Quello che perdo
torna
come un bordo acuto
reclama l’assenza
regione nascosta del cuore
© Nicoletta Cinotti
Quello che perdo
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come un bordo acuto
reclama l’assenza
regione nascosta del cuore
© Nicoletta Cinotti
Le emozioni sono il sale della vita, potremmo dire sinteticamente. Come il sale hanno bisogno di essere dosate. Troppo sale può rovinare una pietanza e renderla immangiabile. Oppure l’assenza di sale può suscitare un senso di delusione. Proprio come un incontro senza emozioni. Però se la quantità di sale dipende da noi spesso pensiamo spesso che le emozioni che proviamo non dipendono da noi. O meglio che dipendano da forze di cui non abbiamo padronanza. Arrivano, ci attraversano e se ne vanno.
Abbiamo tutti l’esperienza della grande sensibilità che i bambini possono avere nei confronti delle emozioni. Eppure molte delle nostre difficoltà emotive hanno radice nella nostra infanzia. Come mai?I bambini provano emozioni con grande intensità ma molto spesso non sono in grado di comprenderle correttamente. O meglio le comprendono in una prospettiva egocentrica che fa credere loro di essere responsabili di tutte le cose che accadono: positive e negative.
In parte il senso di colpa nasce così. Accade un evento traumatico – come una separazione – e i bambini possono sbagliare valutazione e pensare che è colpa loro. Questo errore di valutazione emotivo infantile permane poi anche nell’età adulta. In qualche modo potremmo dire che non sono le emozioni ad essere un problema: lo sono le valutazioni che facciamo sulla base delle emozioni che proviamo. Due bambini – posti di fronte ad uno stesso evento – possono darne valutazioni completamente diverse a seconda del loro umore e della loro fiducia in se stessi. La valutazione del bambino più insicuro tenderà a conservarsi più a lungo – come se fosse messa sotto sale – perchè assocerà questa valutazione ad una protezione dal pericolo o dalla perdita e finirà per condizionare la sua visione del mondo. Questo, molto in sintesi, è il processo che facciamo e che rende le nostre risposte adulte più infantili di quello che vorremmo. L’unico modo serio per intervenire sui processi di valutazione emotivi è la consapevolezza. Ecco perchè una terapia dell’essere (consapevoli) può offrire risultati così buoni: perchè permette di intervenire sui processi di valutazione emotivi a partire non dal pensiero ma dalle emozioni stesse.
Le emozioni vengono suscitate da qualcosa nell’ambiente esterno o interno (per esempio una sensazione fisica) e vengono immediatamente classificate in aree: pericolo, provocazione, perdita.
Questa risposta utilizza l’esperienza che ci siamo fatti nel corso della vita. Quindi per me – che sono sempre vissuta in città – un animale selvatico riveste un senso di maggior pericolo che per una mia coetanea vissuta sempre in una zona boschiva. Se non siamo consapevoli di quello che succede – a livello fisico ed emotivo – passeremo velocemente ad agire la risposta abituale che però, può essere basata su un cattivo apprendimento infantile che, così, verrà ulteriormente rinforzato.
Andiamo più nel dettaglio con una emozione molto frequente: la rabbia. Mettiamo che abbiamo una propensione a considerare provocazione quello che ci accade. Una propensione molto alta a sentirci provocati a causa di una storia infantile in cui siamo stati molto sfidati. La nostra tendenza sarà quella di reagire aggressivamente con una facilità maggiore e quindi a ricevere più frequentemente risposte aggressive che consolideranno ulteriormente la nostra convinzione. Se però siamo consapevoli a livello fisico di quello che accade possiamo accorgerci del restringimento della spaziosità interna prodotta dall’aumento di tensione dei muscoli connessi all’espressione dell’aggressività. E riportare – attraverso il respiro – una maggiore spaziosità e un maggiore rilassamento muscolare. A quel punto, – se non siamo in una di quelle rare situazioni in cui è bene essere prontissimi – ci accorgeremo che sotto la rabbia sta un’altra emozione. Forse paura, vergogna, senso di esclusione. Dipende. E cercheremo di dare una risposta più adeguata perchè avremo sentito che cosa è davvero il nostro bisogno.
