La settimana scorsa ho parlato del senso di appartenenza: il bisogno di sentirci parte di qualcosa, di non essere sole. Il senso di appartenenza non è solo un elemento di connessione. Sappiamo che l’essere o sentirsi esclusi incide sulla salute fisica e su quella emotiva in maniera rilevante. Una ricerca americana su 3,4 milioni di partecipanti afferma che la solitudine percepita aumenta il rischio di morte prematura del 26%, l’isolamento sociale del 29%. Numero davvero impressionanti
Qui sotto trovi la registrazione della diretta che ha un filo rosso, la frase del poeta irlandese Padraig O’Tuama, “È nel rifugio l’uno dell’altro che la gente vive”.
Oggi esploriamo però esploriamo l’altra faccia: la solitudine. Perché appartenenza e solitudine non sono opposti. Sono due movimenti dello stesso respiro: inspiro e torno a me, espiro e torno al mondo. Ci sentiamo
Il giardino davanti e quello dietro
La casa della mia infanzia aveva due giardini. Uno sul retro — nascosto, protetto, silenzioso. E uno davanti — sulla strada, dove passavano i bambini, dove si poteva parlare con i vicini.
Mia madre preferiva che stessi nel giardino dietro. Diceva che non bisogna essere sfacciati. Io da bambina pensavo che ‘sfacciati’ volesse dire stare sulla facciata della casa. Poi ho capito che il significato era diverso, ma non di molto.
Col tempo ho imparato ad amare quel giardino segreto. Potevo stare lì indisturbata per ore, fino a che non veniva freddo o fino a che non arrivava il buio. È stato un compagno di giochi ricco, che ha dato voce alla mia fantasia. Mi ha insegnato il gusto tiepido e soddisfatto che può avere la solitudine.
Ma in quel momento avrei preferito il giardino davanti. Avevo sempre voglia di parlare. Nel tempo le cose sono cambiate e in adolescenza, all’opposto, facevo fatica a uscire.
La solitudine è così: ci si abitua a quel senso di protezione che offre, e poi ci sembra troppo faticoso uscire fuori. Si diventa dipendenti da quella solitudine che spesso non abbiamo scelto.
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La solitudine scelta e quella subita
C’è una differenza enorme tra la solitudine che scegliamo e quella che subiamo.
La solitudine scelta è libertà. È il ritiro, la passeggiata, il libro letto in silenzio. È il momento in cui torno a me stessa.
La solitudine subita è un’altra cosa. È l’isolamento. È sentirsi escluse. È quella sensazione che la vita succeda altrove e noi non siamo invitate.
Una ricerca pubblicata su Scientific Reports ha studiato 178 adulti per 21 giorni, monitorando come trascorrevano il tempo da soli. Ha scoperto qualcosa che conferma quello che sentiamo: non esiste un ‘dosaggio ideale’ di solitudine. Quello che conta è se la solitudine è scelta o imposta. Quando la solitudine è autonoma — quando la scegliamo — lo stress diminuisce e ci sentiamo più libere di essere noi stesse. Quando è imposta, genera isolamento e insoddisfazione.
La solitudine che brucia di più
Fin qui la distinzione sembra chiara. Ma la solitudine più insidiosa non sta né nel giardino dietro né nel giardino davanti. È quella che proviamo quando siamo insieme a qualcuno.
Ci sono tante persone con le quali la conversazione sembra fatta apposta per evitare di dirsi le cose importanti. Quando sono più le cose che si evitano che quelle vere che si dicono, l’intimità diventa un colabrodo. E affiora solo un senso di solitudine senza motivo.
La solitudine che brucia di più è quella che proviamo quando siamo insieme. Di quella che provo quando sono da sola non ho più paura.
John Gottman, uno dei maggiori ricercatori sulle relazioni di coppia, ha descritto quello che chiama ‘il matrimonio guscio vuoto’ — empty shell marriage. È quando i partner vivono vite emotivamente parallele. Abitano la stessa casa, condividono lo stesso letto, ma non si incontrano più. La ricerca ci dice che circa una persona anziana sposata su sei riporta solitudine moderata o intensa — nel matrimonio.
Avete presente quella sensazione? Essere in una stanza piena di persone — magari persone che vi vogliono bene — e sentirvi completamente sole? A volte quel tipo di solitudine lì è la peggiore. Perché non la potete spiegare. Non ha motivo. E per questo fa più male.
