Chi sa come si pensa alle corse perse?
O questo mio pensarti essendo tu
visione è forma mimetica di tutto
lo sparire? Ma dove vai se sono io
il tuo artefice, se quello che di te sai
è quello che ti ho lasciato sapere?
© Mauro Maconi
Chi sa come si pensa alle corse perse?
O questo mio pensarti essendo tu
visione è forma mimetica di tutto
lo sparire? Ma dove vai se sono io
il tuo artefice, se quello che di te sai
è quello che ti ho lasciato sapere?
© Mauro Maconi
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Mi sono svegliata alle tre di notte con un formicolio al braccio sinistro.
Il braccio sinistro. Quello che nei film è sempre il segnale di qualcosa di grave. Invece di girarmi dall’altra parte e tornare a dormire — cosa che una persona ragionevole avrebbe fatto — ho iniziato a muovere le dita. A stringere il pugno. A sentire il battito. Era veloce? Era troppo veloce? O forse era lento? Non ricordavo più com’era il mio battito normale.
Così ho fatto quello che fanno tutti alle tre di notte quando l’ansia si sveglia prima di loro: ho preso il telefono e ho cercato “formicolio braccio sinistro”. Google mi ha offerto un menù di catastrofi. Ictus, infarto, ernia cervicale, sclerosi multipla. Ho letto tutto. Ho controllato altri sintomi. Ho misurato di nuovo il battito.
Quando è arrivata l’alba ero distrutta. Non per la malattia che non avevo — ma per l’ansia che mi ero costruita da sola, mattone dopo mattone, ricerca dopo ricerca, controllo dopo controllo. In compenso ho risposto a messaggi che aspettavano da tempo e mail che giacevano speranzose. Come, penserai, proprio tu soffri di ansia ipocondriaca? In realtà non è successo quello che ti ho raccontato ma potrebbe succedere perché è uno schema comune e ricorrente. L’ho raccontato in prima persona proprio per dirti, “Succede a tutti!” e togliere da queste paure quel senso di vergogna che l’accompagnano e lo rendono ancora più faticoso. Come direbbe Paolo Conte, siamo umani, sbagliamo da professionisti e ogni tanto il corpo ci fa preoccupare!
Questo episodio è comune. Così comune che molte di voi, leggendo, staranno annuendo. Il corpo che diventa un campo minato. Ogni sensazione un potenziale segnale di allarme. Ogni battito strano una domanda senza risposta. Ogni neo che sembra cambiato un’intera notte insonne.
L’ansia ipocondriaca è questo: non la paura di una malattia specifica, ma la paura del proprio corpo. Il sospetto costante che qualcosa, da qualche parte, stia andando storto. E la convinzione che l’unico modo per proteggersi sia controllare, controllare, controllare.
Ma è proprio qui che sta la trappola.
Lasciami spiegare come funziona questo meccanismo, perché capirlo è il primo passo per uscirne.
Tutto inizia con una sensazione. Un battito irregolare. Un dolorino al fianco. Una fitta alla testa. Sensazioni che il corpo produce continuamente — il corpo è rumoroso, è vivo, manda segnali tutto il tempo. In una persona senza ansia ipocondriaca, queste sensazioni passano inosservate o vengono archiviate come “cose normali”.
Ma se hai l’ansia ipocondriaca, il tuo cervello interpreta quella sensazione come un segnale di pericolo. Si accende l’allarme. E cosa fai quando scatta un allarme? Controlli. Ti tocchi. Ti guardi. Googli. Chiedi al partner “secondo te è normale?”. Vai dal medico. E per un momento — solo per un momento — ti senti meglio.
Ecco il problema: quel sollievo temporaneo è esattamente ciò che mantiene in vita l’ansia.
Ogni volta che controlli e ti senti sollevata, stai insegnando al tuo cervello una cosa precisa: quella sensazione ERA pericolosa, per questo avevi bisogno di controllarla. E la prossima volta il cervello si attiverà ancora di più, ancora prima, ancora più forte. Avrai bisogno di una dose più alta di rassicurazione. E poi di una ancora più alta. È un ciclo che si autoalimenta, come un cane che si morde la coda.