A tutto questo è necessario aggiungere due parole sull’umore. L’umore tende a influenzare la durata delle emozioni. Se il nostro umore è alto le emozioni scorrono veloci. Se è basso ristagnano pesanti. Non solo: l’umore attiva processi di memoria congruenti. Se siamo felici ci ricordiamo solo cose liete e viceversa. Saper riconoscere la differenza tra umore ed emozione è fondamentale: molte delle difficoltà che abbiamo infatti più che connesse alle nostre emozioni sono connesse alla variabilità del nostro umore, per cui passiamo con estrema facilità, dall’alto (o altissimo) al basso (o bassissimo). In questi casi sapersi ancorare al corpo e al respiro è fondamentale per non finire trascinati dagli sbalzi d’umore e per saper riconoscere la differenza tra l’uno (emozione) e l’altro (umore).
Molte emozioni inoltre sono senza fondo: sono le emozioni più importanti della nostra vita o strettamente legate al momento che stiamo vivendo. Saper offrire un contenitore sufficientemente ampio a queste emozioni permette di rimanere presenti e di non farci trascinare troppo verso il basso (la tristezza) o troppo verso l’alto (la rabbia).
Nella psicoterapia lavoriamo molto sulle modalità ripetitive di risposta. È fondamentale saperle riconoscere; individuare gli elementi corporei, emotivi, cognitivi che le compongono. Nel fare questo però corriamo un rischio: ossia di solidificarle ancora di più come se fossero immodificabili. È importante quindi portare l’attenzione non solo sugli aspetti legati alla struttura delle emozioni ma anche sulla loro transitorietà e sugli elementi che fanno da passaggio tra una emozione e l’altra.In modo da sottolineare la possibilità di lasciar andare. Inoltre l’espressione emotiva deve essere sempre preceduta dalla consapevolezza, altrimenti quello che può accadere – e frequentemente accade – è che la persona, esprimendo quello che sente, perda la consapevolezza di ciò che accade. Non a caso Lowen sottolinea l’interazione tra gli aspetti espressivi, la consapevolezza e la padronanza di sé.
Penso che molte delle nostre strategie difensive siano un modo per saltare via da quello che sentiamo fisicamente ed emotivamente e rifugiarci così nella mente. Trasformiamo le nostre emozioni troppo velocemente in pensieri, il che significa che tralasciamo gli aspetti corporei. Mark Epstein[
Uno dei primi psicoanalisti ad avere chiara la relazione tra corpo ed emozione fu Winnicott che, essendo uno psicoanalista infantile, aveva un osservatorio privilegiato: lo sviluppo emotivo dei bambini. Quando un bambino cresce in un ambiente non favorevole è costretto ad allontanarsi dalle emozioni, che sarebbero soverchianti, attraverso il pensiero. In questo modo sposta molte delle sue energie dalle sensazioni emotive ai pensieri. Questo però comporta una sorta di tristezza: la tristezza di aver perso la dimensione emotiva nella sua pienezza a favore di quella mentale. Ecco perchè ripristinare la capacità di sperimentare la gioia nelle persone è così importante: perchè cura quella tristezza primaria che viene dall’aver abbandonato il sentire a favore del pensare.
© Nicoletta Cinotti 2023
Libri consigliati
Nicoletta Cinotti, Mindfulness ed emozioni, Gribaudo editore
https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/il-protocollo-mbct/
Sono numerose le situazioni in cui da genitori si vorrebbe dire solo “stop” e l’atteggiamento che si ha è esattamente quello di bloccare la palla e di smettere di giocare. Senza voler sapere come sarebbe andata altrimenti.
