Mentre parlo a mia madre riordino le cose. I dorsi dei libri accanto al telefono.
Le graffette
in un piatto di ceramica. Residui di gomma da cancellare che punteggiano la scrivania. Parla
con trasporto
della morte. Mi metto a girare le graffette dall’altra parte.
Fuori
dalla finestra la neve cade in linee rette. A mia madre,
amore
della mia vita, descrivo cos’ho mangiato a colazione. Ora le linee
cadono
più veloci. La sorte ha posto dei piccoli pesi agli estremi (per farci più veloci)
le voglio
dire—segno della pietà divina. Non mi farò fermare da lei
dice,
non mi farò costringere. Miracoli ci scivolano alle spalle. Le
graffette
sono allineate per sempre. Pietà divina! Per quanto tempo
lo
sentirò bruciare, disse la bambina per essere
gentile.
@Anne Carson
esplora
La depressione perfezionistica e il protocollo MBCT
Sono psicoterapeuta da molto tempo, e detto così potrebbe non sembrare una notizia entusiasmante. In realtà credo di aver vissuto un tempo molto fertile nella mia professione: gli ultimi trent’anni sono stati davvero ricchi di novità cliniche, di nuove modalità di approccio e di nuove patologie!
Nel tempo infatti non è cambiato solo il mio modo di lavorare ma sono cambiate tantissimo le richieste che i pazienti portano in studio e le modalità di relazione. Il primo grande cambiamento è l’aumento di disagi esistenziali collegati alla sensazione di non realizzazione, professionale o affettiva. L’idea che la nostra vita sia una semplice vita – un’idea che forse poteva essere ritenuta una fortuna anche solo 50 anni fa – può gettare nella più cupa disperazione. Le depressioni primarie diminuiscono, la depressione perfezionistica cresce in modo esponenziale ed è, molto spesso, proprio strettamente connessa con il nostro desiderio di realizzazione
Cos’è la depressione perfezionistica
Forse sarebbe meglio partire da che cos’è la depressione. In forma abbreviata potremmo dire che è un insieme di disagi fisici ed emotivi connessi ad una esperienza di mancanza, di perdita, che, con il tempo si cronicizza e tende a ripetersi in forma acuta periodicamente. La depressione primaria è una esperienza di perdita più o meno grave che lascia una propensione a cogliere la perdita come evento traumatico e che si riattiva in situazioni in cui si sperimenta una nuova perdita.
Anche la depressione perfezionistica si costruisce attorno ad un senso di mancanza, solo che è la mancanza di ciò che non si è realizzato. Non è qualcosa che si è perso. È il dolore per qualcosa che non si è mai avuto. Com’è possibile soffrire per qualcosa che non abbiamo avuto? Sembra strano ma non è così strano, basti pensare al dolore per non essere riusciti ad avere figli. Al dolore per non aver completato un progetto importante. Al dolore per non aver raggiunto un obiettivo significativo. Il problema è che, queste “mancanze” allargano la loro sfera di significato al Sè. Non soffriamo più perchè qualcosa non si è realizzato: il fatto che non si sia realizzato sembra diventare una sorta di conferma della nostra inadeguatezza. Si innesca così un circolo vizioso in cui ci sforziamo di raggiungere l’obiettivo, ci esauriamo nel tentativo di farlo, ci critichiamo per provare ancora a ripetere l’esperienza e, non riuscendoci, rinforziamo l’attacco contro di noi. Credo che la descrizione renda abbastanza l’idea di come può sentirsi una persona in questa situazione (francamente credo che quasi tutti abbiano sperimentato questa situazione). Più difficile capire come uscirne.
Il trattamento farmacologico
Il trattamento farmacologico è un’ottima strada nel trattamento delle depressioni primarie, soprattutto di quelle recidivanti. Ci sono molte molecole, di solito ben tollerate, e non siamo più costretti alla dipendenza fisica da benzodiazepine. Nella depressione perfezionistica però funzionano meno o non funzionano affatto. Perché? Perché, molto spesso, la persona non ha carenza di serotonina ma carenza di self compassion. E, per quella carenza, non ci sono molecole che funzionino: serve un’attenzione affettuosa verso se stessi.
Il trucco dei pensieri
Tutti i disagi emotivi – che siano o meno di natura depressiva – sono mantenuti da schemi disfunzionali di risposta sostenuti dai nostri pensieri. L’idea che i pensieri giochino un ruolo importante nel protrarsi del disturbo emotivo è relativamente recente e si deve, non credo di sbagliare, a Aron Beck e a quella che viene definita la terza onda della teoria cognitivista. Lasciamo perdere però le definizioni – anche se terza onda è piuttosto suggestivo – e vediamo in che cosa consiste. Noi (psicoterapeuti) siamo stati educati a lavorare sui contenuti. C’è chi ha imparato a farlo in maniera simbolica, interpretativa, chi l’ha fatto in maniera esperenziale. Questa convinzione che il contenuto sia il nucleo della faccenda su cui è necessario lavorare passa attraverso una sopravvalutazione dei processi di pensiero. Comprendo qualcosa? Bene, allora basta questo per cambiare! In realtà non funziona. Non funziona proprio. Spesso comprendiamo benissimo tutto e continuiamo a fare esattamente la stessa cosa. E qui arriva la rivoluzione mindfulness. In particolare la rivoluzione MBCT.
