Il cuore dell’uomo
Il pesce è muto nel mare,
la bestia è turbolenta sulla terra,
l’uccello canta per l’aria.
Ma l’uomo ha dentro di sé
e il silenzio del mare
e lo strepito della terra
e la musica dell’aria
Rabindranath Tagore
Il pesce è muto nel mare,
la bestia è turbolenta sulla terra,
l’uccello canta per l’aria.
Ma l’uomo ha dentro di sé
e il silenzio del mare
e lo strepito della terra
e la musica dell’aria
Rabindranath Tagore
«La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo» disse Albert Einstein. «Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono.»
Per molti di noi è un lusso anche solo potersi permettere qualche momento personale ininterrotto di tranquillità e di riflessione durante la giornata; tuttavia, questi momenti sono tra i più preziosi, soprattutto per quanto riguarda la creatività. Perché le nostre associazioni libere possano produrre frutti di innovazione, però, è anche necessario che ci sia l’atmosfera giusta. Abbiamo bisogno di tempo libero durante il quale poter mantenere una consapevolezza aperta. Il continuo assalto di e-mail, testi, bollette da pagare ci getta in uno stato cerebrale antitetico a quella attenzione aperta favorevole alle scoperte fortuite. Nel tumulto delle nostre distrazioni quotidiane e delle troppe cose da fare, l’innovazione non ha prospettive: per fiorire ha bisogno di tempo libero. È per questo che gli annali della scoperta sono pieni di storie di brillanti intuizioni partorite durante una passeggiata, un bagno, una lunga cavalcata o una vacanza. Il tempo libero permette allo spirito creativo di prosperare, i ritmi serrati lo uccidono.
L’importanza di ritagliarsi questi bozzoli creativi nel tempo e nello spazio è emersa in uno studio condotto dalla Harvard Business School sulle abitudini di lavoro di 238 membri di squadre di ricerca alle prese con una serie di sfide innovative, dalla soluzione di complicati problemi informatici all’invenzione di accessori da cucina. Il progresso nel loro campo richiede un flusso continuo di piccole intuizioni creative. Le giornate proficue per l’intuizione non avevano nulla a che fare con scoperte rivoluzionarie o grandi vittorie. La chiave stava nell’ottenere delle piccole conquiste –come innovazioni secondarie e soluzioni a fastidiosi problemi –in una serie progressiva di passi concreti verso un obiettivo più grande. Le intuizioni creative emergevano con più facilità quando le persone avevano obiettivi chiari ma erano anche libere di decidere come raggiungerli; e, cosa fondamentale, avevano del tempo libero, abbastanza per mettersi davvero a pensare senza condizionamenti. Un vero e proprio bozzolo creativo.
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Daniel Goleman, Focus. Come mantenersi concentrati nell’era della distrazione
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Tutti i diritti riservati a Janice Perrin
Ci sono tanti modi di preparare le valigie. C’è chi inizia, scientificamente, una settimana prima. Chi, all’ultimo momento butta dentro qualcosa alla rinfusa. Chi viaggia leggero come un uccellino e chi sembra pronto per un trasloco definitivo.
La prima domanda è “Cosa mi servirà”?. È lì, di fronte a questa domanda, che capiamo davvero quali sono le nostre intenzioni, che progetti abbiamo e, soprattutto, quanto possiamo essere realistici rispetto ai nostri progetti e alle nostre aspettative. La domanda davvero importante però – che preparando le valigie compare e scompare come se giocasse a nascondino – è “Cosa mi manca?”. È con questa domanda che possiamo precipitare nel caos.
Io parto zen: poche cose, scelte con cura. Poi, quando mi accorgo che la valigia è mezza vuota, non resisto alla tentazione “tanto c’è spazio” e finisco per mettere dentro cose assurde e che non uso nemmeno a casa.
La tentazione nasce da quel vuoto. Per me la tentazione nasce sempre dal vuoto: mi sembra che offra possibilità sterminate di riempimento. E invece, avrei solo bisogno di lasciarlo vuoto e di viaggiare leggera. La tentazione per me nasce sempre nel vuoto perché anche a casa, nel tempo libero, la tentazione è riempire e non lasciare spazio. Mi tornano alla mente i moniti “non perdere tempo”, “chi ha tempo non aspetti tempo”, e via discorrendo. E invece, stavolta, nella valigia che lascerò mezza vuota, metterò tanto tempo libero.
La mancanza. Un vuoto dalle dimensioni esatte. Inutile riempirlo di altra roba: si colma solo con quel pezzo che s’incastra a perfezione. Serafino Bandini
Pratica di mindfulness: Centering meditation
© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale
Foto di © DISAMISTADE_my life is a reportage!