E’ come se a un certo punto si dicesse: “Basta, non andiamo oltre”. O meglio “non impariamo oltre”, perché la dinamica coinvolge i processi di apprendimento ed esplorazione, tanto del mondo interno quanto del mondo interno.
Uno dei modi di farlo è stoppare la curiosità, che è la base del processo stesso dell’imparare. Un altro modo è il voler fermare le emozioni dell’altro, nel momento in cui noi stessi non siamo in grado di sostenerle. Un altro modo ancora è smettere di chiedere qualcosa quando un figlio non ci ascolta.
Osservare queste dinamiche di chiusura, i modi in cui “sbattiamo la porta”, diventa il modo migliore per trovare un’alternativa di apertura e condivisione, per dare spazio alla relazione con i nostri figli.
Si pensa che ad ogni interrogativo debba esistere un’unica, giusta, risposta, dimenticando che ogni domanda è un processo vitale, vivo, che è meglio alimentare piuttosto che spegnere in fretta. Pensiamo alle domande dei bambini, nel momento degli estenuanti “perché”, ma anche a qualsiasi domanda un figlio possa fare a un padre e una madre, per saperne di più sul mondo di cui è parte.
Quando non si conosce la risposta, o quando non si sa cosa dire, spesso si preferisce estinguere l’argomento il prima possibile. Succede o perché si è distratti o semplicemente perché si è talmente focalizzati sul risultato da non apprezzare più il processo stesso dell’imparare -che nelle relazioni è un’azione che si può compiere in due.
Si dice che, per disegnare dal vero, è più utile concentrarsi sull’oggetto che si guarda che sul foglio su cui tracciamo le linee. Le domande sono ciò a cui guardare per imparare.
Per cui, se non sappiamo una risposta, potremmo invitare all’immaginazione, o dire qualcosa come “Scopriamolo insieme”: trovare quindi una risposta che apra orizzonti invece che chiuderli, ammettendo i propri limiti, ponendosi sullo stesso livello e condividendo la curiosità. Quando capita che, non certi del risultato, glissiamo e diamo risposte sterili o affrettate, non impara nessuno, perché si ferma il gioco.
Si impara in due nel momento in cui si sposta l’attenzione dal risultato al processo; allora si è in grado di notare, per esempio, la bellezza di una domanda che mai ci sarebbe venuta in mente, gli spunti che fa sorgere, il significato di esplorare insieme le risposte possibili. Si abitua il figlio a vivere in uno spirito di curiosità e apertura al mondo, che non è fatto di risposte univoche e unilaterali, ma è dialogo e anche mistero
Come si dice “stop” alla curiosità si può dire “stop” alle emozioni, rischio ancor più frequente e diffuso.
Quante volte sentiamo le frasi “Non essere triste”, “Non essere arrabbiato/a”, “Non devi avere paura”? Crediamo di voler essere di aiuto, ma lo diciamo quando non siamo a nostro agio con le emozioni degli altri. Non vorremmo che l’altro avesse paura, non vorremmo che fosse arrabbiato, non vorremmo che fosse triste, perché questo ci fa soffrire, perché vorremmo solo il suo bene.
Il problema è che le emozioni non si fermano a comando. Soprattutto, proprio come le domande, è meglio farle fluire piuttosto che fermarle o liquidarle. Quando diciamo a una persona “Non essere triste”, creiamo una disconnessione tra quella persona e il suo stato d’animo: non permettiamo che quella persona si senta come si sta sentendo, togliendole il diritto di provare un’emozione che è spiacevole anche per noi.
Lo mettiamo nero su bianco quando diciamo “non voglio vederti così”, “mi fa male vederti così”. Eppure quella persona, che vorremmo vedere diversa, in quel momento è proprio così. E non cambierà solo perché glielo si dice, piuttosto verrà indotta a credere che sentirsi come si sente sia un errore.