Smettiamo di guardare al contenuto e cambiamo relazione con i pensieri
Di che rivoluzione si tratta? Semplice: anziché guardare al contenuto di quello che pensiamo cambiamo relazione con i pensieri. Non cerchiamo di cambiare il contenuto, non cerchiamo di scacciarli. Cerchiamo solo di prendere contatto con una verità semplice ed essenziale: i pensieri non sono fatti. Sono eventi mentali. La mente è fatta per produrre pensieri così come i polmoni permettono di respirare, l’apparato digerente di nutrirci ed evacuare. E, anche la mente, così come i polmoni e i reni e l’intestino, lascia andare prodotti di scarto sotto forma di pensieri. No, scherzavo. Detta così è troppo forte ma il senso è che noi prendiamo per veri, per buoni, i nostri pensieri e sottovalutiamo il fatto che, molto spesso, sono condizionati dal nostro umore e dal nostro stato di salute fisico.
A questo punto interviene la domanda: come cambio la relazione con i pensieri?
Passi di cambiamento
La base dalla quale partiamo è sempre l’esperienza mindfulness, per dare radicamento al corpo, alla percezione e aprire lo schema d’esperienza. Forse sarà capitato anche a te di accorgerti che, quando pensiamo, finiamo per rimanere assorbiti e ridurre la qualità della sensazione fisica, della percezione sensoriale. La mindfulness ci aiuta ad invertire questa tendenza e a tornare presenti – non solo con la mente ma anche con il corpo.
Questo è il primo passo: necessario ma non sufficiente.
Gli altri due passi sono: non identificarsi e distanziarsi e, infine, consolarsi
Tendiamo a dare valore di verità a ciò che pensiamo e, invece, è solo un pensiero, spesso determinato dall’umore. Nei protocolli MBCT impariamo modi specifici per guardare diversamente ai nostri pensieri, per considerarli eventi mentali, ipotesi sulla realtà e non la realtà stessa. Ci sono pratiche di consapevolezza, meditazioni ed esercizi che ci aiutano a farlo e a continuare a farlo, attraverso un autonomo lavoro a casa.
Se guardiamo ai nostri pensieri come ad eventi mentali, possiamo vedere il panorama complessivo, la sua apertura, l’intrecciarsi di aspetti emotivi e fisici in ciò che pensiamo. Ma non è solo questo il lavoro che facciamo: ci ricordiamo di consolarci.
Ci siamo dimenticati la consolazione
La nostra fiducia nella “razionalità” e nei processi di pensiero non sempre ci è stata d’aiuto: molto spesso ha prodotto uno strano dislivello tra la nostra intelligenza, la nostra cultura e la nostra felicità. Abbiamo pensato che bastasse capire il perché qualcosa accadeva affinché cambiasse. Abbiamo dato un potere magico ai pensieri e non ci siamo accorti che i nostri pensieri, che tendiamo a considerare razionali – non sono affatto pensieri. Sono, piuttosto emozioni travestite da pensieri. Sono modi cognitivi per dare voce a quello che sentiamo senza provarne la sensazione emotiva. Perché delle emozioni abbiamo paura e dei pensieri no! Pessima posizione visto che le emozioni sono legate alle situazioni contingenti ma con i pensieri possiamo far tornare a galla qualsiasi emozione in qualsiasi momento anche se ormai è passato tanto tempo dall’evento che l’ha scatenata.
Alla fine i pensieri ri-attualizzazno il trauma, non ci consolano e aumentano il nostro senso di inadeguatezza. Infatti un’altra delle caratteristiche della depressione perfezionistica è quella di ritenersi responsabili di ciò che non riusciamo a realizzare, anche se è, evidentemente, una missione impossibile.
Ci siamo dimenticati che qualsiasi dolore – legato a qualcosa accaduto o a qualcosa che non si è realizzato – necessita, come prima cosa, della consolazione. Del conforto che viene da una comprensione emotiva. Possiamo soffrire per ragioni molto irrazionali ma la consolazione può arrivare in ogni piega. Non la consolazione degli altri – che pure desideriamo – ma la nostra consolazione. Quella che rimandiamo lungamente di darci. Quella di cui abbiamo bisogno per essere felici
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© Nicoletta Cinotti 2023
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Il Protocollo MBCT: Protocollo per la prevenzione delle ricadute depressive
Dall’autocritica all’accettazione
Tutti noi sperimentiamo, a diversi livelli, un senso di vergogna o inadeguatezza, che può emergere quando pensiamo di venir giudicati dagli altri o semplicemente di non “essere abbastanza”.
