Podcast di Nicoletta
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Questo è un modo nuovo per accompagnarti nella tua vita quotidiana (e il meglio deve ancora venire!)
Questo momento è perfetto
Questo momento è perfetto
Pratica gratuita |Questo momento è perfetto
"Non ci sediamo a meditare per diventare bravi meditanti, ma per essere più lucidi nella vita. La prima cosa che accade nella meditazione è che iniziamo a vedere cosa sta succedendo." — Pema Chödrön
Vedere con chiarezza non significa far sparire le cose. Significa restare. Restare davanti ai frammenti della nostra vita che non riusciamo a digerire, ai momenti che vorremmo scacciare o minimizzare, senza la pretesa di trovare soluzioni, che spesso è solo un altro modo di fuggire.
In questa pratica condivisa abbiamo esplorato l'energia dell'errore: quella forza che ci fa cambiare direzione, che ci sveglia proprio quando credevamo di sapere già tutto. Perché come ci ricorda Pema Chödrön, non siamo dei vecchi rimbambiti che hanno gettato la spugna. Gli insegnamenti continuano, c'è sempre qualcos'altro da imparare. E a volte, nel mezzo della pratica, il cuore trema. Quel tremore è l'avviso della mente del principiante — il tremore degli inizi, il tremore del non sapere. Un momento in cui vale la pena non scappare, ma prendere per mano la parte di noi che non riesce a stare con le cose così come sono. Il risveglio si trova nel piacere e nel dolore, nella confusione e nella saggezza. È a portata di mano in ogni momento delle nostre strane, insondabili, ordinarie vite quotidiane. Vuoi praticare con noi?
Ogni lunedì ci ritroviamo per la pratica condivisa gratuita. Ecco il link.
Il tema dell'energia dell'errore è uno dei cuori del mio libro "La gioia ribelle. La mindfulness e l'arte di invecchiare" — venerdì 17 aprile lo presento a Pistoia, alla libreria Lo Spazio, alle 18:00. Vi aspetto!
L’energia dell’errore
L'energia dell'errore
Un. articolo di approfondimento qui
Come addormento il dolore
Come addormento il dolore
Trovi l'articolo di approfondimento qui (Clicca)
PROSSIMI APPUNTAMENTI
22-26 aprile — RITIRO DALLA MINDFULNESS ALLA HEARTFULNESS 4 giorni di silenzio a Casa Cares, Toscana Self-compassion, Brahmavihara, mindful writing Info e iscrizioni https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/dalla-mindfulness-alla-heartfulness-ritiro-silenzioso/
Quando sono in pericolo le lucciole brillano di più
Ho pianto in diretta.
Non era nei piani. Non lo è mai, queste cose. Ero lì a presentare il romanzo d’esordio di Francesca Pongiluppi — Come le lucciole, Solferino — e a un certo punto, mentre leggevo un passaggio che avevo amato e sui regali che non si contano sulle dita di cento mani, ho sentito qualcosa cedere.

Ho resistito un momento. Poi ho smesso di resistere.
Me ne sono occupata dopo, di quel cedimento. Perché mi interessava capire: cosa si era aperto esattamente? Non era solo commozione per una scrittura bella e lo è, davvero bella. Era qualcosa di più preciso. Era il senso della finitudine e della gratitudine che si stringevano insieme. Possiamo essere grati proprio perché ogni momento è un regalo, o, forse, un prestito. In quel momento non era Jolanda che ringraziava suo marito. Ero io che ringraziavo il mio sapendo che non basterebbero cento mani per contare i suoi regali immateriali: i momenti di attenzione condivisa
Ma mi sono commossa perchè qualcosa era maturato in quella conversazione. Quel brano, quando l’avevo letto a casa mi era piaciuto ma non mi ero commossa. In quel momento però era riconoscere qualcuno che ha attraversato il buio e non ha smesso di brillare. Anzi — e questa è la cosa che mi ha colpita di più in tutta la conversazione — ha brillato di più nel momento del pericolo.
Francesca, nel corso della nostra chiacchierata, quasi di passaggio, ha detto una cosa che non mi ha lasciata: ha avuto un’esperienza oncologica. E in quel periodo, invece di aspettare che passasse la tempesta per poi ricominciare a vivere, ha cominciato a scrivere questo romanzo. Ha detto: “Non mi sono arresa a quel verdetto. Mi curo, ma faccio anche le cose che ho ancora la possibilità di fare.”
Cinquantadue anni. Esordiente. Malata. In viaggio.
Esiste una formula più precisa per “se non ora, quando”?

Nel mio ultimo libro, La gioia ribelle, ho scritto molto intorno a questa soglia. Il momento in cui l’invecchiare smette di essere qualcosa che ti succede e diventa qualcosa che scegli, in qualche misura, con quello che hai, nelle condizioni in cui ti trovi. Non una resa. Non un trionfo. Una scelta continua, faticosa, a volte goffa, di restare fedele a qualcosa di vivo in te.