Ragioniamo a frasi fatte, chiuse, anche quando dichiariamo i motivi di un comportamento dell’altro che non ci piace. Per esempio, un figlio è irritabile e non ha voglia di studiare. Allora può capitare di dire “Non studi perché non ti importa niente di imparare”. E’ davvero quello il motivo? O potrebbe essere semplicemente stanco o disturbato da pensieri che non conosciamo? Per stabilire una connessione, è importante andare oltre le nostre reazioni automatiche e chiedersi qual è il vero motivo. Che a volte possiamo indovinare, a volte no. L’importante è accettare che si senta in un determinato modo e aiutarlo ad esprimere quello che prova. Se mostra un malessere comportandosi “male”, invitiamolo ad esempio ad esprimere la stessa sensazione in un modo diverso, più diretto. Possiamo anche coinvolgerci personalmente, raccontando un momento in cui ci siamo trovati in una situazione simile.
Empatia significa avere e sentire il permesso di fare qualsiasi esperienza, di provare tutte le emozioni.
Detto questo, dietro ogni comportamento pericoloso c’è una persona che sta sperimentando delle emozioni difficili, che non ha mai imparato a gestire. Per questo dobbiamo avere fiducia nei figli, non identificarli nel loro comportamento. E aiutarli ad esprimere le emozioni in modo diretto, invece che indiretto. Tutti gli errori sono come le domande: degli spazi di apertura.
I figli non sono gli unici in cui dobbiamo riporre la nostra fiducia. Allo stesso modo è importante dare fiducia anche a noi stessi. E saper perseguire i nostri intenti fino in fondo, senza fermarci. Nel rapporto con i figli, capita di dover ripetere le cose più e più volte. In alcuni casi diventa una canzone ad libitum: la richiesta sfuma, diventando sempre più flebile fino a scomparire. Allora il figlio capisce che può fare a modo suo. E’ come se a un certo punto non credessimo più che lui possa davvero rispondere positivamente. Anche quando la richiesta va in crescendo, e si alza la voce, può essere ugualmente disperata.
Quando si è estenuati, è frequente usare il “per piacere”, anche per richieste importanti. In questo modo si lascia al figlio la scelta di farla o no, di farci o meno questo piacere. Con questa espressione a volte parliamo più del nostro sfinimento che della nostra gentilezza, e finisce che non siamo influenti. La fiducia in se stessi va mantenuta, dall’inizio fino alla fine. Come un fiume, dobbiamo in qualche modo arrivare al mare. Possiamo negoziare, invitare a soluzioni creative, ma sempre con costanza e determinazione.
Si riesce a insegnare qualcosa solo quando si sente profondamente il proprio diritto a insegnarlo e il proprio diritto ad essere rispettati.
Allora non fermare il fiume. Non dimenticare il tuo mare. Permetti alle emozioni, tutte, di fluire naturalmente, che sia dolcemente o a cascata. Permetti che le domande scorrano, trascinando anche le tue. Non fermare il fiume. Ne varrà la pena.
© Silvia Cappuccio da Conscious parent
https://www.nicolettacinotti.net/corsi-mindfulness/international-teacher-training/
Non voglio spoilerare il contenuto di questo breve romanzo di Tatiana Tîbuleac ma devo dirti almeno chi sono i protagonisti: una madre divorziata, un figlio adolescente e borderline nel senso letterale del termine, un’estate, un piccolo paese del nord della Francia con pittoreschi abitanti e un’ospite che fa un miracolo: il cancro.
Il miracolo del cancro non è la guarigione dalla malattia ma, grazie alla sua presenza, è una potente formula di guarigione del rapporto tra una madre e un figlio. Guarisce come guariscono tutte le cose che diventano improvvisamente preziose perché brevi. La storia inizia proprio in questo periodo dell’anno e va oltre la fine dell’estate anche se, in quella breve stagione, due vite vengono trasformate insieme. Diventano due vite diverse che non dimenticheranno mai quell’estate in cui si sono concesse di fare cose pazze e tenere.