Comunemente queste sensazioni si accompagnano con una forma di autocritica e di attacco nei confronti delle parti di noi che percepiamo come insufficienti. Piuttosto che sentire sostegno, gentilezza ed entusiasmo per noi stessi e per le nostre difficoltà, proviamo rabbia, delusione, frustrazione e auto-condanna.
Le piccole tragedie sono complicate da processare. Si ingrossano e sguazzano tra le grandi doline del cervello. Lidia Yuknavitch
Sostituire la compassione alla vergogna
Per questa ragione trovare strumenti per sostituire la vergogna e l’autocritica con la compassione e la comprensione è importante ed è un aiuto fondamentale per crescere e andare oltre nelle proprie difficoltà. Difficoltà che condividiamo con moltissime altre persone, vista l’ampia diffusione che questi problemi hanno in tutte le culture occidentali.
Sperimentiamo vergogna per la nostra vita emotiva e quindi neghiamo parti di noi o le nascondiamo (non vedo). Genitori di sé stessi . Enrico Damiani Editore.
Gli scenari della critica
Sono davvero moltissime le situazioni che possono suscitare un profondo senso di critica nei nostri confronti: il ripetersi delle difficoltà, l’impotenza rispetto al cambiamento, il fallimento di un progetto, di una relazione o, per noi psicoterapeuti, il fallimento di un trattamento, sono tutte occasioni – non infrequenti – che possono scatenare un attacco interiore.
Comportarsi in modi non accettabili nella nostra famiglia, nella nostra cultura di appartenenza, nel nostro gruppo di amici, anche se sappiamo di aver fatto una scelta responsabile, può suscitare altrettanto imbarazzo e vergogna.
Vergogna e autocritica
Molte ricerche hanno mostrato come l’autocritica sia legata alla preoccupazione per ciò che gli altri possono pensare di noi e scatenare un flusso di pensieri che segue due correnti principali:
- la preoccupazione di ciò che possono pensare gli altri;
- la preoccupazione di cosa pensiamo noi su noi stessi.
In questa situazione sia il mondo interno che il mondo esterno diventano fonte di minaccia ed emerge la sensazione che non esista un luogo sicuro in cui rifugiarsi.
In fondo la meditazione ci chiede proprio questo: di rilassarci in quello che sta succedendo senza dissociarci. Ci chiede solo di rimanere presenti, non di essere perfetti. Ci invita a dimorare nella nostra imperfetta realtà. Allora la vera lotta sarà permettere che la nostra compassione trasformi la paura in coraggio. Perché questo è il coraggio: avere compassione e comprensione della nostra paura. Genitori di sé stessi . Enrico Damiani Editore.
Cosa fare?
Una delle cose che può essere utile in queste situazioni è fare un passo indietro e riconoscere la qualità del flusso dei pensieri. Provare a focalizzarsi sul respiro, ri-centrare la propria attenzione ed equilibrare i pensieri con alcune domande può offrire sollievo. Per esempio possiamo chiederci se davvero quello che è accaduto cambia tutta la nostra vita, se pensiamo che tra una settimana, un mese, un anno, rimarrà traccia di questo episodio. Possiamo chiederci se pensiamo che queste cose accadano solo a noi, se crediamo di aver avuto l’intenzione di produrre un fallimento o se pensiamo che ciò che è accaduto dipenda solo dal nostro comportamento.
Lasciare spazio mentale a queste domande può portare un senso di maggior calore, gentilezza e compassione verso noi stessi e verso gli altri e può aiutarci ad immaginare come reagiremmo se tutto questo fosse accaduto ad un amico. Probabilmente la nostra critica lascerebbe il posto ad un atteggiamento di comprensione e sostegno.

Vergogna e delusione
Possiamo facilmente accorgerci che la vergogna che proviamo in molte situazioni è legata non tanto al fatto che non abbiamo soddisfatto i nostri standard ma soprattutto alla paura che questo errore ci renda indesiderabili ai nostri occhi e allo sguardo altrui. Così, giusto per fare un esempio, potremmo passare dal dirsi, “Sono grassa/o” al dirsi, “Non sono magra/o come vorrei” oppure passare dal dirsi “Sono sbagliata/o, inadeguato/a” al dirsi “Non sono in gamba come mi piacerebbe essere”.
La vergogna infatti presuppone il sentirsi vicini ad una immagine di sé che non vogliamo avere. E non vogliamo avere quell’immagine di noi perché la identifichiamo con la minaccia di rifiuto, di perdita o di marginalizzazione. Spesso è proprio questo sistema di minaccia che fa emergere la sensazione di inadeguatezza.