Ho visto questo meccanismo in tante persone che vengono nel mio studio. Una donna mi ha detto: “Ho fatto tre ecografie in sei mesi. Ogni volta il medico mi dice che va tutto bene. Ma dopo una settimana il dubbio torna”. Non tornava nonostante le ecografie. Tornava a causa delle ecografie. Ogni controllo era un messaggio al cervello: c’è qualcosa da controllare.
I comportamenti che mantengono l’ipocondria sono essenzialmente quattro. Il body checking — controllare continuamente il corpo, il battito, i nei, la pressione. La ricerca di rassicurazione — dai medici, da Google, dai familiari. L’evitamento — di notizie mediche, di ospedali, di tutto ciò che ricorda la malattia. E la rimuginazione — pensare, ripensare, analizzare all’infinito.
Tutti questi comportamenti hanno la stessa funzione: ridurre l’ansia nel breve termine. E tutti hanno lo stesso effetto: aumentarla nel lungo termine.
Alexander Lowen, il padre della bioenergetica, ha osservato qualcosa di sorprendente nelle persone con ansia ipocondriaca. Ti aspetteresti che siano molto connesse al corpo, visto che lo controllano sempre. Invece è il contrario: sono profondamente disconnesse.
In uno dei suoi libri più densi, “Il narcisismo”, Lowen scrive che il corpo “insensibile alle emozioni” può essere “abitato da forti angosce ipocondriache che lo rendono paradossalmente iper-attento a tutte le variazioni fisiche, costruendo però, anziché percezioni, delle allucinazioni mentali o delle fantasie.”
Questa frase mi ha colpita la prima volta che l’ho letta, e continua a colpirmi. L’ipocondriaco non percepisce il corpo — lo sorveglia. Non lo abita — lo controlla da fuori. C’è una differenza enorme.
Prova a pensarla così. Abitare una casa significa conoscerla. Sai quali scricchiolii fanno parte della vita della casa, quali rumori fa il termosifone quando si accende, come suona la pioggia sul tetto. Non ti spaventi se senti un rumore di notte — lo riconosci.
Sorvegliare una casa è diverso. Sei fuori, guardi attraverso le telecamere di sicurezza. Ogni ombra è un potenziale intruso. Ogni rumore un segnale di allarme. Sei vigile, attenta, sempre all’erta — ma non conosci davvero quella casa. La controlli, non la vivi.
L’ansia ipocondriaca è esattamente questo: essersi trasferite nella testa e guardare il corpo da fuori, con sospetto, come un territorio nemico. Sorvegliare invece di abitare. Controllare invece di sentire.
E questa è la differenza su cui lavorare.
Controllare è un’operazione mentale. Viene da fuori. Cerca anomalie. È “il mio battito è regolare? Quanti battiti al minuto? È normale o no?”. Controllare presuppone un giudizio, una valutazione, un verdetto.
Sentire è un’operazione corporea. Viene da dentro. Non cerca nulla — nota. È “cosa sento in questo momento nel petto?”. Sentire non giudica. Accoglie quello che c’è.
La via d’uscita dall’ansia ipocondriaca non è controllare meglio o controllare di più. È tornare ad abitare. È passare dal sorvegliare al sentire. È rientrare in quella casa che è sempre stata tua, anche quando ti sembrava territorio nemico.
Prima di condividere alcuni strumenti pratici, voglio essere chiara: quello che sto per dire funziona per l’ansia ipocondriaca quotidiana, quella che tante di noi sperimentano senza che diventi invalidante. Se l’ipocondria sta rovinando la tua vita — se non riesci a lavorare, a dormire, a vivere — cerca un aiuto professionale. La terapia cognitivo-comportamentale per l’ansia da malattia funziona molto bene, ed è un atto di cura verso te stessa chiederla.
Detto questo, ecco cosa puoi iniziare a fare da oggi.
Il primo strumento è quello che chiamo la regola dei trenta minuti. Quando senti l’urgenza di controllare — il battito, il neo, la sensazione — non farlo subito. Aspetta. Metti un timer per trenta minuti e osserva cosa succede.
