Molto spesso ci troviamo a lottare con la proliferazione mentale: una testa piena di idee. Alcune connesse alla nostra realtà, altre solo stravaganti divagazioni. Così facendo arriviamo alla fine della nostra giornata con la sensazione che il peso specifico della nostra testa sia pari a quello del piombo.
Questa modalità di funzionamento della mente non è attiva, è una modalità passiva perché la mente segue gli stimoli che le si presentano senza scegliere davvero in quale direzione andare. Ci facciamo trascinare da sensazioni fisiche – e dai pensieri che producono – da sensazioni emotive, ricordi e varie catene associative. La nostra mente, in quei momenti, è come una barca non ormeggiata. Segue la corrente.
Più lasciamo che la nostra mente funzioni così, più ci sarà difficile darle una direzione quando ne avremo bisogno. Perché si comporterà come un bambino viziato, che non tollera limiti né restrizioni.
Inoltre, in quel vagare, proliferante ma passivo insieme, tenderemo a ripetere solo strade già conosciute. Perché sono le uniche che possiamo percorrere senza prestare una vera attenzione. Quelle nuove richiedono presenza e consapevolezza. Ci sembrerà così di vivere in un eterno ritornello: sempre la stessa musica, sempre le stesse cose.
Allora quello che abbiamo bisogno di fare è esattamente la stessa cosa che faremmo con la nostra barca alla deriva: riprenderla e ormeggiarla. Ormeggiarla al corpo o al respiro. Oppure iniziare a coltivare stati mentali positivi per avere una direzione verso cui andare e insegnare altre rotte. Rotte che offrono l’immediata sensazione del ritorno a casa.
Quando si agisce con il pilota automatico, i frammenti di pensiero negativo hanno scarsa probabilità di essere notati e, se non vengono riconosciuti, possono assemblarsi in configurazioni che danno origine a sentimenti di tristezza più intensi. Williams, Teasdale, Segal
Pratica del giorno: L’agenda come un giardino
© Nicoletta Cinotti 2023 Il protocollo MBCT online
Da innamorati torniamo adolescenti, con le stesse incertezze e le stesse eroiche grandiosità. Possiamo viaggiare tutta la notte per fare una sorpresa e, nello stesso tempo, sentirci imbarazzati perché abbiamo un po’ troppa pancia. Proprio come adolescenti possiamo fare di tutto per attirare l’attenzione e poi nasconderci aspettando che ci vengano a cercare. Visto che l’innamoramento è uno stato nascente, è pieno di promesse: alcune si realizzeranno, altre no. È importante riprendere il senso della possibilità, uscire dall’impressione che la nostra vita scorra su binari troppo conosciuti. È questo quello che rende l’innamoramento così simile alla mindfulness. Anche le cose che normalmente ci disturbano diventano di secondaria importanza, almeno per il momento perché poi, quando l’innamoramento diventa una relazione stabile e duratura, tutto può cambiare. Nel passaggio dall’innamoramento all’amore facciamo, molto spesso, il percorso inverso. Iniziamo a pensare che, se l’altro ci ama, non dovrebbe mai fare qualcosa che ci disturbi. Ovviamente non è vero e, soprattutto, questo genera un rapporto basato sull’accondiscendenza più che sulla sincerità. La diversità è una risorsa e il modo migliore per accoglierla è proprio lo stesso che abbiamo quando siamo innamorati: interesse, curiosità e non giudizio. Non è detto che ignoriamo la diversità dell’altro ma, nella fase dell’innamoramento, ci appare, giustamente, come una possibilità in più e non come una minaccia–cosa che spesso accade quando la relazione diventa più stabile. In fondo, innamorarsi è arrendersi, ma la capacità di arrendersi all’amore è molto condizionata dal nostro carattere: se abbiamo bisogno di dominare, sarà per noi molto difficile farlo. Arrendersi non vuol dire diventare accondiscendenti, anzi è proprio l’opposto: significa permettere che l’altro sia così com’è e consentire a noi di essere proprio come siamo; significa accogliere la possibilità di diventare diversi senza sforzarsi nella direzione di un cambiamento voluto. Accettare di essere differenti non è un obbligo, altrimenti diventa uno stress inutile e intenso. In qualche modo, impariamo ad amare nello spazio che le nostre difese lasciano libero alla possibilità di aprirsi.”