Più siamo vulnerabili alla vergogna più possono accadere tre processi:
- Attaccare se stessi: Emergono alcuni pensieri come “Avrei dovuto fare meglio. Cosa c’è in me che non va?”Oppure, “Perché sono così? Perché non ho insistito? Perché non ho fatto abbastanza?” Questi in realtà non sono pensieri ma sono l’espressione cognitiva delle sensazioni di frustrazione, rabbia e condanna che viviamo. E quindi vanno considerate emozioni più che idee.
- Attaccare gli altri: La delusione e il gap che questa crea tra la realtà che vorremmo vivere e quella che ci ritroviamo a vivere ci porta a percepire gli altri come una minaccia alla nostra integrità e quindi ad attaccarli. “Perché non mi ha capito? perché non ha fatto quella cosa che sa che mi è necessaria? Perché devo sempre pensare a tutto io?”
- Rinunciare: la sensazione emotiva che emerge è quella di sentire affondare il proprio cuore nella rinuncia. Una sensazione che si accompagna a pensieri come “Non c’è più niente da fare. Faccio sempre errori. Le cose non vanno mai come dovrebbero per me. E’ tutto inutile”. A questo punto il rischio, concreto, è proprio quello di rinunciare e di rassegnarsi.
Se facciamo il fatidico passo indietro però è possibile accorgersi che nessuna di queste risposte è davvero compassionevole, né nei propri confronti, né nei confronti altrui. Il punto è che non possiamo pretendere di non provare mai queste sensazioni, non possiamo pretendere di vivere senza delusione, fallimenti, errori. La compassione può sostenerci sulla strada della comprensione della nostra tenera e vulnerabile fallibilità come persone e come professionisti. (Sei un professionista e vuoi approfondire il ruolo dell’accettazione in psicoterapia? prosegui qui)
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Mindfulness e psicoterapia: il ruolo dell’accettazione
C’è una famosa leggenda Cherokee che ben si presta a descrivere l’approccio mindfulness alla psicodinamica tra stati mentali salutari e stati mentali non salutari
Leggenda Cherokee dei due lupi
Un anziano Cherokee stava raccontanto al nipote la propria vita.“C’è una guerra dentro di me:” E’ una lotta molto dura tra due lupi. Uno e cattivo… è invidioso, ingordo, ha molte colpe , prova risentimento verso il prossimo, è indulgente con se stesso, bugiardo e con un orgoglio finto. L’altro invece è buono.. è la gioia, la compassione, l’umiltà, la benevolenza e la verità…La stessa lotta che c’è dentro di me adesso c’è anche dentro di te, e c’è dentro a ogni persona….”Il nipote guarda in su verso il nonno e con gli occhi pieni di paura gli chiede:” Dimmi nonno, quale di questi due vince?” E il nonno in risposta “Quello che nutri…..”
Questa leggenda descrive bene l’esperienza che ognuno di noi può avere su di sé: spesso siamo attraversati dall’invidia di cui ci ha parlato riccamente Melanie Klein, oppure dai profondi conflitti interni che costituiscono la topica psicoanalitica o siamo pieni di risentimento rispetto alla nostra esperienza passata. Questa realtà non viene negata. Ma si sceglie di nutrire gli aspetti positivi della propria personalità: quelle emozioni di compassione, saggezza, umiltà e benevolenza che appartengono alle emozioni sociali positive e che sottolineano gli aspetti di interconnessione anziché gli aspetti personalistici.
L’accettazione
La storia permette subito, fin dall’incipit, di svelare la chiave di questo processo: è la consapevolezza non giudicante, della presenza di entrambi, la verità della loro coesistenza e una accettazione onnicomprensiva che permette di aprire la porta all’emergere dei sentimenti positivi, senza negare la presenza gli elementi negativi.
Si rinuncia quindi all’analisi degli aspetti conflittuali per indagarli, con interesse e curiosità, senza evitare di riconoscere la loro presenza e la loro natura che comprende eventuali associazioni con la nostra storia passata. Questo materiale entra nel campo della consapevolezza per essere trattato con accettazione, senza intraprendere azioni dirette volte al cambiamento e viene trattato come una contrazione della mente, un corrispettivo alle contrazioni muscolari che possiamo sperimentare nel corpo.
La storia afferma anche la presenza dei “se multipli”(Bromberg 1993) dove la coscienza ha la funzione di una coalizione di diversi stati del sé. Ciò che conscio è quindi ciò a cui prestiamo attenzione, più che una biforcazione del sistema psichico tra conscio e inconscio. L’attenzione ai diversi stati del Sé, in momenti differenti, è una funzione determinata da diversi stimoli, sia interni che esterni.
