Podcast di Nicoletta
In questa pagina troverai diversi tipi di podcast: meditazioni, riflessioni sul Reparenting, su Mindfulness ed emozioni e temi generali di psicologia. Potrai scegliere gli argomenti di tuo interesse nel menù a tendina, “Filtra per categoria”.
Questo è un modo nuovo per accompagnarti nella tua vita quotidiana (e il meglio deve ancora venire!)
Quando sono in pericolo le lucciole brillano di più
Ho pianto in diretta.
Non era nei piani. Non lo è mai, queste cose. Ero lì a presentare il romanzo d’esordio di Francesca Pongiluppi — Come le lucciole, Solferino — e a un certo punto, mentre leggevo un passaggio che avevo amato e sui regali che non si contano sulle dita di cento mani, ho sentito qualcosa cedere.

Ho resistito un momento. Poi ho smesso di resistere.
Me ne sono occupata dopo, di quel cedimento. Perché mi interessava capire: cosa si era aperto esattamente? Non era solo commozione per una scrittura bella e lo è, davvero bella. Era qualcosa di più preciso. Era il senso della finitudine e della gratitudine che si stringevano insieme. Possiamo essere grati proprio perché ogni momento è un regalo, o, forse, un prestito. In quel momento non era Jolanda che ringraziava suo marito. Ero io che ringraziavo il mio sapendo che non basterebbero cento mani per contare i suoi regali immateriali: i momenti di attenzione condivisa
Ma mi sono commossa perchè qualcosa era maturato in quella conversazione. Quel brano, quando l’avevo letto a casa mi era piaciuto ma non mi ero commossa. In quel momento però era riconoscere qualcuno che ha attraversato il buio e non ha smesso di brillare. Anzi — e questa è la cosa che mi ha colpita di più in tutta la conversazione — ha brillato di più nel momento del pericolo.
Francesca, nel corso della nostra chiacchierata, quasi di passaggio, ha detto una cosa che non mi ha lasciata: ha avuto un’esperienza oncologica. E in quel periodo, invece di aspettare che passasse la tempesta per poi ricominciare a vivere, ha cominciato a scrivere questo romanzo. Ha detto: “Non mi sono arresa a quel verdetto. Mi curo, ma faccio anche le cose che ho ancora la possibilità di fare.”
Cinquantadue anni. Esordiente. Malata. In viaggio.
Esiste una formula più precisa per “se non ora, quando”?

Nel mio ultimo libro, La gioia ribelle, ho scritto molto intorno a questa soglia. Il momento in cui l’invecchiare smette di essere qualcosa che ti succede e diventa qualcosa che scegli, in qualche misura, con quello che hai, nelle condizioni in cui ti trovi. Non una resa. Non un trionfo. Una scelta continua, faticosa, a volte goffa, di restare fedele a qualcosa di vivo in te.
Quello che Francesca ha fatto con il romanzo è esattamente questo. Non ha aspettato di guarire per scrivere. Non ha aspettato di essere “pronta” — che poi pronta rispetto a cosa? — non ha aspettato di avere più tempo, meno paura, più energia. Ha scritto con quello che aveva, da dove era. Ha scritto sapendo che la finitudine ci insegue.
E il risultato è un libro che parla di donne che si trasformano senza perdere il nucleo più profondo di sé. Jolanda, la protagonista di ieri. Sonia, la protagonista di oggi. Due donne che non tornano uguali da quello che attraversano, ma che non si perdono. Che vanno in frantumi e poi si ricostruiscono con una forma nuova, che porta i segni di quello che è successo, ma che regge.
È un lavoro da resilienza incarnata. Non la resilienza da poster motivazionale. Quella vera, che costa, che si sente nel corpo prima ancora che nella testa.
Ho scoperto, preparando l’incontro con Francesca, una cosa sulle lucciole che non sapevo. Quando sono in pericolo, non si nascondono. Brillano di più.
È il contrario di quello che facciamo noi, quasi sempre. Quando siamo in difficoltà, ci ritiriamo. Diventiamo meno visibili. Abbassiamo la voce. Aspettiamo che passi.
Le lucciole invece si rendono più visibili proprio quando hanno bisogno. Come se il pericolo attivasse non la chiusura, ma l’apertura.
Questa cosa la conosco, clinicamente. La conosco come il momento in cui qualcuno smette di difendersi e inizia a esistere davvero con tutto quello che comporta, compreso il dolore. È uno dei passaggi più difficili del percorso terapeutico: smettere di gestire la propria vulnerabilità e cominciare a abitarla.
Non sono la stessa cosa. Gestire la vulnerabilità significa tenerla sotto controllo, mostrarla il minimo indispensabile, fare in modo che non disturbi troppo. Abitarla significa lasciare che sia parte di te: visibile, presente, viva. Come la luce di una lucciola che brilla più forte proprio perché sa di essere in pericolo.