Quello che succede è questo: l’ansia sale. Sale ancora. Raggiunge un picco. E poi — senza che tu abbia fatto nulla — inizia a scendere. Da sola.
Questa è un’informazione fondamentale che l’ansia ipocondriaca ti nasconde: l’ansia non dura per sempre. Ha una curva. Sale e scende. Ma se controlli PRIMA che scenda, non lo scopri mai. Rimani convinta che l’unico modo per calmarla sia controllare. E controlli sempre di più.
All’inizio sarà difficile. L’urgenza di controllare sembrerà irresistibile. Va bene iniziare con dieci minuti, con cinque. L’importante è sperimentare, anche solo una volta, che l’ansia può calmarsi senza che tu faccia nulla.
Il secondo strumento riguarda Google (o l’AI). Devi metterlo a dieta, o meglio ancora, toglierlo del tutto — almeno per quanto riguarda i sintomi. Ogni ricerca che fai su “dolore fianco destro cosa può essere” è una dose di rassicurazione. E come tutte le dosi, ne avrai bisogno di una più grande la prossima volta.
Se non riesci a eliminare completamente le ricerche, limitale: cinque minuti al giorno, a un’ora precisa che non sia le tre di notte. E poi basta. Quando senti l’urgenza di cercare, sostituisci Google con una frase: “Non ho bisogno di sapere adesso. Posso tollerare l’incertezza.”
Il terzo strumento è scegliere una sola fonte medica. Un medico di riferimento, non tre specialisti più il pronto soccorso più l’amica infermiera. Quando chiedi rassicurazione a più fonti, le risposte sono sempre leggermente diverse — e il tuo cervello ansioso si attacca alle differenze. “Ma quello ha detto così e l’altra ha detto cosà…” Il dubbio si moltiplica invece di risolversi.
Un solo medico. Una sola voce. E fidati di quella voce.
Il quarto strumento è il più importante, ed è quello che ti riporta dalla sorveglianza all’abitare. Quando noti una sensazione nel corpo, il pilota automatico parte con “COS’È QUESTO?!” — con tre punti esclamativi e la voce allarmata. Prova invece a dire “Oh, interessante. Cosa sento?” — con un punto interrogativo gentile.
Non stai cercando una diagnosi. Stai cercando una sensazione. C’è calore? Freddo? Tensione? Pulsazione? La sensazione è ferma o si muove? Non giudicare. Non interpretare. Solo nota.
Questo è il passaggio dal controllare al sentire. Dal chiedere “cosa c’è che non va” al chiedere “cosa c’è”. Dal sorvegliare la casa al viverci dentro.
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Tempo: 10-15 minuti
Cosa ti serve: Un posto tranquillo dove sederti, nient’altro
Prima parte — Radicamento (3 minuti)
Siediti in una posizione comoda. Senti il contatto con la sedia o il cuscino sotto di te. I piedi sul pavimento. Il peso del corpo che si appoggia.
Fai tre respiri profondi, lasciando che l’espirazione sia più lunga dell’inspirazione. Non stai cercando di cambiare nulla. Stai solo arrivando qui.
Seconda parte — Dall’allarme alla curiosità (7-10 minuti)
Metti una mano sul petto. Non per controllare il battito — per sentire il calore della mano attraverso i vestiti.
Adesso nota: cosa senti sotto la mano? Non “cosa c’è che non va”. Solo: cosa c’è?
Forse senti il battito. Non contarlo. Sentilo. È come un’onda? Come un tamburo? Come un uccello che batte le ali? Non c’è una risposta giusta. C’è solo quello che senti tu, adesso.
Forse senti il respiro. Il torace che si alza. Che si abbassa. Nota il movimento — non il ritmo, non la frequenza. Il movimento.
Se arriva un pensiero allarmato — “è troppo veloce”, “è strano”, “e se fosse…” — notalo come noteresti una nuvola che passa. Non devi seguirlo. Non devi combatterlo. Puoi semplicemente tornare alla sensazione.
Cosa senti adesso, sotto la mano?