Quello che Francesca ha fatto con il romanzo è esattamente questo. Non ha aspettato di guarire per scrivere. Non ha aspettato di essere “pronta” — che poi pronta rispetto a cosa? — non ha aspettato di avere più tempo, meno paura, più energia. Ha scritto con quello che aveva, da dove era. Ha scritto sapendo che la finitudine ci insegue.
E il risultato è un libro che parla di donne che si trasformano senza perdere il nucleo più profondo di sé. Jolanda, la protagonista di ieri. Sonia, la protagonista di oggi. Due donne che non tornano uguali da quello che attraversano, ma che non si perdono. Che vanno in frantumi e poi si ricostruiscono con una forma nuova, che porta i segni di quello che è successo, ma che regge.
È un lavoro da resilienza incarnata. Non la resilienza da poster motivazionale. Quella vera, che costa, che si sente nel corpo prima ancora che nella testa.
Ho scoperto, preparando l’incontro con Francesca, una cosa sulle lucciole che non sapevo. Quando sono in pericolo, non si nascondono. Brillano di più.
È il contrario di quello che facciamo noi, quasi sempre. Quando siamo in difficoltà, ci ritiriamo. Diventiamo meno visibili. Abbassiamo la voce. Aspettiamo che passi.
Le lucciole invece si rendono più visibili proprio quando hanno bisogno. Come se il pericolo attivasse non la chiusura, ma l’apertura.
Questa cosa la conosco, clinicamente. La conosco come il momento in cui qualcuno smette di difendersi e inizia a esistere davvero con tutto quello che comporta, compreso il dolore. È uno dei passaggi più difficili del percorso terapeutico: smettere di gestire la propria vulnerabilità e cominciare a abitarla.
Non sono la stessa cosa. Gestire la vulnerabilità significa tenerla sotto controllo, mostrarla il minimo indispensabile, fare in modo che non disturbi troppo. Abitarla significa lasciare che sia parte di te: visibile, presente, viva. Come la luce di una lucciola che brilla più forte proprio perché sa di essere in pericolo.
Francesca con il suo romanzo l’ha fatto. Io, in quella diretta, l’ho fatto a modo mio. E non me ne vergogno e sono contenta di non averlo tagliato, quel momento.
C’è un’altra cosa della nostra conversazione che voglio portare qui, perché mi sembra importante.
A un certo punto abbiamo parlato di sciami e di stormi. Francesca ha scelto le lucciole come immagine del libro anche per questo: non solo perché brillano nel buio, ma perché fanno sciame. Sono insieme. La loro luce non è mai solo individuale: è collettiva, è coordinata, è qualcosa di più grande della somma delle singole luci.
E io, che lavoro con gli stormi — con una comunità che è “diventata stormo” e ha preso il viso di chi ha scelto di esserci con “Facce da Stormo” — ci siamo guardate con quella sorpresa un po’ divertita di chi scopre che stava pensando la stessa cosa da angolazioni diverse.
La comunità non è solo supporto. È amplificazione. Quando siamo insieme — davvero insieme, non solo connesse online — la nostra luce individuale si moltiplica. Diventiamo capaci di cose che da soli non saremmo.
Questo vale per le lucciole. Vale per gli stormi. Vale per i gruppi di pratica, per i ritiri, per i cerchi di terapia. Qualcosa accade nell’essere insieme che non può accadere in solitudine.
Ti lascio con una domanda.
La domanda è: in quale momento della tua vita hai smesso di brillare perché eri in pericolo? E cosa succederebbe se facessi come le lucciole — se in quel momento brillassi di più?
con grazia, grinta e gratitudine
Nicoletta
I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria
I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria
Pratica gratuita | I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria "Il primo pensiero è il miglior pensiero. Occorre essere molto attenti a non mettere troppi cosmetici sul nostro pensiero. I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria." — Chögyam Trungpa Nella pratica condivisa di questa settimana siamo partite dal respiro per arrivare a un tema che ci accompagnerà nelle prossime settimane: il reparenting — prendersi cura di quelle parti di noi che sono rimaste sofferenti, non viste, non cresciute abbastanza. Reparenting non significa tornare indietro. Significa riconoscere che dentro di noi c'è qualcuno che ha ancora bisogno di protezione, di nutrimento, di guida, di accettazione. E che possiamo essere noi stesse a offrirglieli — adesso, con la consapevolezza e la tenerezza di chi sa che il primo passo è sempre partire da dove siamo, non da dove vorremmo essere. Come ci ricorda Pema Chödrön: iniziamo da qui, da quello che c'è. Senza rimandare, senza abbellire. I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria — e nemmeno le nostre ferite.
Vuoi praticare con noi? Ogni lunedì ci ritroviamo per la pratica condivisa gratuita. Scrivimi per ricevere il link.
Nel mio libro "La gioia ribelle. La mindfulness e l'arte di invecchiare" il tema del reparenting è uno dei fili conduttori: imparare a diventare genitori di noi stessi, con grinta e con gentilezza.