Considerarle come sub-identità offre parecchi vantaggi: patologizza meno i sintomi considerandoli aspetti parziali e non identitari; rende possibile conoscere e nominare parti di noi e consente di rispondere in maniera differenziata a bisogni che possono sembrare contraddittori; lascia sempre attiva una parte sana, capace di curarci. Genitori di sé stessi . Enrico Damiani Editore.
Alcuni aspetti del Sé vengono tenuti fuori dalla coscienza, attraverso aspetti dissociativi. Non esiste un Io che reprime gli impulsi inaccettabili ma piuttosto una direzione sistemica dell’attenzione che distoglie da quegli aspetti dell’esperienza del Sé che riteniamo inaccettabili. Questi aspetti dissociati sono generalmente quelli connessi ad esperienze traumatiche.
La terapia consiste nell’integrare differenti parti del Sé e nel portarle ad un dialogo reciproco attraverso la consapevolezza.
La psicologia buddista
Nella psicologia buddista, a cui la tradizione mindfulness fa riferimento, l’esperienza di un Sé unitario e statico è considerata una illusione. In questa prospettiva il cambiamento avviene abbandonando la necessità difensiva di vedere se stessi come un insieme immutabile e statico. E la salute psicologica coincide con la capacità di abbandonarsi e di essere semplicemente vivi.
Questa visione granulare della nostra identità non è nuova, fa parte della psicologia buddista ma è, nello stesso tempo,all’avanguardia perché viene teorizzata nella psicologia contemporanea. Ne parla Richard Schwartz5 nella sua teoria IFS (Internal Family System), ne parla Daniel Siegel in Mindsight. Genitori di sé stessi . Enrico Damiani Editore.
Accettazione e consapevolezza
La ragione dell’importanza particolare attribuita ai processi di accettazione è strettamente collegata al ruolo centrale della consapevolezza. Ogni processo di rifiuto, critica o giudizio, infatti, finisce per provocare una restrizione del campo di consapevolezza. Non riusciamo a rimanere a lungo consapevoli dei nostri aspetti negativi se non attraverso il filtro dell’accettazione incondizionata, del perdono e della compassione verso di sé. Il tema dell’accettazione è, quindi, inevitabilmente e strettamente connesso al sostegno agli aspetti positivi di compassione, benevolenza e perdono nei confronti di sé stessi e degli altri. Aspetti che sappiamo essere connessi con la pratica della meditazione. Questo comporta la rinuncia a qualsiasi elemento direttamente trasformativo degli aspetti negativi. Una rinuncia che comporta una piccola rivoluzione terapeutica: non è la manipolazione e l’attacco diretto al sintomo quello che guida il processo di cambiamento. E’ piuttosto il riconoscere l’esistenza di un tratto che necessita di quell’amoreprofondo che gli è stato originariamente negato e che ha prodotto una sorta di scissione interna alla nostra personalità.
Il paradosso centrale del processo di cambiamento è propri qui: abbandonando il desiderio di essere qualcosa di diverso da ciò che siamo, sperimentiamo il cambiamento. Un compito importante della terapia mindfulness based consiste nell’aiutare i pazienti ad abbandonare i loro tentativi di manipolazione di sé per muoversi verso l’accettazione.
Il ruolo della resistenza
Questo nuovo approccio alle difese ha origini lontane nella storia della clinica. Già nel 1941 Fenichel affermava.<<L’analisi deve sempre procedere secondo il livello che in quel momento è accessibile all’io. Quando una interpretazione non ha efficacia ci si chiede spesso:”Come avrei potuto dare un’interpretazione più profonda?” Spesso però il problema andrebbe posto in maniera più corretta:”Come avrei potuto interpretare in maniera più superficiale?”>>(Fenichel, 1941,41). Prima ancora Reich (1934), attraverso l’analisi del carattere, aveva avanzato l’ipotesi che le resistenze costituissero una protezione contro il pericolo psichico, fornendo al terapeuta informazioni essenziali rispetto al modo di funzionare nella realtà del paziente. Questo significa che la resistenza è una parte del Sé con la quale è essenziale imparare a collaborare e ad allearsi.
In questo senso il paziente va aiutato ad assumersi non la responsabilità del cambiamento ma la responsabilità delle proprie azioni, ossia sperimentare le azioni consuete come qualcosa di scelto e voluto. Perché questo sia possibile è necessario che il paziente possa essere in grado di accettarsi nel momento e nel contesto della relazione con il terapeuta. Una accettazione che deve essere bipersonale.
La contrazione del corpo e della mente:mindfulness e bioenergetica
Sotteso al tema dell’accettazione è quindi il ruolo chiave delle resistenze che costruiscono il nostro modo di funzionare nella realtà. In questo alveo si comprende l’attenzione centrale ai processi corporei che ci permettono di riconoscere le nostre contrazioni fisiche, che sono sia modi di ridurre la consapevolezza, che aspetti corrispondenti a contrazioni mentali da esplorare. In questo senso mindfulness e bioenergetica declinano insieme l’attenzione alla consapevolezza corporea e alla padronanza ma anche il senso del principio di identità funzionale mente-corpo. Questo principio, di origine reichiana, afferma che ad ogni stato corporeo corrisponde uno stato mentale e quindi ad una contrazione cronica nel corpo, corrisponde una contrazione cronica nella mente, uno schema maladattativo di risposta.
