Quando qualcosa dentro di noi ci fa stare male all’inizio cerchiamo di occuparcene, di dargli soccorso. Se il malessere però si prolunga nel tempo, succede un fenomeno strano: incominciamo a rimanerci antipatici. È come se ci dividessimo in due. Una parte di noi soffre e l’altra, quella che funziona meglio, inizia a provare insofferenza e biasimo verso noi stessi. Come se fossimo due vicini di casa che mal si sopportano ed evitano di incontrarsi.
È qui che nasce l’evitamento: l’evitamento della profondità, l’evitamento della pratica, l’evitamento della riflessione. Poi, siccome evitare è tutt’altro che facile, per distrarci abbiamo bisogno di qualcosa di diverso che attiri la nostra attenzione.
E iniziamo a desiderare qualcosa: un oggetto, un libro, un progetto. Così da due diventiamo tre: una parte soffre, un’altra evita e la terza compensa, nutrita dalla nostra wanting mind. Nell’attimo in cui abbiamo quello che volevamo l’ansia si placa, spunta il piacere e un secondo di pace. Tanto che arriviamo a pensare che la soluzione sia avere quello che desideriamo.
Il realtà la nostra wanting mind ci spinge ad una compulsione, ad un fare che non fa altro che continuare a limitare l’essere. E rende il nostro evitamento sempre più disperato.
La buona notizia è che smettere e guardare dentro, a quelle parti evitate e rifiutate di noi, è sempre possibile. Sono lì che ci aspettano. Con la pazienza di chi si sa non amato. I capricci, infatti, se li può permettere solo chi è amato.
Siamo sempre occupati a rifiutare noi stessi, biasimando una cosa o l’altra. A volte finiamo per accettare di noi negatività che nemmeno abbiamo. Invece di rifiutarci ci aiuterebbe comprendere che le nostre negatività, vere o false che siano, non hanno solidità. Quando i nostri pensieri e i nostri concetti cambiano, il nostro atteggiamento cambia e l’energia che tenevamo bloccata si libera. Questa energia è stata bloccata dalla nostra negatività, che ha una qualità fissa, immobile. Più rendiamo flessibili i nostri concetti e la nostra rigidità, più l’energia può scorrere. Tarthang Tulku
Pratica di mindfulness: Lasciar andare l’eccesso
© Nicoletta Cinotti 2023 Formazione in reparenting
Io, Raymond Carver e Charles Bukowsky. Chi mi conosce sa bene che sono una persona con pochi vizi, quasi noiosa nel mio salutismo. Eppure non posso pensare alla mia vita senza questi due scrittori, ubriaconi e autentici che, per me, sono stati una compagnia indispensabile, tra i miei migliori amici. Forse perché i miei genitori gestivano un bar ristorante nella campagna toscana, dove il vino scorre a fiumi, e così sono cresciuta tra ubriaconi, pazzi autentici, che mi incuriosivano e insegnavano cose che mai avrei creduto di conoscere.[/box]
Che relazione c’è tra consapevolezza e auto-espressione?
