Ci sono molti modi per definire la consapevolezza e molti modi per sperimentarla. Per me la consapevolezza è contatto. Contatto, momento per momento, con il mondo interno ed esterno, senza giudicare e senza pretendere di cambiare quello che incontro.
Perché è il rifiuto del contatto che ci fa allontanare dall’esperienza e il rifiuto del contatto che ci fa temere la profondità dell’intimità. Consapevolezza infatti significa essere intimi con l’esperienza. E se abbiamo la possibilità di rimanere in contatto, i confini rigidi che ci definiscono diventano morbidi.
Così il contatto può essere a volte desiderio, a volte paura, a volte eccitazione. Altre amore, compassione o equanimità. Altre volte il contatto è un semplice contatto: sapere che stai toccando. E poi diventa, semplicemente, conoscere, dimorare nell’esperienza con interesse e curiosità.
L’esperienza fondamentale della consapevolezza è contatto e la coscienza che sorge da questo contatto. Non è importante se è la consapevolezza di un pensiero o di qualcosa di esterno come ascoltare qualcuno che parla. Sono sempre me che sperimento questo. E nel punto di contatto svanisce la relazione oggetto/soggetto. Rimane semplicemente “me che conosce”. Gregory Kramer
Pratica di mindfulness: Una pratica di Metta in-solita
© Nicoletta Cinotti 2023 Be real not perfect: crescita e cambiamento
Io, Raymond Carver e Charles Bukowsky. Chi mi conosce sa bene che sono una persona con pochi vizi, quasi noiosa nel mio salutismo. Eppure non posso pensare alla mia vita senza questi due scrittori, ubriaconi e autentici che, per me, sono stati una compagnia indispensabile, tra i miei migliori amici. Forse perché i miei genitori gestivano un bar ristorante nella campagna toscana, dove il vino scorre a fiumi, e così sono cresciuta tra ubriaconi, pazzi autentici, che mi incuriosivano e insegnavano cose che mai avrei creduto di conoscere.[/box]
Che relazione c’è tra consapevolezza e auto-espressione?