Terza parte — Espandere (2 minuti)
Lentamente, lascia che l’attenzione si espanda. Dalla mano sul petto al resto del corpo. Le spalle. La pancia. Le gambe. I piedi.
Non stai facendo un inventario. Non stai cercando problemi. Stai visitando la tua casa. Stanza per stanza. Con curiosità, non con sospetto.
Quando sei pronta, togli la mano dal petto. Fai un respiro profondo. Apri gli occhi.
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Se durante la pratica ti sei accorta di quanto sia difficile sentire senza controllare, non preoccuparti. È normale. È esattamente ciò che l’ansia ipocondriaca ci insegna a fare — sorvegliare, non abitare. Disimpararlo richiede tempo e gentilezza verso noi stesse.
Nel ritiro di febbraio “Diventare amici dell’incertezza” lavoreremo in profondità su questo passaggio — dal controllare al sentire, dal sorvegliare all’abitare. Con il supporto del gruppo, con le pratiche, con il tempo lento che solo un ritiro può offrire.
Per ora, ti lascio con un’immagine. Il tuo corpo non è un campo minato da attraversare con cautela. Non è un nemico da sorvegliare. Non è una casa abbandonata piena di pericoli.
È la tua casa. L’unica che hai. E puoi scegliere, un respiro alla volta, di tornare ad abitarla.
Con grazia e grinta
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
Stamattina mi sono svegliata con un peso sul petto. Non un dolore, non un sintomo — un peso. Come se qualcuno avesse appoggiato una mano tiepida proprio lì, sullo sterno, e premesse leggermente.
Ho impiegato qualche minuto a capire che era tristezza.
Succede così, spesso: il corpo sa prima di noi. Sente, registra, risponde — mentre la mente è ancora impegnata a fare la lista della spesa o a ripassare la riunione di ieri. Il corpo non ha bisogno di capire per sentire. Sente e basta.
Eppure non tutti abbiamo la stessa facilità nel cogliere questi segnali. Ci sono persone che vivono il corpo come un compagno di viaggio silenzioso ma presente, e altre per cui il corpo è un estraneo che si fa vivo solo quando qualcosa non va — un dolore, una malattia, un sintomo che chiede attenzione.
La domanda che mi accompagna da anni, nel mio lavoro e nella mia pratica personale, è questa: l’attenzione al corpo è qualcosa di naturale che abbiamo disimparato, o è un’abilità che alcuni sviluppano e altri no?
Quando ero più giovane, pensavo che le emozioni fossero fatti mentali. Qualcosa che accadeva “nella testa”. Poi ho iniziato a praticare, a osservare, ad ascoltare — me stessa e le persone che venivano da me in terapia. E ho capito che le emozioni sono, prima di tutto, fatti corporei.
La rabbia ha una temperatura. La paura ha una posizione — spesso nella gola o nello stomaco. La gioia ha un movimento — verso l’alto, verso l’esterno. La tristezza ha un peso — verso il basso, verso l’interno.
Quello che chiamiamo “emozione” è in realtà un insieme di sensazioni fisiche a cui diamo un nome. E la nostra capacità di sentire quelle sensazioni — di notarle, di distinguerle, di abitarle — fa un’enorme differenza nel modo in cui viviamo la nostra vita emotiva.
Una cosa che ho osservato in tanti anni di lavoro: le persone che hanno una buona consapevolezza corporea riescono a distinguere tra un sintomo fisico e la paura che associano a quel sintomo.
Faccio un esempio concreto. Sento una fitta al petto. Se ho poca consapevolezza corporea, quella fitta diventa immediatamente “potrebbe essere il cuore” — e la paura si mescola al sintomo, lo amplifica, lo trasforma in qualcosa di più grande di quello che è. Se invece ho imparato ad ascoltare il corpo con attenzione, posso notare la fitta, esplorarne la qualità (è muscolare? cambia con il respiro? dove esattamente si trova?), e contemporaneamente notare la paura che emerge — senza confondere le due cose.
Questa capacità di distinguere non è un dono. Si impara. Si allena. È una delle cose che accadono quando pratichiamo la mindfulness con costanza: il corpo smette di essere un oggetto misterioso che manda segnali incomprensibili e diventa un interlocutore con cui possiamo dialogare.
