Le parole creano nella nostra mente l’immagine del mondo che ci circonda. Alexander Lowen
Per tutti è importante essere ascoltati: in parte potremmo dire che è lo scopo primario della comunicazione.
Il piacere di esprimersi, e il bisogno che abbiamo di farlo, si vanifica se non veniamo ascoltati. L’ascolto richiede attenzione e l’attenzione che riceviamo innesca un circolo virtuoso che sostiene la nostra comunicazione.
Il valore dell’ascolto però va oltre le parole: non c’è un vero ascolto se, quello che abbiamo detto, non suscita anche un movimento interiore. In fondo non ci basta essere ascoltati, desideriamo anche venire sentiti. Desideriamo che qualcuno raccolga il sentire che anima le nostre parole e che questo sentire susciti un movimento interno anche nell’altro.
Così alla fine la vera domanda non è “Mi hai ascoltato?” ma “Mi hai ascoltato e sentito?” E soprattutto “Cosa hai sentito?” perché sarà quello che dirigerà il proseguo della nostra comunicazione verso un vero ascolto o verso un fraintendimento.
Ma, ancora di più, il sentire dell’altro ci aiuta ad aprire la nostra mente verso un dialogo, a spostarci dalle nostre convinzioni che, quando non sono messe nel flusso della comunicazione, rimangono sterili e ripetitive. Abbiamo bisogno di essere sentiti perché il sentire dell’altro amplia il nostro campo di consapevolezza, apre la mente e risuona nel corpo. Ci sposta da quella rigidità – a volte tangibile e a volte impercettibile – che le convinzioni producono.
Alla fine non c’è comunicazione migliore di quella in cui, salutandoci, possiamo dire: “Grazie di avere ascoltato ma, soprattutto, grazie di avermi sentito”.
Lungo tutta la terapia con i pazienti alterno gli sforzi intesi ad espandere la consapevolezza a livello corporeo a quelli intesi ad elevare la consapevolezza a livello verbale. Alexander Lowen
Pratica di mindfulness: L’incertezza
© Nicoletta Cinotti 2022



Poi, un paio d’anni fa ho ascoltato un podcast di una top manager italiana che vive e lavora in Francia. Da sola. Dopo anni di solitudine decide di prendersi un cane al canile, per avere qualcuno di cui occuparsi fuori dal suo ambiente lavorativo. Purtroppo il cane si rivela, ben presto, molto aggressivo con gli estranei e qualche volta molto aggressivo anche con lei. Essere stati abbandonati, si sa, non migliora l’umore nemmeno negli animali. Gli amici le suggeriscono di riportarlo al canile ma lei non se la sente di abbandonarlo, forse si identifica in quel cane solitario e aggressivo. Decide di rivolgersi ad un addestratore. Il primo addestratore le suggerisce addirittura di far sopprimere il cane che ritiene essere troppo aggressivo e pericoloso per lei stessa. Ma lei non demorde e si rivolge ad un altro addestratore: funziona. Il cane, gradualmente, esce dalla sua paura e inizia a diventare domestico con lei e dignitoso con gli altri cani e le altre persone. Nel frattempo, lei ha capito che non poteva lasciarlo tutto il giorno solo. Inizialmente torna a casa a metà mattina e a metà pomeriggio e poi, quando il cane è più tranquillo inizia a portarlo con sé in tutte le occasioni in cui questo è possibile. Il cane le sta seduto accanto e rimane tranquillo anche quando molte persone entrano improvvisamente (per lui che non può controllare l’agenda, tutto è improvviso!) nel suo ufficio. Capisce che il suo cane le ha insegnato una lezione importante: non scappare da quello che ti fa paura. È questo il primo ingrediente del coraggio? Credo di sì
sarebbe stato ammettere un fallimento e lei non è abituata a fallire. Ma non è la determinazione l’elemento che le permette di continuare (e nemmeno la grinta) è la fiducia che saprà affrontare le difficoltà. Una fiducia che le deriva dal resto della sua vita. E una consapevolezza: la sua paura più grande è fallire. In particolare è andare a pezzi se fallisce in qualcosa. Non possiamo certo dire che sia una paura solo sua. Così conosce un altro paio di ingredienti del coraggio: guardare in faccia quello che ti fa paura e dargli nome, senza giustificazioni alla paura ma con quella onestà diretta che viene dalla consapevolezza. A questo ingrediente aggiunge la fiducia che la spinge a provare, non perché è certa che andrà bene ma perché ha fiducia che saprà recuperare gli errori di percorso. E imparare: non esiste fiducia se non siamo convinti di poter imparare. Non di sapere già ma di non sapere ancora e di poter crescere imparando.