Il lavoro sull’accettazione quindi non può prescindere da un lavoro corporeo perché, altrimenti, il rischio è che l’accettazione sia una scelta “pensata” ma non “sentita”.
© Nicoletta Cinotti 2023
Aiuto, non ho energia!
Quante volte ci sentiamo scarichi, privi di vitalità, anche se non abbiamo fatto cose che giustifichino questa sensazione? E quante volte, invece, dopo una giornata piena di impegni, siamo vitali e felici con una stanchezza che potremmo definire fisiologica?
Il concetto di energia
Nel linguaggio comune il riferimento alla vitalità intesa come energia è molto frequente. E quasi sempre associamo l’energia, alla vitalità e al benessere. Spesso ci lamentiamo della scarsa energia proprio perché lo percepiamo come un detrimento nella qualità della nostra vita. Nello stesso tempo se andiamo dal medico e diciamo che abbiamo poca energia possiamo ricevere il generico consiglio di riposarci un po’ che – sappiamo tutti per esperienza personale – non risolve che limitatamente il nostro problema energetico. Perché?
Diversi tipi di stanchezza
Intanto dobbiamo distinguere tra un livello di stanchezza giustificabile dalle nostre attività quotidiane e una stanchezza che possiamo invece trovare inspiegabile perché presente al risveglio o anche dopo una giornata di riposo. Spesso definiamo quella stanchezza “mentale”. E non abbiamo tutti i torti. Infatti una stanchezza non collegata all’attività fisica è spesso una stanchezza che deriva da una sopraffazione delle modalità automatiche di risposta, modalità che hanno una strutturazione psico-fisica.
Le modalità automatiche di risposta
Queste modalità automatiche hanno la funzione di renderci più efficienti e di farci risparmiare energia. Sono costituiti dai nostri modi abituali di funzionamento e sono diretti tutti ad attività – fisiche o mentali – regolate dalla modalità del fare. Questa modalità è attivata dal nostro rilevatore di discrepanza. Quando troviamo una discrepanza tra la nostra aspettativa e la realtà, iniziamo a fare delle cose che riducano questa discrepanza. Continuiamo ad agire fino a che la discrepanza non si è sanata. Purtroppo molte delle nostre discrepanze non sono riparabili: o perché non dipendono da noi o perché sono più complesse di come sembra. Questo sistema quindi funziona bene per molte cose ma può portarci a dei livelli di attività che, non essendo accompagnati da un risultato e quindi dal riposo successivo, esauriscono le nostre riserve energetiche. In queste attività il modello classico di “attività + risultato = riposo“non può funzionare e se non siamo consapevoli possiamo andare avanti all’infinito perché non riceviamo il segnale di STOP che identifichiamo con il raggiungimento del risultato. Questa è una delle prima cause della sensazione di esaurimento.Ma non l’unica.
La fatica emotiva
Quando emergono delle emozioni attiviamo anche – indipendentemente dalla nostra consapevolezza – degli schemi di risposta muscolare. Questo perché ad ogni emozione corrisponde una risposta fisica. Se esprimiamo la nostra emozione ci troviamo nella situazione del nostro pattinatore qui a fianco. L’emozione dà una carica, che si esprime attraverso l’energia cinetica che permette di arrivare sull’altra sponda ed essere quindi pronti ad un’altra emozione. Ma noi non possiamo e non vogliamo esprimere tutte le nostre emozioni. In parte per buoni motivi, in parte perché siamo emotivamente bloccati e un po’ nevrotici. Le emozioni non espresse ci mettono nella condizione di rimanere in una situazione di energia potenziale. Cosa significa? Significa che il corpo si attiva per il movimento ma il movimento non avviene. Se prima o poi ci esprimiamo emotivamente – cioè se ci buttiamo con la skate – il problema è risolto. Al massimo sommiamo le due cariche emotive e rispondiamo più emotivamente del necessario. Ma se esprimiamo poco o quasi nulla ci costringiamo a rimanere a lungo nella posizione di energia potenziale del ragazzo qui accanto: una situazione decisamente faticosa e paradossale che prima o poi deve terminare.