C’è un’altra cosa importante che ho capito: quello che le persone raccontano delle loro sensazioni fisiche ed emotive è quasi sempre un resoconto prezioso e sottovalutato.
Per anni la medicina e la psicologia hanno guardato con sospetto i resoconti soggettivi. “È solo una sensazione.” “Sarà suggestione.” “Non c’è niente di oggettivo.” Come se l’esperienza vissuta fosse meno reale di un esame del sangue.
Ma le ricerche — e la mia esperienza clinica — dicono altro. Quello che sentiamo nel corpo, se impariamo ad ascoltarlo con attenzione, è spesso un indicatore accurato di quello che sta succedendo dentro di noi. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto pensiamo.
Il problema non è che le persone “si immaginano” i sintomi. Il problema è che non abbiamo imparato a distinguere tra la sensazione fisica e l’emozione che la accompagna — e così le due cose si mescolano in un groviglio che sembra impossibile da dipanare.
Allora come si fa? Come si sviluppa questa consapevolezza corporea che permette di sentire con più chiarezza, di distinguere con più precisione, di abitare il corpo con più confidenza?
Non c’è una risposta unica, ma c’è una direzione: rallentare, fermarsi, ascoltare.
Il corpo parla continuamente. Il problema è che di solito siamo troppo occupati a pensare per sentirlo. La pratica — che sia meditazione, yoga, bioenergetica, o semplicemente qualche minuto di silenzio attento — crea lo spazio perché quella voce possa essere udita.
Non si tratta di diventare ossessionati dalle sensazioni fisiche. Si tratta di includere il corpo nella nostra consapevolezza quotidiana. Di chiederci, ogni tanto: cosa sento adesso? dove lo sento? che qualità ha questa sensazione?
Con il tempo, queste domande diventano automatiche. E il corpo, che sembrava un estraneo, diventa la casa in cui finalmente abitiamo.
Quel peso sul petto di stamattina? L’ho lasciato stare. Non ho cercato di capirlo, di risolverlo, di farlo andare via. L’ho sentito, l’ho nominato — tristezza — e l’ho portato con me nella giornata.
A un certo punto, senza che facessi nulla, si è alleggerito. Come fa la pioggia quando smette di piovere. Non perché l’ho combattuto. Perché l’ho lasciato essere.
Forse è questo il segreto: il corpo non ha bisogno che lo aggiustiamo. Ha bisogno che lo ascoltiamo
© Nicoletta cinotti 2026
C’è una amica che tutte le volte che si accorge di aver sbagliato qualcosa oppure di avere un tratto di personalità disfunzionale mi chiama – un po’ come se fossi un meccanico dell’anima – e mi dice con aria preoccupata “Dobbiamo fare qualcosa”. In parte potrebbe sembrare che questo sia un sano atteggiamento riflessivo, Un modo per imparare dall’esperienza e quindi anche dagli errori.
Temo però che non sia così: temo che sia la pretesa di fare – di se stessa – un’opera perfetta. Una pretesa che non appartiene solo alla mia amica: recentemente ho abbandonato l’idea di avere una migliore curva lombare. Recentemente ho fatto la pace con la mia abitudine a stare in silenzio, anche quando sono in mezzo alle persone. Siamo tutti un po’ così: vorremmo migliorare quelli che consideriamo i nostri difetti perchè li riteniamo responsabili della nostra infelicità. Ci sembra che questo strida con il nostro impegno al miglioramento o con la responsabilità verso il cambiamento: vorremmo diventare un’opera perfetta.
Penso che ci sia una curva naturale di miglioramento e un processo auto-regolato di crescita ma non avviene su quello che vogliamo noi, con la volontà. Accade – un po’ misteriosamente – attraverso quelli che Pema Chodron chiama soft spot: i punti vulnerabili. Ecco perchè è importante considerare i nostri punti vulnerabili con tutto rispetto e distinguerli dai punti difettosi.