Ti sarai trovato tante volte a sorridere guardando un bambino per strada. Forse è stato solo uno sguardo fugace che ti ha fatto scappare un sorriso. Oppure hai visto un cane fare qualcosa di buffo e, anche in quel caso, ti è scappato un sorriso.
Chiunque abbia avuto un figlio, chiunque abbia curato un cucciolo, sa perché questo succede. Anche se succede indipendentemente dall’essere genitore o dall’avere un animale. Accade perché attivano un senso materno, paterno. E, tra i tanti aspetti che la genitorialità risveglia accade il più semplice e toccante: ci fa tornare al corpo. Ci abbracciamo, strofiniamo, giochiamo per terra, camminiamo all’aperto. Facciamo quelle cose semplice che il corpo ama. Più liberi e semplici che in qualsiasi altro momento.
Finalmente la testa va in vacanza e il corpo prende spazio per giocare, in queste situazioni. È una forza irresistibile che va al di là del conoscersi. Può esser risvegliata da un bambino che incontriamo per strada come da nostro figlio. Che meraviglia svegliarsi al mattino e fare la pratica degli abbracci. Come prima cosa toccarsi, dire qualcosa di assolutamente assurdo e affettuoso, Sentire l’odore della pelle che ha attraversato la notte. Solo dopo un po’ torniamo quegli esseri pensanti e intelligenti. Quei primi istanti però sono di vera gioia: perché il nostro corpo è svegliato dal corpo dell’altro.
Ecco, se mandassimo la testa a riposo un po’ più spesso, la nostra vita sarebbe così: un risveglio del corpo.
Ci sono così tanti modi in cui l’essere madre mi ha cambiato. Ma spesso penso che nessuno è più importante che questo: mi ha riportato al corpo dopo anni in cui ero prevalentemente nella testa e mi ha reso responsabile per altri corpi in modo profondo e definitivo. Courtney E. Martin
Pratica di mindfulness: Abbraccio qualificato
© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale
La saggezza delle fratture (The Wisdom of Shattering)
BY KIMBERLY BRUNELLE GEORGE(@KIMBERLYBGEORGE), GUEST CONTRIBUTOR
Da giovane ero una ginnasta competitiva ma ricordo il giorno in cui sono uscita dal tappeto della competizione, mi ci sono seduta sopra e ho cominciato a contemplare l’idea di smettere. Avevo 12 anni.
La ginnastica era stata la mia vita e aveva definito l’orbita delle mie ambizioni infantili. Ero sempre in lotta con i miei traumi fisici, non solo perché volevo guarire ma anche perché avevo paura di farmi di nuovo male, imparando qualche nuovo esercizio. Ho avuto cinque ingessature per 8 fratture in soli 4 anni. Come toglievo l’ingessatura e iniziavo a recuperare forza, mi facevo male di nuovo.
Con così tanti traumi la mia mente, da bambina, era terrorizzata che accadesse il trauma peggiore di tutti: rompermi l’osso del collo.
Una volta, mentre stavo facendo un esercizio su barre irregolari, il mio allenatore mi riprese al volo da una caduta. Nel movimento mi ero rotta un gomito, probabilmente perché avevo forzato troppo il passaggio dalla barra alta – che comportava una elevazione e una rotazione -per afferrare la barra bassa. Feci un movimento all’indietro: questo è quello che succede quando abbiamo paura eppure ci forziamo ad andare avanti. Diventiamo tesi ed esitanti e il nostro corpo non sa più come volare.
Il mio allenatore era furioso con me perché mi ero lasciata condizionare dalla paura. Mi disse di andare in bagno, guardarmi allo specchio e ringraziare Dio di non essere diventata paraplegica. Sarebbe successo quello se non mi avesse ripreso al volo. Urlando mi disse che mi aveva salvato da una vita sulla sedia a rotelle.
Non gli credevo del tutto ma lo feci. Ancora sporca di gesso, indossando ancora le manopole per gli esercizi alla sbarra, andai nel bagno della palestra che odorava di vecchio linoleum e Lysol (un disinfettante) e guardandomi nello specchio ringraziai Dio perché potevo ancora camminare. Tremavo mentre mi guardavo così esile e vulnerabile, con ancora indosso la mia calzamaglia bianca e rossa
Rimasi per qualche minuto in bagno per farmi forza prima di affrontare il mio allenatore. In verità avevo molta più paura del mio allenatore che di imparare quel nuovo esercizio. Se il mio corpo era teso, mentre mi muovevo tra le sbarre dell’esercizio, era più per il peso di questa situazione tossica che per la difficoltà di imparare.