Francesca con il suo romanzo l’ha fatto. Io, in quella diretta, l’ho fatto a modo mio. E non me ne vergogno e sono contenta di non averlo tagliato, quel momento.
C’è un’altra cosa della nostra conversazione che voglio portare qui, perché mi sembra importante.
A un certo punto abbiamo parlato di sciami e di stormi. Francesca ha scelto le lucciole come immagine del libro anche per questo: non solo perché brillano nel buio, ma perché fanno sciame. Sono insieme. La loro luce non è mai solo individuale: è collettiva, è coordinata, è qualcosa di più grande della somma delle singole luci.
E io, che lavoro con gli stormi — con una comunità che è “diventata stormo” e ha preso il viso di chi ha scelto di esserci con “Facce da Stormo” — ci siamo guardate con quella sorpresa un po’ divertita di chi scopre che stava pensando la stessa cosa da angolazioni diverse.
La comunità non è solo supporto. È amplificazione. Quando siamo insieme — davvero insieme, non solo connesse online — la nostra luce individuale si moltiplica. Diventiamo capaci di cose che da soli non saremmo.
Questo vale per le lucciole. Vale per gli stormi. Vale per i gruppi di pratica, per i ritiri, per i cerchi di terapia. Qualcosa accade nell’essere insieme che non può accadere in solitudine.
Ti lascio con una domanda.
La domanda è: in quale momento della tua vita hai smesso di brillare perché eri in pericolo? E cosa succederebbe se facessi come le lucciole — se in quel momento brillassi di più?
con grazia, grinta e gratitudine
Nicoletta
I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria
I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria
Pratica gratuita | I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria "Il primo pensiero è il miglior pensiero. Occorre essere molto attenti a non mettere troppi cosmetici sul nostro pensiero. I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria." — Chögyam Trungpa Nella pratica condivisa di questa settimana siamo partite dal respiro per arrivare a un tema che ci accompagnerà nelle prossime settimane: il reparenting — prendersi cura di quelle parti di noi che sono rimaste sofferenti, non viste, non cresciute abbastanza. Reparenting non significa tornare indietro. Significa riconoscere che dentro di noi c'è qualcuno che ha ancora bisogno di protezione, di nutrimento, di guida, di accettazione. E che possiamo essere noi stesse a offrirglieli — adesso, con la consapevolezza e la tenerezza di chi sa che il primo passo è sempre partire da dove siamo, non da dove vorremmo essere. Come ci ricorda Pema Chödrön: iniziamo da qui, da quello che c'è. Senza rimandare, senza abbellire. I pensieri non hanno bisogno di rossetto e cipria — e nemmeno le nostre ferite.
Vuoi praticare con noi? Ogni lunedì ci ritroviamo per la pratica condivisa gratuita. Scrivimi per ricevere il link.
Nel mio libro "La gioia ribelle. La mindfulness e l'arte di invecchiare" il tema del reparenting è uno dei fili conduttori: imparare a diventare genitori di noi stessi, con grinta e con gentilezza.
Le frecce che diventano fiori
La solitudine fresca e la solitudine calda
Pratica gratuita | Le frecce che diventano fiori
"La mia scodella è vuota. Ma è la mia, capite? E io l'adoro." — Raymond Carver, Domani
Stamattina nella pratica condivisa abbiamo letto questa poesia di Carver — un uomo stanco, con una fretta del diavolo che fosse già domani, che eppure si ferma a riconoscere che quella scodella vuota è la sua. Non una da riempire a ogni costo. Una da guardare, e da adorare così com'è.
E poi abbiamo attraversato insieme le pagine di Pema Chödrön sulla non-aggressività e i quattro mara: la notte dell'illuminazione, il Buddha seduto sotto l'albero, attaccato dalle forze di Mara con spade e frecce — e quelle armi che si trasformano in fiori. Quello che per abitudine consideriamo un ostacolo, scrive Pema, non è un nemico ma piuttosto un amico. Quello che sembra una freccia, possiamo viverlo come un fiore. Dipende dal rapporto che abbiamo con noi stessi.
Dentro il contenitore della disciplina — i nostri trenta minuti di pratica, il ritorno al respiro, la fedeltà a questo appuntamento del lunedì — perché dovremmo essere così severi? La disciplina interiore è tornare alla gentilezza, all'onestà, al lasciar andare.
Vi ricordo anche il progetto "Facce da stormo": stiamo raccogliendo le vostre foto per creare un album del nostro gruppo di donne over 50 che praticano insieme. Se vuoi partecipare, mandami la tua foto a [email protected].
Vuoi praticare con noi? Ogni lunedì ci ritroviamo per la pratica condivisa gratuita. Scrivimi per ricevere il link.
Nel mio libro "La gioia ribelle. La mindfulness e l'arte di invecchiare" trovi un intero percorso per imparare a trasformare le frecce in fiori — con grazia, grinta e gratitudine.
