Nostalgia può sembrare una parola e un sentimento vecchio ma, invece, è una parola relativamente nuova, nata alla fine del XVII secolo dalla fantasia di un medico svizzero che cercava una parola che descrivesse l’ardente desiderio di tornare a casa e il dolore per la lontananza.
Soffriamo un po’ tutti di nostalgia. C’è chi ha la nostalgia dell’infanzia, chi di un tempo felice, chi dell’altrove, del viaggiare o dell’infinito che ci appartiene per diritto di nascita. È qualcosa che ci spinge alla nostra riserva di felicità perduta. A volte solo dopo che abbiamo perduto qualcosa ci rendiamo conto di quanto era importante e di quanto siamo stati distratti nel sottovalutarlo.

La nostalgia nasce dall’efficienza
La nostalgia che abbiamo oggi nasce dalla nostra efficienza. Siccome vogliamo fare tutto, fare troppo ci mette nella condizione di riempire la giornata di attività che non hanno una vera priorità ma solo urgenza. Così arriviamo alla fine del giorno con una sottile inquietudine che ci ricorda che non abbiamo davvero vissuto ma solo agito. Quell’inquietudine che chiamiamo ansia spesso è la nostalgia del tempo profondo che viviamo quando siamo dentro a ciò che accade senza doverlo per forza produrlo. L’illusione di essere produttori d contenuti, di azioni ci rende orfani del senso della nostra vita che scorre più veloce di noi.
Perché decidere, perché non decidere
Mi capita sempre più spesso di incontrare persone che hanno una paralisi rispetto alle scelte. Non scelgono, lasciano che sia la vita a scegliere per loro perché hanno troppa paura di fare la scelta sbagliata. Vorrei rassicurarle ma, dentro di me, so che hanno una sensibilità esasperata e giusta insieme.
La nostra vita è disegnata dalle scelte che facciamo. Quelle micro decisioni quotidiane che danno una direzione alla vita senza che ne siamo pienamente consapevoli. De-cidere significa tagliare via, escludere delle possibilità. Davvero vogliamo che la nostra vita sia il frutto di scelte fatte con il criterio dell’urgenza e non della priorità? Davvero ci basta l’efficienza per sentirci a posto?
Caduti nel tempo
Quand’è che abbiamo perso il tempo profondo, quello che sperimentiamo quando siamo completamente dentro un’esperienza e c’è rimasto solo il tempo dell’orologio, quello cronologico? Quando siamo diventati adulti? Da quanto tempo non “perdiamo tempo” nel senso di fare qualcosa di vitale e non produttivo? Qual è l’elefante nella stanza che evitiamo di guardare tenendoci occupati? Per tutti noi l’elefante è la finitezza della nostra vita. Ci teniamo occupati per dimenticarcene eppure non possiamo fare a meno di sentire nostalgia. Nostalgia del tempo “perso” dell’infanzia, del paradiso perduto, dell’in-finito che ci chiamava in adolescenza, il momento in cui siamo stati – tutti – più acutamente consapevoli della vita e della morte e siamo stati disponibili a giocarci il tutto per tutto. Assoluti come gli adolescenti sono solo gli artisti.
La scorrevolezza

La scorrevolezza è una virtù dubbia che ci fa entrare nel pilota automatico e toglie gusto a quello che facciamo. Va insieme alla comodità che ci fa scegliere azioni più comode abbandonando attività preziose. È comodo comprare online senza entrare in un negozio, è comodo il take away senza cucinare. Credo che se rendessimo possibile il voto su Instagram aumenterebbe molto la percentuale dei votanti perché sarebbe più comodo. Perché rinunciare alla comodità è una delle cose più difficili. Ci sembra di tornare indietro eppure, a volte, possiamo sentire proprio la nostalgia del passato, quando le cose erano meno comode.
Meditare è s-comodo
Meditare è scomodo perché ci fa perdere efficienza. In più il risultato si vede in modo imprevedibile e non sempre è come vorremmo. A volte ci mette difronte a quello che abbiamo esiliato per essere efficienti, per non sentire e per metterci scorrevolmente comodi. Eppure lo cerchiamo, quel tempo scomodo e inutile, perché sentiamo che ci toglie dall’imbuto dell’esaurimento, quello che è il risultato della nostra efficienza. A volte le persone mi scrivono per essere rassicurati del fatto che se perdono un incontro nel protocollo a cui partecipano possono recuperarlo. È una delle cose che ripeto più spesso. Più spesso ripeto che è possibile, che non c’è data di scadenza, che possono farlo in qualunque momento. L’urgenza con cui mi chiedono conferma dice però un’altra cosa: è il sorgere della nostalgia perché sanno che hanno perso un appuntamento con sé. A volte a favore di impegni improrogabili. Spesso semplicemente perché non si sono scelti e sperimentano l’inquietudine della nostalgia, l’inquietudine che proviamo quando ci esiliamo da noi stessi.
Calipso e Odisseo
Calipso fornisce a Ulisse tutte le comodità per convincerlo a stare al suo fianco. Calipso è immortale e offre a Ulisse la stessa immortalità. Eppure, lui sente nostalgia di casa, tanto che, a un certo punto, lei stessa decide di lasciarlo libero di tornare a Itaca. Malgrado Penelope fosse mortale e invecchiasse e la sua bellezza non fosse nulla al confronto di Calipso, Ulisse sente nostalgia e cerca, come tutti noi, di tornare a qualcosa che ha nel cuore e di cui sente nostalgia. Anche Calipso soffre di nostalgia, e ha bisogno di un mortale, Ulisse, per calmare la sua inquietudine. Perché è la presenza di Ulisse, mortale e inquieto, che ha restituito alla sua isola un orizzonte vitale. Quando siamo nella scorrevolezza e nella comodità sperimentiamo l’illusione dell’immortalità ma è quando ripiombiamo nella mortalità che ogni cosa acquista valore. Ulisse fu reso bello dalle sue sventure, anche noi possiamo essere resi belli dalla nostra, inevitabile, scomodità quotidiana.
© Nicoletta Cinotti 2024 Reparenting ourselves. Diventare genitori di sé stessi
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Informazioni utili
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«O dea sovrana, non adirarti con me per questo: so anch’io,
e molto bene, che a tuo confronto la saggia Penelope
per aspetto e grandezza non val niente a vederla:
è mortale, e tu sei immortale e non ti tocca vecchiezza.
Ma anche così desidero e invoco ogni giorno
di tornarmene a casa, vedere il ritorno.
Se ancora qualcuno dei numi vorrà tormentarmi sul livido mare,
sopporterò, perché in petto ho un cuore avvezzo alle pene.
Molto ho sofferto, ho corso molti pericoli
fra l’onde e in guerra: e dopo quelli venga anche questo!»
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