Forse non è così sorprendente che un giorno abbia deciso che ne avevo abbastanza sia dello sport che delle sue forme di controllo emotivo. Era proprio quel giorno di cui parlavo all’inizio, seduta sul tappetino da competizione, nel mezzo del mio allenamento. Era insolito sedersi durante le 4 ore di allenamento. Ma avevo bisogno di tempo per visualizzare quali possibilità avevo. Cercavo di immaginare come sarebbe stato lasciare. Fino a quel momento mi era sembrato impossibile perché amavo quello sport che rappresentava tutti i miei sogni. Ma c’era troppo dolore e ero così esausta.
Il mio allenatore se ne accorse e venne vicino. Si accovacciò, tranquillo. Quando non era furioso era piuttosto paterno. In quel momento era paterno. Mi chiese come stavo. Quando non gli risposi mi guardò dritto negli occhi e mi disse:
Ricordati, se molli, sei solo fallita
Proprio mentre stavo cercando il coraggio per dire “basta così” mentre iniziavo ad immaginare di dire “basta”, proprio in quel momento mi veniva detto che ammettere i propri limiti è il punto in cui inizia il fallimento. E la paura più grande della mia vita, ancora più grande della paura di un danno fisico, è fallire.
Da allora fallire e rinunciare sono inestricabilmente legati nella mia mente.
Ho pensato troppo tardi al valore di smettere, di rinunciare e dire “basta così” semplicemente perché è troppo doloroso continuare. Perché siamo esausti. Non significa rinunciare ai nostri sogni positivi; significa permettere a se stessi lo spazio per “essere rotti”. Dare a se stessi lo spazio per sentire e fare un passo indietro soprattutto quando comprendiamo che qualcosa, dentro di noi, ha bisogno di guarire. È possibile che allontanarsi, qualche volta, significhi fare un passo avanti? Un diverso tipo di movimento dove diventiamo più forti nel nostro essere mentre cresciamo nei nostri sogni?
A molti di noi viene insegnato, fin dalla più tenera età, che sforzarsi, lottare, non smettere di perseverare, mettere insieme i nostri pezzi rotti, è un valore. Ci viene detto che siamo forti se ignoriamo le nostre paure, affrontiamo le nostre sfide, anche quando il nostro corpo ci urla di fermarsi e di riposare per rivalutare le condizioni in cui stiamo lottando.
È implicito che abbiamo successo se rimaniamo in tutto ciò in cui abbiamo investito. Forse quell’investimento è una professione, una relazione, una religione, un codice morale o un’immagine di noi. O forse quell’investimento è molto di più che una persona come i nostri investimenti nel capitalismo, nei combustibili fossili o negli armamenti militarti.
Chiudere qualcosa e sviluppare nuovi progetti è un’abilità alla quale non diamo molto credito. Ma mi chiedo se, ad un certo punto, lasciarsi stordire sia il nostro atto più coraggioso.
Il momento in cui rinunciamo non potrebbe essere un punto di svolta sacro se lo si guarda con fede? Quando riconosciamo che ci sono sentimenti, che abbiamo limiti, che non siamo sovra-umani, che a volte sperimentiamo cose che vanno oltre la nostra capacità di andare avanti, non possono essere proprio questi momenti – i momenti in cui riconosciamo il nostro dolore e i nostri limiti – i più coraggiosi? Quando, semplicemente, siamo troppo fratturati?Quando ci rendiamo conto che non potremo mai essere sani nelle circostanze attuali di vita? Quando rinunciare al sentiero che stiamo percorrendo apre ad un percorso salutare?
Credo che un giorno, sarò abbastanza sana da provare di nuovo. Ma per oggi, ascolto le fratture, il sentimento di ciò che significa rinunciare perdono, coraggiosamente, la mia perdita, anziché andare avanti. Mi permetto di essere quello che sono: rotta. Con la fiducia che, forse, rinunciare non è un fallimento ma un orientamento verso se stessi. E che i sogni che cerchiamo di più sono quelli che ci portano a noi, in nuovi luoghi di guarigione, anche quando fuggiamo.
BY KIMBERLY BRUNELLE GEORGE(@KIMBERLYBGEORGE), GUEST CONTRIBUTOR for On being
Trad. Nicoletta Cinotti © www.nicolettacinotti.net
Chi sei tu, lettore che leggi
le mie parole tra un centinaio d’anni?
Non posso inviarti un solo fiore
della ricchezza di questa primavera,
una sola striatura d’oro
delle nubi lontane.
Apri le porte e guardati intorno.
Dal tuo giardino in fiore cogli
i ricordi fragranti dei fiori svaniti
un centinaio d’anno fa.
Nella gioia del tuo cuore possa tu sentire
la gioia vivente che cantò
in un mattino di primavera,
mandando la sua voce lieta
attraverso un centinaio d’anni.
Rabindranath Tagore
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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