Poesia e mindfulness interpersonale
Diventare amici dell'incertezza
Sabato 21 marzo è la Giornata Mondiale della Poesia. E nella diretta, ho parlato di parole. Ma non di parole qualunque — delle parole che curano.
Quando dopo una seduta piena di dolore condiviso leggo una poesia, non faccio altro che riparare falle. Come un muratore. Come un idraulico. Mi sporco le mani di parole. Emily Dickinson lo dice meglio di me: “Per chiudere una falla devi inserirvi ciò che la produsse — se con qualcosa d’altro vuoi richiuderla ti si spalancherà sempre più grande.”
Le parole sono come cuscini: messe nel modo giusto, alleviano il dolore. Per questo nel programma di Self-Compassion alle parole viene dedicata tanta attenzione. La ragione è semplice: perché aprono il cuore. E un cuore chiuso non può incontrare né gentilezza né compassione.
Ma c’è un passaggio ulteriore — e questo è il cuore della diretta di stamattina. Le parole non servono solo nella relazione con noi stessi. Servono — e forse ancora di più — nella relazione con gli altri. Siamo animati da buone intenzioni. Sempre. Ma otteniamo un risultato che è connesso alle nostre difese, non alle nostre intenzioni. Le nostre emozioni non consapevoli finiscono nei nostri pensieri, e i nostri pensieri finiscono nelle nostre comunicazioni — spesso difficili, conflittuali, dolorose.
La poesia ci insegna un’economia delle parole. Trovare la parola giusta, che esprime proprio quello che vorremmo dire, senza disperderci. La Mindfulness Interpersonale ci chiede la stessa cosa: precisione, ascolto, silenzio prima di parlare. Come nella poesia: il silenzio prima del verso è importante quanto il verso stesso.
Chogyam Trungpa diceva una cosa che mi accompagna da anni: “Il concetto di haiku è esattamente questo: scrivere la mente. I pensieri non hanno bisogno di rossetto o cipria.” Ecco perché amo le poesie: perché la nostra mente è scritta come le poesie.
Vi lascio con le parole di Chandra Livia Candiani, che ho letto a chiusura della diretta. Nessuno dice le cose come lei.
“La tenerezza per me è un sentimento forte. Ci si arriva, è un percorso. Spesso diventiamo teneri dopo che la vita ci ha stagionato ben bene, stanato, sbocconcellato ma anche dopo aver conosciuto il male che facciamo a noi stessi indurendoci.
Chi è tenero non vuole farcela a tutti i costi, vuole sentire come sta e sentire come stanno gli altri. È sorella e fratello, non è genitore, non è maestro. La tenerezza sa stare alla pari, fianco a fianco, non è frontale.
Ecco la tenerezza trova misteri dove gli altri vedono problemi.”
E se quello che ho raccontato ti ha toccata, il protocollo di Mindfulness Interpersonale inizia il 13 aprile. Otto settimane per portare la consapevolezza nel luogo più intimo: le parole che diciamo agli altri. Le informazioni sono sul mio sito.
con grazia, grinta e gratitudine Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
Verso la tenerezza: il contenitore gentile della disciplina
Verso la tenerezza: il contenitore gentile della disciplina
Pratica gratuita | Il contenitore gentile della disciplina
"Dentro quel contenitore della disciplina, perché dovremmo essere così severi con noi stessi?"
— Pema Chödrön, Quando tutto si sgretola
La disciplina nella pratica è una struttura — come i trenta minuti in cui ci sediamo, come il ritorno al respiro ogni volta che la mente se ne va. Ma dentro quella struttura, l'invito è procedere con compassione. La disciplina interiore è tornare alla gentilezza, all'onestà, al lasciar andare. Trovare l'equilibrio tra il troppo stretto e il troppo largo.
Questa mattina nella nostra pratica condivisa abbiamo esplorato proprio questo: la differenza tra la fermezza che ci sostiene e la durezza che ci blocca.
È stata anche una mattina speciale, perché ci siamo ritrovate dopo l'evento di sabato al Teatro Strada Nuova di Genova — e ne portiamo ancora il calore. Ho condiviso con il gruppo la mia scoperta recente: il bellissimo libro di Giorgio Parisi sugli storni, che racconta la scienza e la poesia del volo collettivo. Lo stormo è una metafora che mi accompagna da tempo: invecchiare insieme, muoversi insieme, senza un leader fisso ma con un'intelligenza condivisa.
A proposito di stormo: stiamo raccogliendo le vostre "facce da stormo" — un album fotografico del nostro gruppo di donne over 50 che praticano insieme. Se vuoi partecipare, mandami la tua foto a [email protected].
Vuoi praticare con noi? Ogni lunedì ci ritroviamo per la pratica condivisa gratuita. Scrivimi per ricevere il link.
Nel mio libro "La gioia ribelle. La mindfulness e l'arte di invecchiare" trovi un intero percorso dedicato al coraggio di invecchiare insieme — con disciplina e con gentilezza.