le persone a raccontare i loro fallimenti. Le loro storie di fallimento non diventano così vergogne da nascondere ma esperienze da condividere per imparare. Si accorge subito di quante persone come lei hanno la stessa paura: fallire. Si rende subito conto che, condividere il senso di fallimento, scioglie la vergogna e rende consapevoli che abbiamo tutti le stesse paure. Che non siamo soli in quella paura, come crediamo di essere quando siamo avvolti nell’umiliazione, nella vergogna e nel senso di fallimento. Affronta così altri due aspetti: accorgersi che essere soli è diverso dall’essere isolati e che non basta riconoscere le proprie paure, accanto al coraggio di imparare è necessario avere il coraggio di riconoscere la nostra comune umanità.
Il primo fattore dell’illuminazione è la consapevolezza, o presenza mentale. Non è che l’atteggiamento inverso rispetto a quello abituale, un vedere opposto al non vedere, una ‘conversione’ indispensabile alla qualità della nostra vita.
Il terzo fattore è l’indagine, quell’inquiring che viene percorso nel dialogo durante i protocolli e che possiamo poi trasformare nella nostra quest, il viaggio di esplorazione spirituale che appartiene ad ogni esistenza. Nella esplorazione interiore che nasce dalla consapevolezza, coltiviamo la saggezza che ci permette di avanzare nel nostro percorso di crescita. È il passaggio alla pratica che fa sì che non sia sufficiente capire ma sia necessario che comprensione ed esperienza procedano abbracciati.
Un altro fattore di risveglio è la gioia. Un elemento sottovalutato perché, esagerando, pensiamo che incontrare il dolore significhi rimanerci inzuppati dentro. Non è così. L’invito è questo: non indugiare nelle sensazioni, da una parte, e non fuggirle, dall’altra. La gioia è quella meravigliosa leggerezza del cuore che proviamo quando abbiamo superato l’ostacolo. Quando, come si dice, abbiamo “buttato il cuore oltre l’ostacolo”: tutti noi conosciamo e riconosciamo quella leggerezza quando arriva nella nostra vita perché la rende lieve.
Oggi quando credo di dovere essere molto coraggiosa e di dovere fare le cose da sola, quando il peso del mondo comincia a gravare troppo sul nervo della cervicale, allora sto imparando a fermarmi e a chiedere aiuto, a darmi il permesso di sbagliare, ad avere paura, a dirmi, anche, che ho paura e che va bene così, che bisogna avere paura e che non succede niente ad avere paura, mentre, a volte, succede tutto quando siamo coraggiosi, troppo coraggiosi. A volte è proprio quando pensiamo di essere forti, coraggiosi e soli che ci facciamo tanto male. Un bambino questo non lo può sapere, è per questo che a un certo punto si diventa grandi: per imparare ad avere paura.[/box]
Sono stanca ma coraggiosa quando continuo a spiegare ai medici la mia storia, quando in farmacia nessuno ha sentito parlare di questa sindrome. Sono triste ma coraggiosa quando gli amici che non sanno non capiscono perché mi stanco così in fretta, perché al cinema devo stare seduta esterna per alzarmi ogni tanto, perché non posso fare camminate troppo lunghe. Sono felice e coraggiosa quando i pochi amici che sanno rispettano le mie esigenze, i miei tempi a volte lenti, non si arrabbiano se dico che sono stanca e devo tornare a casa. Sono coraggiosa ogni volta che d’improvviso sto male, un dolore difficile da spiegare, che è sempre presente come una scossa elettrica, e allora posso solo stare sdraiata senza premere il mio nervo alterato. Sono coraggiosa tutti i giorni in cui vado a lavorare alzandomi presto e con fatica, ma felice di continuare a insegnare, di stare in mezzo ai miei studenti che mi danno vita. Sono coraggiosa e non sono la sola, ci sono tante altre persone coraggio che portano avanti la loro lotta silenziosa ogni giorno, e questo mi fa sentire meno sola – e più forte.[/box]