Molta della nostra stanchezza è di questo tipo e non è una stanchezza che passa attraverso il riposo. Anzi. Stiamo molto meglio se, in queste situazioni, facciamo un’attività fisica, corriamo, nuotiamo, giochiamo a calcio o a tennis. Perché, in questo modo, direzioniamo l’energia potenziale rimasta nel corpo. Ovviamente la espressione fisica non compensa la mancanza di espressione emotiva che richiede un’attività più direzionata e rivolta alle emozioni. In questi casi dobbiamo trovare un’attività che ci permetta di raccogliere il filo delle emozioni inespresse e possiamo farlo attraverso la classe d’esercizi o la psicoterapia
Perché la bioenergetica
L’analisi bioenergetica può essere una buona risposta perché permette che ci sia l’analisi verbale ma anche l’espressione corporea delle emozioni, cogliendo così la realtà della nostra esperienza energetica. Parlare, se non è davvero espressivo, non ci dà una sensazione di recupero energetico ma, anzi, può rafforzare la sensazione di scaricarci. Questo è legato all’altro aspetto delle modalità automatiche di risposta. In bioenergetica infatti ad una modalità di funzionamento fisico corrisponde una modalità di funzionamento mentale, quella che Wilhelm Reich chiamava identità funzionale mente-corpo.
Schematicamente possiamo immaginare l’energia espressa da una freccia che parte dal punto centrale in basso, dà una spinta all’azione. Se percepiamo questo impulso come non adeguato avviene un blocco che, dal punto di vista fisico corrisponde al blocco muscolare che ci lascia alla partenza e dal punto di vista mentale si traduce con una modalità automatica di risposta. Queste modalità automatiche di risposta sono espresse dai nostri pensieri ripetitivi ed automatici, che danno a ciò che ci accade una risposta preconfezionata. Attribuiamo il “solito significato” se andare a verificare se le cose, nel presente della nostra vita, sono proprio così.
Spesso la nostra stanchezza dipende anche proprio da questa sensazione che si ripetano sempre le stesse difficoltà, senza renderci conto che frequentemente questo dipende da ciò che sta nella nostra mente e nelle nostre modalità automatiche di risposta, più che dagli stimoli che la vita ci offre.
A conferma di ciò questa stanchezza può svanire improvvisamente difronte ad uno stimolo nuovo che riattiva la nostra creatività e il piacere di vivere. Perché questo accada non abbiamo bisogno che cambi “la nostra vita”, possiamo cambiare il nostro modo di viverla! In poche parole – parafrasando Lowen – possiamo cambiare il corpo perchè cambi anche la mente!
a cura di ©Nicoletta Cinotti
La carica e la scarica in bioenergetica: il processo di cambiamento
Il nostro organismo funziona attraverso un processo di carica e scarica e attraverso l’equilibrio tra i due momenti del processo. Questo equilibrio, mai statico, è importante perchè mantiene un livello di energia adeguato ai propri bisogni e alla propria fase della vita: un bambino impiega parte di questa energia per crescere e lo stesso vale per la crescita emotiva. Quando vogliamo “crescere emotivamente”, sciogliere difficoltà esistenziali,abbiamo bisogno di più energia: energia che raccogliamo “amplificando il nostro sistema”, ossia attraverso l’aiuto degli altri e attraverso maggiori stimoli che cerchiamo – direttamente attraverso le relazioni o indirettamente attraverso letture e approfondimenti.
Cambiare richiede maggiori energie
Questa maggiore richiesta di energia può trovare una risposta anche impiegando diversamente l’energia che teniamo impegnata per mantenere blocchi e contrazioni: ragione per cui il lavoro corporeo è così importante. I blocchi e le contrazioni muscolari richiedono infatti un impiego di energia per essere mantenuti; sciogliendo il blocco – che in bioenergetica è sempre corporeo ed emotivo – mobilizziamo nuove risorse. All’inizio passiamo un periodo di confusione o disorientamento fino a che non emergono “nuove risposte” e nuove modalità per affrontare le sfide che la vita ci propone. Questo passaggio richiede lo sviluppo di nuove modalità di autoregolazione e possiamo ottenerlo tramite lo stimolo offerto dalla regolazione interattiva, dalla relazione.
Parliamo di energia ma non in senso meccanico
Le attività fondamentali non vengono svolte in modo meccanico, nemmeno respirare, mangiare e muoversi, sono semplici atti meccanici. Una persona infatti si esprime attraverso le proprie azioni e i propri movimenti.
Quando l’espressione di sè è libera e adeguata alla realtà, il fatto di scaricare la propria energia procura un senso di soddisfazione e piacere. Questa soddisfazione e piacere stimola nell’organismo una maggiore attività metabolica, che si riflette in un respiro più pieno e profondo: quando c’è piacere le attività ritmiche e involontarie della vita funzionano a livello ottimale.
L’espressione di sè
Piacere e soddisfazione sono il risultato immediato dell’espressione di sè: una delle tre azioni fondamentali del Sé corporeo secondo Lowen (le altre due sono consapevolezza di sé e padronanza di sé). Limitando il diritto ad esprimersi si limitano le possibilità di provare piacere e di vivere in modo creativo. Se la nostra autoespressione viene ridotta per ragioni interne (inibizioni o tensioni muscolari croniche), la capacità di provare piacere è ridotta e quindi, a livello inconscio, viene ridotta la propria assunzione di energia per mantenere l’equilibrio energetico del corpo.