La struttura del libro è molto originale e interessante: è divisa in sezioni che hanno tutte un riferimento all’unica cosa che questo figlio amava di sua madre: gli occhi verdi.
Anche solo leggendo in progressione il titolo di ogni sezione si ha una breve poesia
Gli occhi di mia madre erano uno sbaglio
Gli occhi di mia madre erano i resti di una madre bella
Gli occhi di mia madre piangevano da dentro
Gli occhi di mia madre erano il desiderio di una cieca avverato dal sole
Gli occhi di mia madre erano campi di steli infranti
Gli occhi di mia madre erano le storie che non mi aveva mai raccontato
Gli occhi di mia madre erano gli oblò di un sommergibile di smeraldo
Gli occhi di mia madre erano conchiglie cresciute sugli alberi
Gli occhi di mia madre erano cicatrici sulla faccia dell’estate
Gli occhi di mia madre erano germogli in attesa
Ma, soprattutto, l’estate in cui sua madre ebbe gli occhi verdi, non finì mai
© Nicoletta Cinotti 2023 Addomesticare pensieri selvatici
Tatiana Tîbuleac, L’estate in cui mia madre ebbe gli occhi verdi, Keller editore
Il diaframma è una parte della nostra struttura intima e non solo una guaina muscolare e tendinea che si estende dalla colonna vertebrale alla parte anteriore del torace.
Separa il cuore e i polmoni dalla cavità addominale ed è di vitale importanza sia nel respiro che nel regolare il flusso energetico del corpo. Per questa ragione il blocco del diaframma non è mai un blocco totale.
Sia per Reich che per Lowen il progresso nella terapia era segnato dall’allentarsi delle tensioni diaframmatiche e quindi da un miglioramento significativo nel flusso del respiro; infatti i problemi emotivi comportano sempre una riduzione nell’efficacia del respiro; una riduzione che ha lo scopo di ridurre la sensazione.
La centralità del diaframma divide il corpo in due sezioni, la cui armonia e relazione tra di loro è spesso visibile ad occhio nudo. Osserviamo infatti frequentemente una netta divisione tra la parte alta e la parte bassa del corpo: una divisione che segnala una difficoltà ad integrare gli aspetti affettivi con quelli sessuali. Sotto il diaframma c’è la grande cavità addominale che contiene gli organi del metabolismo e della sessualità; sopra il diaframma invece ci sono le due grandi pompe del corpo: il cuore e i polmoni.
Potremmo descrivere la relazione tra cuore e polmoni proprio come l’incontro dell’energia di queste due grandi pompe: i polmoni si allungano e risucchiano l’aria e trasmettono in questo modo energia al cuore che, attraverso il battito, spinge in tutto il corpo il sangue e l’ossigeno.
Facile comprendere che il movimento del petto e dei polmoni è essenziale per la vitalità del cuore e per la vitalità personale.
I blocchi sono le tensioni muscolari croniche che per lo più compaiono nella muscolatura striata o volontaria che normalmente è soggetta al controllo dell’Io. Il controllo cosciente viene a mancare quando la tensione presente in un gruppo di muscoli diventa cronica. Alexander Lowen
La libertà del diaframma influenza direttamente la qualità del respiro e la qualità del respiro influenza direttamente la qualità delle emozioni percepite: le limitazioni del respiro infatti sono uno dei modi che utilizziamo per controllare la percezione delle emozioni.
Per comprendere meglio come questo avviene proviamo a guardare nel dettaglio il processo del respiro. Il petto ha una forma ovale che si espande, col respiro, sia da davanti a dietro che da lato a lato. Quando inspiriamo il diaframma scende, le costole si aprono, la colonna vertebrale si allunga, provocando un’onda di movimento in tutto il corpo. Questa onda di movimento include il midollo spinale, grazie al movimento di allungamento – in inspirazione – della colonna vertebrale. Per questa ragione, ogni respiro porta un impulso che carica i tessuti nervosi e facilita la respirazione craniosacrale che ha un ritmo più lento di quella polmonare.
