Ho sempre pensato che la legge causa effetto – in campo umano – abbia fatto molti danni. Ci fa credere che un’evento possa avere, necessariamente, un solo tipo di conseguenza.
Ci fa pensare che la nostra storia disegni le possibilità della nostra vita. Ci arricchisce la mente di spiegazioni che, in realtà non spiegano e, soprattutto, non cambiano nulla.
Non siamo oggetti meccanici: per gli oggetti meccanici la legge di causa – effetto è perfetta. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Nel mondo umano, se rispondiamo ad ogni azione con una reazione uguale e contraria, costruiamo una faida o un’escalation. Se pensiamo a noi stessi solo in termini di meccanismi di difesa non abbiamo tante alternative se non seguire la legge del meccanismo. Se pensiamo a noi stessi solo in termini di funzionamento è inevitabile che buona parte di noi rientri in una categoria non conforme.
In realtà ogni aspetto disfunzionale – o, se preferite nevrotico – non è mantenuto attivo da una relazione causa-effetto ma da uno schema di risposta che ha la sua energia e la sua velocità. Uno schema – quello sì meccanico – che toglie alla nostra storia, la sua assoluta novità per ripeterla sempre uguale in modo che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria.
Più è rapido nella sua attivazione e più è difficile fermarlo ma una volta che siamo in grado di rallentare, tanto da entrarci con consapevolezza, qualunque legge causa-effetto cede il posto al potere della presenza e della scelta, che ci fa divergere dallo schema in modi impercettibili e indefiniti. Modi che nel tempo danno alla nostra storia la sua assoluta novità.
Ci sono alcuni fraintendimenti riguardo alla pratica della meditazione. Alcuni la considerano uno stato della mente simile alla trance. Altri la pensano come un addestramento nel senso di una ginnastica mentale. Ma la meditazione non è nessuna delle due cose, benché richieda di rapportarsi agli stati nevrotici della mente. Uno stato nevrotico della mente non è una cosa impossibile o difficile con cui rapportarsi. Ha energia, velocità e un suo schema. La pratica della meditazione implica lasciar essere, cercare di stare con lo schema, con la sua energia e la sua velocità. Chogyam Trungpa
Pratica del giorno: Il panorama della mente
© Nicoletta Cinotti 2022
Poi, un paio d’anni fa ho ascoltato un podcast di una top manager italiana che vive e lavora in Francia. Da sola. Dopo anni di solitudine decide di prendersi un cane al canile, per avere qualcuno di cui occuparsi fuori dal suo ambiente lavorativo. Purtroppo il cane si rivela, ben presto, molto aggressivo con gli estranei e qualche volta molto aggressivo anche con lei. Essere stati abbandonati, si sa, non migliora l’umore nemmeno negli animali. Gli amici le suggeriscono di riportarlo al canile ma lei non se la sente di abbandonarlo, forse si identifica in quel cane solitario e aggressivo. Decide di rivolgersi ad un addestratore. Il primo addestratore le suggerisce addirittura di far sopprimere il cane che ritiene essere troppo aggressivo e pericoloso per lei stessa. Ma lei non demorde e si rivolge ad un altro addestratore: funziona. Il cane, gradualmente, esce dalla sua paura e inizia a diventare domestico con lei e dignitoso con gli altri cani e le altre persone. Nel frattempo, lei ha capito che non poteva lasciarlo tutto il giorno solo. Inizialmente torna a casa a metà mattina e a metà pomeriggio e poi, quando il cane è più tranquillo inizia a portarlo con sé in tutte le occasioni in cui questo è possibile. Il cane le sta seduto accanto e rimane tranquillo anche quando molte persone entrano improvvisamente (per lui che non può controllare l’agenda, tutto è improvviso!) nel suo ufficio. Capisce che il suo cane le ha insegnato una lezione importante: non scappare da quello che ti fa paura. È questo il primo ingrediente del coraggio? Credo di sì
sarebbe stato ammettere un fallimento e lei non è abituata a fallire. Ma non è la determinazione l’elemento che le permette di continuare (e nemmeno la grinta) è la fiducia che saprà affrontare le difficoltà. Una fiducia che le deriva dal resto della sua vita. E una consapevolezza: la sua paura più grande è fallire. In particolare è andare a pezzi se fallisce in qualcosa. Non possiamo certo dire che sia una paura solo sua. Così conosce un altro paio di ingredienti del coraggio: guardare in faccia quello che ti fa paura e dargli nome, senza giustificazioni alla paura ma con quella onestà diretta che viene dalla consapevolezza. A questo ingrediente aggiunge la fiducia che la spinge a provare, non perché è certa che andrà bene ma perché ha fiducia che saprà recuperare gli errori di percorso. E imparare: non esiste fiducia se non siamo convinti di poter imparare. Non di sapere già ma di non sapere ancora e di poter crescere imparando.
