Il mito di Pigmalione, lo scultore che si innamorò della sua creazione perfetta, mi torna spesso in mente. Pigmalione, insoddisfatto delle donne reali (ti ricorda qualcosa?), scolpì una statua della sua donna ideale, per poi innamorarsene perdutamente. Grazie all’intervento di Afrodite, la statua, poi chiamata Galatea, prese vita, permettendo ai due di sposarsi.
Un apparente lieto fine . Cosa accadde quando Galatea, divenuta umana, iniziò a cambiare? Quando il tempo iniziò a lasciare i suoi segni, quando la relazione stessa cominciò a trasformarla, come inevitabilmente accade nelle relazioni autentiche che toccano le profondità dell’animo? Il mito tace su questi aspetti, lasciandoci solo domande sulla capacità di Pigmalione di accettare l’imperfezione umana che tanto aveva rifuggito.
Ora noi donne non abbiamo più bisogno di un Pigmalione. Sappiamo essere determinate, abbiamo grinta e grazia da vendere ma c’è una serie di situazioni in cui questo mito mi torna in mente lasciandomi più domande che risposte. Sono le situazioni in cui vedo donne coinvolte e invischiate in relazioni dalle quali dovrebbero semplicemente uscire. Qualche volta anche a gambe levate. Che cos’è che ci fa essere esageratamente pazienti? Quante volte entriamo in una relazione vedendo nell’altro non ciò che è, ma ciò che potrebbe diventare attraverso il nostro amore? Quante volte, scoprendo che era un progetto destinato a non realizzarsi si continua a insistere ad oltranza? Perché è così difficile trovare la porta e andarsene? Possibile che sia solo per amore?
La vera domanda che mi rimane è perché lasciare che il nostro potenziale appassisca nell’attesa che un uomo cambi o che si coinvolga in un rapporto o che decida di impegnarsi? Perché non coltivare autonomamente la nostra fioritura, esercitando una sana assertività? Spesso la risposta non sta nella pigrizia, come si potrebbe pensare, ma in qualcosa di più profondo: la paura di vivere veramente.
Il famoso maestro zen del settimo secolo, Seng Ts’an6, insegnava che la vera libertà è essere «senza ansia dell’imperfezione». Questo significa accettare la nostra esistenza umana e la vita stessa così com’è, errori inclusi. L’imperfezione non è un nostro problema personale: è una parte naturale dell’esistenza. L’ansia dell’imperfezione
Pratica di mindfulness: Il Sé compassionevole
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