Il vetro distorcente
Una ricerca recentissima, pubblicata nel 2025 sul Journal of Personality & Social Psychology, ha scoperto qualcosa di importante: le persone che si sentono sole tendono a sottostimare quanto i loro cari le amano davvero. È un bias negativo: pensiamo di essere meno amate di quanto siamo.
Ma la ricerca va oltre. Ha dimostrato che questa distorsione non è un errore di giudizio isolato — è un circolo vizioso. Quando mi sento sola, leggo il tuo comportamento con un filtro negativo. Ti vedo meno amorevole di quanto sei. E allora mi ritiro. E ritirandomi, creo la distanza che temevo. E la distanza conferma quello che pensavo: che non sono abbastanza amata.
Il dato più colpente: anche quando osservatori esterni valutavano il partner come supportivo e presente, le persone sole non lo vedevano. Come se la solitudine creasse un vetro distorcente tra noi e chi ci ama.
Cosa possiamo fare con questo vetro? Pulirlo. Non con lo sforzo di volontà, ma con l’attenzione. Una ricerca del 2024 ha trovato che la consapevolezza relazionale — prestare attenzione, davvero attenzione, alla relazione in cui siamo — riduce l’effetto della solitudine sulla fiducia e sull’impegno nella coppia. Non perché la relazione diventa perfetta, ma perché il nostro sguardo diventa più accurato. Vediamo quello che c’è, non solo quello che manca.
È esattamente quello che facciamo nella mindfulness interpersonale: allenarci a vedere quello che c’è. Non il fantasma di quello che vorremmo.
La solitudine come pratica
Non arrenderti troppo velocemente alla solitudine. Lascia che tagli in profondità, che fermenti e maturi, come pochi ingredienti, umani o divini, sanno fare.
Questi versi di Hafez, poeta persiano del XIV secolo, dicono qualcosa che la ricerca contemporanea sta confermando.
Esiste un altro tipo di solitudine ancora. Una solitudine che non è mancanza — è presenza. Non è povertà — è ricchezza. È la solitudine che cerchiamo quando meditiamo, quando ci ritiriamo, quando abbiamo bisogno di tornare a noi stesse.
Nella tradizione buddhista, la solitudine è parte essenziale della pratica. Cerchiamo la solitudine per conoscere la mente in profondità. Un articolo recente parla di mindful solitude — solitudine consapevole — e la definisce così: ‘La solitudine consapevole riformula l’essere soli non come assenza, ma come presenza.’ È un’analisi che integra la tradizione buddhista con la ricerca psicologica contemporanea, e mostra come la mindfulness faccia da mediatrice tra la solitudine e il benessere: non elimina il fatto di essere soli, ma trasforma come lo viviamo.
Questa è l’esperienza che facciamo nei ritiri di meditazione, quando il silenzio è un modo per ascoltarsi e ascoltare gli altri da una diversa prospettiva: quella della “solitudine leggera” — soli ma insieme.
Una ricerca dell’Oregon State University del 2024 aggiunge questa sfumatura: la solitudine fa più bene quando non è troppo intensa. Leggere in un caffè, camminare con le cuffie, sedersi in un parco, fare un ritiro — queste forme di solitudine ‘leggera’ rigenerano di più rispetto all’isolamento completo. Come se avessimo bisogno di essere sole, sì, ma con il mondo ancora lì, appena fuori dal cancello. Nel giardino dietro, ma con la porta aperta verso il davanti.
L’abbraccio
C’è un ricordo vecchio che ogni tanto mi compare. Qualche tempo prima che morisse ho accompagnato mia madre a letto e l’ho abbracciata forte. Un abbraccio lungo e silenzioso, come quelli che avrei voluto ricevere da lei quando ero bambina e avevo paura del buio.
In quell’abbraccio non ho abbracciato solo lei. Ho abbracciato anche me. E mi sono detta che perdersi è inevitabile. Che forse l’avevo già persa e che non potevo trattenerla. Che la vita scivola tra le dita come la sabbia della memoria perduta.
La solitudine che brucia di più è quella che proviamo quando non sappiamo stare insieme. Di quella che provo quando sono da sola non ho più paura.
Lunedì mattina alle 8 la pratica gratuita sarà dedicata a questo tema: unisciti alla nostra solitudine leggera. Pratica con noi, clicca qui per partecipare.
con grazia, grinta e gratitudine
Nicoletta
©Nicoletta Cinotti 2026
