Spesso sottolineo l’importanza delle parole: le parole disegnano le sensazioni e, come dice Lowen, sono una funzione della coscienza. Così usare una parola diversa spesso significa cambiare – o aver cambiato – quello che le sta dietro, il suo significato interiore.
Noi usiamo spesso la parola bisogno. Una parola che a volte amiamo e a volte detestiamo perchè può metterci in una condizione di subalternità. Sorprendentemente, ho scoperto che molte persone non sanno rispondere a questa domanda, di cosa ho bisogno?
Molto spesso, ho la sensazione che questa parola potrebbe essere opportunamente sostituita dalla parola fame.
Inoltre la fame, a differenza del bisogno, comunica un senso di padronanza che nel bisogno non c’è. Ho fame ma posso aspettare. Ho fame ma posso fermarmi qui. Ho fame e non voglio fare indigestione. Oppure ho fame e sono ingordo fino all’indigestione.
La fame ci rimanda alla responsabilità del nostro impulso, del nostro desiderio e della nostra spinta verso l’esterno. Ci mette in una posizione attiva e non passiva.
Il punto, con la fame, semmai è un altro. È che la nostra fame essenziale non è quella per il cibo ma per il contatto. Ed è lì che le cose si mischiano, confondono, invischiano.
Impara a sostituire il giudicare con l’esplorare, l’aver ragione con l’essere autentico, l’ansietà con l’eccitazione, le limitazioni con le possibilità. Virginia Satir
Pratica del giorno: Aprire il cuore
© Nicoletta Cinotti 2024 Il programma di mindful self-compassion