Aumentare il livello energetico
Non è possibile aumentare il livello energetico di una persona solo ampliando la respirazione – altrimenti gli sportivi sarebbero gli esseri più felici del mondo e sappiamo che non è così anche se lo sport fa bene alla salute – è necessario aprire anche le vie dell’autoespressione che sono il movimento, la voce e gli occhi. Processi che spesso avvengono spontaneamente attraverso i meccanismi di autoregolazione: può capitare infatti che un paziente durante il lavoro sul cavalletto, giusto per fare un esempio, inizi a piangere o a provare rabbia. Non sa perché in senso letterale, semplicemente l’apertura del respiro ha caricato il suo corpo e attivato emozioni lungamente represse che ormai non hanno più una storia precisa da raccontare. Potrà così rendersi conto che “trattiene” attraverso le contrazioni muscolari, l’espressione dei suoi sentimenti.
La carica e la scarica sono una unità
Poiché carica e scarica, come abbiamo spiegato, costituiscono una unità, la bioenergetica lavora contemporaneamente su entrambi gli aspetti, per elevare il livello energetico e aprire la strada al flusso delle sensazioni e all’autoespressione. Questo approccio combinato – cito le parole di Lowen – [box] “mette gradualmente a nudo le forze interiori (conflitti) che impediscono all’individuo di funzionare con il suo pieno potenziale energetico. Ogni volta che uno di questi conflitti interiori si risolve, il livello dell’energia aumenta. Questo significa che l’individuo assume più energia e ne scarica di più in attività creative, che sono fonte di piacere e soddisfazione (Lowen 1958, p.41)[/box] .
Questa è anche la ragione per cui accompagno gli articoli con immagini di pittori e poesie di artisti: per sostenere il nostro personale processo creativo!
Essere realisti
Benchè questa idea dell’usare i principi di carica e scarica nel processo terapeutico, sia geniale nella sua semplicità, Lowen era un uomo fortemente realista, un americano pragmatico e con i piedi per terra (d’altraparte l’idea del grounding è alla base del suo lavoro). E quindi prosegue così il suo discorso [box] “Non voglio che si creda che la bioenergetica possa risolvere tutti i conflitti sepolti, rimuovere tutte le tensioni croniche e reinstaurare nel corpo di un individuo il fluire libero e pieno delle sensazioni. Può accadere che questo obiettivo non venga raggiunto fino in fondo; comunque si instaura un processo di crescita che porta in questa direzione. (…) E’ inevitabile concludere che le forze che inibiscono l’autoespressione, riducendo così il nostro funzionamento energetico, derivano da questa cultura e ne sono parte”(Ibidem)[/box]
Il flusso espressivo
Il concetto di flusso, che oggi sta assumendo sempre maggiore popolarità, fa riferimento ad un movimento interno all’organismo che ha una direzione verso l’esterno. Chi non ha provato un’onda – di rabbia o di vergogna – salire alla parte superiore del corpo? O la sensazione di freddo che si diffonde con la paura?
Il flusso che scorre nella parte anteriore del corpo, dal cuore alla bocca, alle mani e agli occhi dà origine ad un sentimento di desiderio, che si esprime con l’apertura e l’aspirazione verso qualcosa. Il flusso della rabbia, invece, scorre prevalentemente nella parte posteriore del corpo.
Le sensazioni emotive si accompagnano a questa percezione di flusso, è questo che, a volte, le trasforma repentinamente in impulsi all’azione ma gli impulsi e i movimenti che le sottendono sono inerenti alla carica energetica del corpo. Nelle nostre emozioni si uniscono così componenti volontarie ed involontarie: ecco perché le emozioni sono importanti: sono messaggeri del nostro stato interno e reprimerle o negarle ci rende privi delle informazioni di base, come dice bene, il poeta sufi Rumi ne “La Locanda”.
La Locanda
L’essere umano è come una locanda.
Ogni mattina un nuovo arrivo.
Momenti di gioia, di depressione, di meschinità, a volte un lampo di consapevolezza giunge come un visitatore inatteso.
Dai loro il benvenuto e intrattienili tutti!
Anche se c’è una moltitudine di dolori,
che violentemente svuota la tua casa
portando via tutti i mobili,
tratta ugualmente ogni ospite con rispetto. Potrebbe aprirti a qualche nuova gioia.
I pensieri cupi, la vergogna, la malizia, Accoglili sulla porta con un sorriso,
ed invitali ad entrare.
Sii grato chiunque arrivi,
perché ognuno è stato mandato
dall’aldilà per farti da guida.
Gialal ad-Din Rumi
©Nicoletta Cinotti 2023