le persone a raccontare i loro fallimenti. Le loro storie di fallimento non diventano così vergogne da nascondere ma esperienze da condividere per imparare. Si accorge subito di quante persone come lei hanno la stessa paura: fallire. Si rende subito conto che, condividere il senso di fallimento, scioglie la vergogna e rende consapevoli che abbiamo tutti le stesse paure. Che non siamo soli in quella paura, come crediamo di essere quando siamo avvolti nell’umiliazione, nella vergogna e nel senso di fallimento. Affronta così altri due aspetti: accorgersi che essere soli è diverso dall’essere isolati e che non basta riconoscere le proprie paure, accanto al coraggio di imparare è necessario avere il coraggio di riconoscere la nostra comune umanità.
Il primo fattore dell’illuminazione è la consapevolezza, o presenza mentale. Non è che l’atteggiamento inverso rispetto a quello abituale, un vedere opposto al non vedere, una ‘conversione’ indispensabile alla qualità della nostra vita.
Il terzo fattore è l’indagine, quell’inquiring che viene percorso nel dialogo durante i protocolli e che possiamo poi trasformare nella nostra quest, il viaggio di esplorazione spirituale che appartiene ad ogni esistenza. Nella esplorazione interiore che nasce dalla consapevolezza, coltiviamo la saggezza che ci permette di avanzare nel nostro percorso di crescita. È il passaggio alla pratica che fa sì che non sia sufficiente capire ma sia necessario che comprensione ed esperienza procedano abbracciati.
Un altro fattore di risveglio è la gioia. Un elemento sottovalutato perché, esagerando, pensiamo che incontrare il dolore significhi rimanerci inzuppati dentro. Non è così. L’invito è questo: non indugiare nelle sensazioni, da una parte, e non fuggirle, dall’altra. La gioia è quella meravigliosa leggerezza del cuore che proviamo quando abbiamo superato l’ostacolo. Quando, come si dice, abbiamo “buttato il cuore oltre l’ostacolo”: tutti noi conosciamo e riconosciamo quella leggerezza quando arriva nella nostra vita perché la rende lieve.
Oggi quando credo di dovere essere molto coraggiosa e di dovere fare le cose da sola, quando il peso del mondo comincia a gravare troppo sul nervo della cervicale, allora sto imparando a fermarmi e a chiedere aiuto, a darmi il permesso di sbagliare, ad avere paura, a dirmi, anche, che ho paura e che va bene così, che bisogna avere paura e che non succede niente ad avere paura, mentre, a volte, succede tutto quando siamo coraggiosi, troppo coraggiosi. A volte è proprio quando pensiamo di essere forti, coraggiosi e soli che ci facciamo tanto male. Un bambino questo non lo può sapere, è per questo che a un certo punto si diventa grandi: per imparare ad avere paura.[/box]
Sono stanca ma coraggiosa quando continuo a spiegare ai medici la mia storia, quando in farmacia nessuno ha sentito parlare di questa sindrome. Sono triste ma coraggiosa quando gli amici che non sanno non capiscono perché mi stanco così in fretta, perché al cinema devo stare seduta esterna per alzarmi ogni tanto, perché non posso fare camminate troppo lunghe. Sono felice e coraggiosa quando i pochi amici che sanno rispettano le mie esigenze, i miei tempi a volte lenti, non si arrabbiano se dico che sono stanca e devo tornare a casa. Sono coraggiosa ogni volta che d’improvviso sto male, un dolore difficile da spiegare, che è sempre presente come una scossa elettrica, e allora posso solo stare sdraiata senza premere il mio nervo alterato. Sono coraggiosa tutti i giorni in cui vado a lavorare alzandomi presto e con fatica, ma felice di continuare a insegnare, di stare in mezzo ai miei studenti che mi danno vita. Sono coraggiosa e non sono la sola, ci sono tante altre persone coraggio che portano avanti la loro lotta silenziosa ogni giorno, e questo mi fa sentire meno sola – e più forte.[/box]
Con la rabbia noi perdiamo energia. Infatti alla sensazione di forza e vigore che possiamo provare nel momento dell’accesso rabbioso e nel periodo successivo, segue poi un senso di spossatezza quando non una vera e propria sensazione depressiva. È per questa ragione che spesso passiamo ad una fase repressiva che non ha però che l’effetto di alimentare l’esplosione dovuta alla perdita di padronanza, innescando quindi un circolo abbastanza ripetitivo.