I punti difettosi sono punti in cui la nostra pelle è più spessa, la nostra corazza più dura. Sono le aree in cui si concentra la nostra difesa psichica e fisica. I punti vulnerabili sono quelli in cui siamo teneri, perchè la vita ci ha assottigliato. Ci ha limato come se fossimo cesellati. La nostra energia di crescita andrà lì. Lascerà forse un po’ più morbidi i punti difettosi e si muoverà verso i punti vulnerabili che sono la nostra area di sviluppo prossimale.
Così, quando cerchiamo di rafforzare la nostra vulnerabilità e di correggere i nostri difetti, rischiamo di sottrarre energia al processo naturale di cambiamento. Un processo che non è spontaneo: richiede la coltivazione della pratica. La pratica però è come un seme, cresce se lo curi ma non sai come sarà una volta spuntato: sai solo che seme hai seminato.
Avremo sempre bisogno di percorrere il processo del perdono per tutte le inadempienze relazionali che potremo fare perché non siamo infallibili e feriamo in particolare le persone che amiamo. Questa è una caratteristica ineliminabile della condizione umana. Desmond Tutu
Pratica di mindfulness: Le piccole gratitudini
© Nicoletta Cinotti 2026 Il Programma di Mindful self-compassion online
i confini personali ci danno un senso di integrità: permettono di sapere chi siamo, di dare un senso alla nostra storia, una continuità alle nostre esperienze. Ci permettono di dire cosa ci piace e che cosa, invece, vogliamo evitare. Ci permettono anche di proteggerci da eventi che potrebbero costituire una minaccia.
C’è sempre il rovescio della medaglia: con il tempo tendono ad irrigidirsi e cristallizzarsi e ciò che siamo stati diventa più pesante di quello che ancora potremmo essere. Possono segnare linee di confine troppo nette tra noi e gli altri e ridurre la nostra capacità empatica e di compassione. Possono assestarci su posizione difensive troppo rigide e ripetitive e quindi farci combattere nemici inesistenti. Anzi, a dire il vero, molti sintomi emotivi nascono proprio da un eccessivo ispessimento dei nostri confini. Come se i polmoni perdessero flessibilità e quindi riducessero la nostra possibilità di respirare, così i nostri confini – quando sono troppo rigidi – ci fanno sentire soffocati perchè limitano il nostro potenziale di crescita.
È per questo che dovremmo avere un po’ più di dimenticanza. Dimenticare un po’ chi siamo stati, e anche chi siamo. Dimenticare un po’ le ferite subite. Dimenticare un po’ quello che è successo ieri, per assottigliare i nostri confini. In fondo la mindfulness è proprio questo miscuglio di memoria e dimenticanza.
Ci ricorda di tornare al corpo perchè il corpo è in continua trasformazione e continuamente in relazione. È la nostra memoria del presente.
E, nello stesso tempo, ci invita a dimenticare le storie che abbiamo già scritto su di noi e sulla nostra vita. Storie che sono spesso la colonna sonora delle nostre giornate. Non ci piace questa dimenticanza perchè assomiglia al vuoto. Se la guardiamo però dalla corretta prospettiva questa dimenticanza ci ricorda che qualcosa di nuovo ci aspetta e, soprattutto, che noi possiamo essere nuovi in ogni momento. Proprio ora. E che tante delle storie che ci raccontiamo sono sogni che svaniscono alla luce della consapevolezza.
Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è cinta di sonno. William Shakespeare
Pratica di mindfulness: Essere semplicemente con il respiro
© Nicoletta Cinotti 2026 Il programma di Mindful self compassion: ultimi due giorni in early bird
Forse hai ragione ancora una volta.
È come dici tu: siamo al riparo
dagli inverni in questa casa
dove vola appena la polvere dei libri
e ogni cosa è in ordine
come hai sempre desiderato.
Allora perché, ti chiedo, perché
per tutta la notte e perfino nel sogno
sembrava che nella camera fosse entrata
la tormenta di neve che raccontava mia madre
rabbrividendo ancora per quelle bianche strade
assiderate, gli amici introvabili, gli stenti?
Perché un vento di tormenta mi gelava
tra le coperte poco prima dell’alba?
© Stefano Simoncelli Da Giocavo all’ala (peQuod, 2004)
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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