altro non è che il desiderio che le cose siano diverse da come sono. E gennaio, con il suo carico di “rientro alla normalità”, può intensificare questa sensazione. Ci spinge a sforzarci per cambiare la situazione attuale, uno sforzo che spesso ci porta nella direzione della nostra strategia preferita: purtroppo quando vediamo che una strategia non funziona anziché cambiare strategia preferiamo intensificare gli sforzi, infilandoci in una spirale crescente di frustrazione e fatica.
Il corpo come barometro
Il nostro corpo è come un barometro che rileva la tonalità affettiva di ciò che proviamo in ogni momento; spesso queste tonalità emotive sono sottili e quindi non ce ne accorgiamo ma sono attive e funzionano anche se non le sentiamo con chiarezza. Se sono prevalentemente basate sull’avversione il messaggio che riceviamo è che la nostra vita non va bene. E questo pensiero “la mia vita non va bene” conduce solitamente a due modalità di funzionamento: o ci sforziamo per perfezionarla o ci deprimiamo perché temiamo di non riuscirci.
A questo punto sviluppare una maggiore consapevolezza delle nostre tonalità emotive, qualunque sia la loro qualità, ci permette di riprendere il filo della nostra reazione automatica e di riconoscerne i segnali. Ci permette anche di ampliare la nostra finestra di tolleranza emotiva e quindi di provare meno avversione per ciò che accade. Sviluppare una maggiore consapevolezza restituisce infatti un senso di spaziosità che l’avversione, invece riduce.
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Per questo motivo, riconoscendo la particolare sensibilità di questo periodo, fino all’11 gennaio il protocollo MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy) per la prevenzione delle ricadute depressive è disponibile a una tariffa agevolata. È un’opportunità per trasformare questo momento di apparente “fine” in un nuovo inizio consapevole.
Lavorare con l’avversione post-natalizia
Se vuoi iniziare subito a praticare, ti offro due possibilità che possono essere particolarmente utili in questo periodo di transizione:
Pratica formale
Usa a giorni alterni questi tre file audio che trovi sul mio Canale YouTube: La consapevolezza del respiro, Accettare ciò che non vogliamo e Self compassion breathing. Sono pratiche particolarmente indicate per gestire la sensazione di “vuoto” che può seguire le festività. Lunedì 13 Gennaio alle 8 riprende la pratica gratuita. Clicca qui per partecipare (devi avere capacità di usare ZOOM)
Pratica informale
Leggi ogni giorno una poesia. Puoi farlo nella raccolta del sito: Poesia del giorno. Sono tutte poesie che hanno un riferimento sia alla mindfulness che alla bioenergetica e che ben si prestano per educare il nostro pensiero laterale e per ridurre la nostra avversione. La poesia può essere un ponte gentile tra il tempo festivo e quello ordinario.