I blocchi sono le tensioni muscolari croniche che per lo più compaiono nella muscolatura striata o volontaria, che normalmente è soggetta al controllo dell’Io. Alexander Lowen
Il respiro può essere ridotto da tutte le tensioni che limitano l’allungamento dell’onda respiratoria e quindi non solo da quelle diaframmatiche ma l’effetto più tipico della tensione diaframmatica è espressa da un petto sovraespanso o da un petto sottoespanso.
Il petto sovraespanso presenta un abbassamento molto scarso durante la respirazione. E’ trattenuto in una posizione contratta, gonfiata, formando, metaforicamente, una parete di muscoli rigidi, protettivi, attorno al cuore e ai polmoni. Questa parete coinvolge i muscoli della schiena come quelli della gabbia toracica e la parte anteriore del corpo e accerchia completamente quegli organi. L’effetto è che il cuore e i sentimenti sono tenuti rinchiusi in una gabbia muscolare.
Questa struttura si associa ad una paura ad assumere energia dall’esterno, soprattutto dalle relazioni affettive: è la paura di intenerirsi, di abbassare la guardia e rallentare il passo. Sono sentimenti che rimangono dentro i confini delle regole e dei piani, in un rigido sistema di atteggiamenti, in una struttura razionale che governa le azioni. Una struttura che non comprende gli aspetti emozionali e intuitivi delle relazioni. Più il petto è trattenuto ed espanso, meno la personalità è fluida e più è incapace di espirare e liberare l’aria: una situazione che spesso si accompagna al desiderio di essere liberi.
Il petto abbassato è associato ad una mancanza di vitalità emotiva: la quantità di aria non è infatti sufficiente per suscitare un pieno sentimento: il colore della pelle è pallido e gli occhi mancano di vitalità perché il basso livello respiratorio non fornisce un’energia sufficiente per l’espressione emotiva.
Nell’aspetto fisico e nella storia personale spesso sono persone che hanno ricevuto un “colpo al cuore”: c’è stata una ferita primaria e il cuore è rimasto bloccato e affondato. Il sentimento generale è un senso di abbattimento, stanchezza e bisogno di sostegno. Un respiro profondo li porta a contatto con la loro ferita, limitando il respiro evitano di ri-attivare un dolore che non è ancora pienamente risolto. Aprire il respiro e ampliare il torace porta una nuova vitalità e nuova energia per il cambiamento. Non dobbiamo infatti dimenticare che il nostro è un sistema energetico e che, se non alziamo il livello d’energia attraverso il respiro, non saremo in grado di avere la vitalità necessaria per crescere e cambiare.
Nelle persone in cui c’è una asimmetria marcata tra la parte alta e la parte bassa del corpo, la forma e la profondità del respiro è danneggiata: sono persone che sperimentano una mancanza di equilibrio e una ambivalenza nei loro atteggiamenti. Spesso, sul piano pratico l’asimmetria si esprime attraverso un petto sovraespanso o sottoespanso e configura quindi lo stesso quadro emotivo espresso in precedenza. A questi elementi si aggiunge una difficoltà ad integrare gli aspetti viscerali e sessuali con quelli affettivi.
La bioenergetica si occupa del modo in cui una persona tratta il sentimento dell’amore. Ha un cuore aperto o chiuso? Aperto al mondo o distante? Alexander Lowen
Uno dei modi poetici che Lowen ha di descrivere i blocchi che stiamo approfondendo, settimana dopo settimana, è quello di valutare i canali di comunicazione tra il cuore e il mondo. Canali di comunicazione che sono mediati dal respiro e dal movimento del diaframma. Il cuore ha quindi i seguenti canali di comunicazione: il primo è la bocca e la gola. Il bambino cerca il seno ma non cerca solo cibo: cerca soprattutto l’affetto materno che passa attraverso questo primo canale. Il secondo canale di comunicazione sono le braccia e le mani che ci mettono in con-tatto con il mondo. E il terzo canale di comunicazione è il respiro, attivato dal movimento diaframmatico, che connette le sensazioni viscerali con quelle affettive, legate alla zona del cuore. Per comprendere come siamo nel contatto con la realtà, è importante domandarci come stanno questi canali di contatto con il mondo.
