Quanti noi noi sono stati considerati “cattivi” bambini o bambine? Magari solo perché mangiavano poco o dormivano poco. E quanti sono stati considerati “brave o bravi” bambini semplicemente perché non avevano il coraggio di opporsi? Erano ubbidienti perché spaventati dall’idea di perdere l’amore dei genitori o all’idea di venire puniti.
Bravi o cattivi portano questa scelta nel corpo che hanno costretto all’accondiscendenza o alla tensione.Sono due forme opposte di difesa che portiamo avanti fin da piccoli: c’è chi sceglie la strada dell’opposizione e chi sceglie quella dell’accondiscendenza. Sono due strade che tendono a rimanere nel tempo perché vanno a costruire il senso di identità personale. È difficile tornare a essere chi siamo, è difficile ascoltare la nostra voce e non quella reattiva dell’opposizione o dell’accondiscendenza. Perché anche la scelta dell’accondiscendenza è reattiva, è reattiva alla paura, mentre l’opposizione è reattiva attraverso la rabbia.
Potremmo rimanere intrappolati o intrappolate per tutta la vita in questi schemi di risposta che diventano anche modi di entrare in relazione. Comunque sia perdiamo in entrambi i casi la stessa cosa: la capacità di sapere quali sono davvero i nostri bisogni. Non lo sappiamo più: sappiamo difenderci ma non ascoltarci. Sappiamo quali sono i nostri desideri ma abbiamo perso la strada per ascoltare i nostri bisogni. Li sostituiamo con i desideri perché così facciamo prima. I desideri infatti possono essere più o meno realizzabili (a volte sono addirittura comprabili) i bisogni, invece, ci fanno sentire vulnerabili, di una vulnerabilità profonda, scritta nel corpo prima che nella mente. È per questo che la self compassion è così intima e profonda: perché con gentilezza ci accompagna a portare lo sguardo ai nostri bisogni e compie un radicale atto di liberazione, necessario quanto delicato: ci dice che possiamo dare una risposta in prima persona. Che non siamo più dipendenti dai nostri genitori per rispondere ai nostri bisogni.
È un passaggio rivoluzionario e un gesto maestrale: guardare ai bisogni aspettando che siano gli altri a dare una risposta ci renderebbe nuovamente bambini e, invece, l’invito è a guardare a noi stessi per quello che siamo o che possiamo diventare: genitori di noi stessi. Perdere questo invito, rinunciare alla possibilità di diventare genitore di te stesso significa passare la vita a realizzare desideri e lasciare sempre più affamati i nostri bisogni.
“Ogni volta che ci chiediamo: «Di che cosa ho bisogno ora?», riconosciamo la possibilità di riparare oggi, proprio qui, proprio ora, mancanze che sono avvenute ieri.” Genitori di sé stessi: Mindfulness e Reparenting by Nicoletta Cinotti
Pratica di self-compassion: Compassione per il sé ansioso o Compassione per il Sé arrabbiato
© Nicoletta Cinotti 2024 Il programma di Mindful self-compassion in very early bird. Questo programma, ideato da Kristin Neff e Chris Germer è al momento con iscrizione in very early bird.


Meditare è scomodo perché ci fa perdere efficienza. In più il risultato si vede in modo imprevedibile e non sempre è come vorremmo. A volte ci mette difronte a quello che abbiamo esiliato per essere efficienti, per non sentire e per metterci scorrevolmente comodi. Eppure lo cerchiamo, quel tempo scomodo e inutile, perché sentiamo che ci toglie dall’imbuto dell’esaurimento, quello che è il risultato della nostra efficienza. A volte le persone mi scrivono per essere rassicurati del fatto che se perdono un incontro nel protocollo a cui partecipano possono recuperarlo. È una delle cose che ripeto più spesso. Più spesso ripeto che è possibile, che non c’è data di scadenza, che possono farlo in qualunque momento. L’urgenza con cui mi chiedono conferma dice però un’altra cosa: è il sorgere della nostalgia perché sanno che hanno perso un appuntamento con sé. A volte a favore di impegni improrogabili. Spesso semplicemente perché non si sono scelti e sperimentano l’inquietudine della nostalgia, l’inquietudine che proviamo quando ci esiliamo da noi stessi.
