Forse mi avrai già sentito raccontare il famoso esperimento del labirinto. Due ricercatori dell’Università del Maryland proposero a due gruppi di studenti di risolvere un gioco del labirinto. Un gruppo aveva, all’uscita, un pezzetto di formaggio come premio. L’altro gruppo, invece, aveva una civetta che minacciava la vita del topolino. Entrambe erano semplici simulazioni: nessun rischio reale, nessun premio reale.
Alla fine dell’esercizio del labirinto – che tutti gli studenti risolsero in pochissimi minuti – venivano intervistati con domande che valutavano la loro creatività. Il gruppo che aveva svolto l’esercizio sotto la minaccia della civetta dette risposte significativamente peggiori. Molto peggiori: del 50% più negative rispetto all’altro gruppo. Eppure tutti venivano da un successo: avevano appena risolto l’esercizio del labirinto.
Però averlo fatto sotto la minaccia di un nemico aveva comunque bloccato il pensiero creativo. Quindi è per questo che a volte, anche se abbiamo avuto un buon risultato, non riusciamo a gustarcelo. Perché l’abbiamo fatto sotto minaccia, sotto pressione. Perché lo stress che ci è costato è stato eccessivo. I nostri pensieri possono essere come la civetta: non sono reali ma ci spingono come se lo fossero. E rendono così amaragnolo anche il sapore di un successo. Allora la domanda è: ti aspetti un premio o scappi da una minaccia? Perché a volte viviamo come se fossimo in pericolo anche se non c’è nulla di concreto a spaventarci.
Sei più focalizzato sul onorare quello che hai fatto o sull’essere sfuggito ad un rischio? E, soprattutto, quante volte ti spingi ad agire se scappassi da un pericolo immaginato, quello che creano i nostri pensieri? Siamo sicuri che motivarci così sia un buon sistema? A me sembra di no!
La trama delle nostre narrazioni ci convince che un trauma, una rottura, segni per sempre il nostro destino. Cinotti, Nicoletta. Scrivere storie di guarigione
Pratica di mindfulness: Il Panorama della mente
© Nicoletta Cinotti 2024 Scrivere storie di guarigione