Per Reich il blocco del diaframma è il primo blocco, dal quale si diffondono le altre aree di tensione. Indipendentemente dal momento di insorgenza, collega questo blocco all’ansia di cadere. La tensione del diaframma riduce, infatti, il flusso di eccitazione alla parte inferiore del corpo e produce una contrazione della vitalità che viene percepita come paura di cadere. E’ il ritiro di energia dalle gambe e dai piedi che produce una perdita di contatto con il suolo.
Esercitarsi a cadere: un esercizio.” Da un certo punto di vista questo esercizio assomiglia ad un Koan zen: anche qui c’è una sfida all’io o alla volontà, che tuttavia vengono privati del loro potere”.Alexander Lowen Bioenergetica
L’ansia di cadere non si esprime solo come sensazione psicofisica. Sia per Reich che per Lowen diventa anche la paura di innamorarsi (falling in love) e di addormentarsi (falling asleep). Di vivere quelle situazioni in cui proviamo una perdita di controllo e un “lasciarsi andare”. La tensione diaframmatica quindi fa da corredo agli aspetti di controllo legati al collo, riaffermando, una volta di più, come le tensioni non siano strettamente limitate ad un’area ma facciano parte di una scacchiera di risposte corporee ed emotive.
Dedichiamo tanto della nostra energia allo sforzo di salire più in alto e di ottenere di più che spesso troviamo difficile scendere e lasciarci andare. Rimaniamo sospesi a mezz’aria e abbiamo paura di cadere. Alexander Lowen
In questo percorso tra blocchi e tensioni che cosa accade alla nostra consapevolezza? La tensione cronica, con il tempo, cessa di essere percepita. Ecco perché il lavoro corporeo è fondamentale: permette di risvegliare la coscienza delle nostre tensioni. Infatti, più una zona è cronicamente tesa e meno la percepiamo. Ne sentiamo l’effetto come limitazione motoria o espressiva ma non più come blocco corporeo.
L’effetto – dice Lowen – è simile a quello dell’assideramento. Quando siamo assiderati non sentiamo. E’ nel momento in cui l’assideramento si scioglie che recuperiamo la sensazione – inizialmente dolorosa – della tensione. Per questa ragione spesso, fare gli esercizi bioenergetici, può dare la sensazione di “pescare nel nulla”: non sentiamo e non capiamo che cosa dovremmo sentire. E’ un atto di fiducia: nel corpo e nella libertà che sentire ciò che abbiamo isolato, aprire ciò che abbiamo chiuso, ci riporterà libertà, vitalità e gioia di vivere.
Concludo con una poesia, che descrive così bene cosa avviene nel blocco, che nessun discorso scientifico sull’argomento può competere con questa descrizione. La poesia è di Emily Dickinson.
Dopo un grande dolore
Dopo un grande dolore viene un senso solenne, i nervi stan composti, come tombe.
Il cuore irrigidito chiede se proprio lui
soffrì tanto? Fu ieri o qualche secolo fa?
I piedi vanno attorno come automi per un’arida via
di terra o d’aria o di qualsiasi cosa, indifferenti ormai:
una pace di quarzo come un sasso.
Questa è l’ora di piombo, e chi le sopravvive
la ricorda come gli assiderati rammentano la neve;
prima il freddo, poi lo stupore, infine l’inerzia.
Bibliografia di riferimento
Lowen A. Bioenergetica, Feltrinelli
Lowen A.,Espansione ed integrazione del corpo in bioenergetica, Astrolabio
Painter J., Massaggio in profondità, Sugarco Ed.
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