Vi prego fate delle cose
che a guardarle fuori
si intraveda il dentro
che non nascondano
trappole o inganni
ma siano semplici aderenti
al vero prive di
doppi fondi strappi
luminose trasparenti.
Vi prego fate delle cose
somiglianti.
Francesca Gironi
Tipologia
Dove non mi hai portata
“Dove non mi hai portata” è il titolo dell’ultimo libro di Maria Grazia Calandrone, che diventa il necessario antefatto del precedente, “Splendi come vita” in cui raccontava la storia della sua relazione con la famiglia adottiva e, in particolare, con la madre. Sono due libri splendidi entrambi ma con l’ultimo libro Maria Grazia fa un salto di qualità che va oltre la narrazione di una storia personale per entrare dentro un affresco collettivo che riguarda la storia delle donne in Italia e dell’appoggio legislativo dello stato italiano all’indissolubilità del matrimonio
Fino al 1968 e al 1969, in Italia l’adulterio era reato. Un reato penale che faceva da contraltare al reato di concubinato. Il reato di adulterio era il tradimento, da parte di una donna, del legittimo marito. Il reato di concubinato era il tradimento del marito che sceglieva di vivere con un’altra donna. Due reati penali la cui persecuzione era affidata alla denuncia del coniuge. Se il coniuge denunciava, la pena poteva arrivare a due anni e mezzo. La madre naturale di Maria Grazia era fedifraga ma, prima ancora che traditrice, era stata una donna vittima di una cultura e di una famiglia che le aveva tolto la facoltà di essere padrona della propria vita. La fine della storia è nota e Maria Grazia ricostruisce, con precisione da detective, tutti gli antefatti di quella storia che finisce in maniera tragica e di denuncia.
I genitori naturali di Maria Grazia l’abbandonano lo stesso giorno in cui decidono di togliersi la vita, per affidarla alla “compassione di tutti”. Una compassione che prende la forma dell’adozione, da parte dei Calandrone, e della denuncia, con una lettera all’Unità, giornale quotidiano del Partito Comunista, che dà risalto all’intera vicenda nei suoi aspetti umani e sociali. Genitori semi-analfabeti eppure consapevoli che c’era, in quello che stavano vivendo e scegliendo, un’ingiustizia doppia. L’ingiustizia di non dare a tutti le stesse opportunità e l’ingiustizia di una legislazione punitiva.
Nello scrivere Maria Grazia Calandrone tiene ben saldi due registri: quello personale, affettivo, e quello collettivo. La sua scrittura risuona della scelta narrativa fatta da Joan Didion, ne “L’anno del pensiero magico”, di Annie Ernaux ne “L’evento” ma anche di James Ellroy ne “I miei luoghi oscuri”. Questo unire alla vicenda personale una lettura sociale ci aiuta a renderci conto della molteplicità dei fattori che concorrono alla “scrittura” di una storia personale. Ci ricorda la nostra “comune umanità condivisa”, ricorda che le donne hanno millenni di ingiustizia e pregiudizi sulle spalle. Sono questi millenni che ci hanno rese forti. Siamo sopravvissute grazie ad una tenacia, una forza e una determinazione che è la nostra fiera compassione. Una storia che insegna che l’amore non è un sentimento da sottovalutare perché è rivoluzionario. Ha la forza, la tenacia, l’intenzione, di cambiare le cose. A volte ci riesce, a volte no ma non per questo perde forza o valore.
© Nicoletta Cinotti 2023 Addomesticare pensieri selvatici
Guarire come un elefante
Qualche giorno fa un amico dentista mi spiegava che ci sono due diversi tipi di guarigione: quella dell’epitelio, della pelle – che è rapida e leggera – e quella dell’osso che, invece, è un pachiderma. Ci mette mesi a fare lo stesso percorso che l’epitelio fa in pochi giorni.
Mi è sembrato che questo fosse vero anche per la psiche. Superficialmente le nostre ferite guariscono spesso molto velocemente. Dentro però rimangono tracce più nascoste e profonde che riaffiorano come risentimento, rancore, rimorso. Perché ciò che tocca la struttura coinvolge una ridefinizione dell’insieme. Quello che ferisce la superficie invece può ricostruirsi più semplicemente.
Così, quando ci rimproveriamo perché non riusciamo a reagire potremmo domandarci: è una ferita che ha toccato la struttura oppure è un graffio superficiale? Ci costringe a rivedere il nostro modo di stare nel mondo o, come un acquazzone che ha bagnato i vestiti, ci lascia solo inzuppati per un po’?
Perché ciò che è più basso e profondo, richiede più tempo. O, forse, come dice Rovelli nel suo bellissimo libro, il tempo in alto scorre più veloce che in pianura.
Inizio da un fatto semplice: il tempo scorre più veloce in montagna che in pianura. La differenza è piccola ma si può controllare con orologi che si acquistano su internet per un migliaio di euro. Con gli orologi di laboratori specializzati si osserva il rallentamento del tempo anche tra pochi centimetri di dislivello: l’orologio per terra va un pelino più lento dell’orologio sul tavolo. Non sono solo gli orologi a rallentare: in basso tutti i processi sono più lenti. Carlo Rovelli
Pratica di mindfulness: La meditazione del fiume
© Nicoletta Cinotti 2023 Scrivere storie di guarigione
Le domande secche
Quando accade qualcosa di doloroso ci coglie lo stupore. Un attimo più o meno lungo di sospensione, seguito da una catena di domande secche, senza risposta. Che lasciano il respiro sospeso, in cerca di un luogo dove atterrare.
Il dolore apre le liste: le liste di quello che abbiamo fatto e di quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, distratti, incuranti o inconsapevoli. La lista delle domande che vorremmo avessero una risposta certa. Certa perché abbiamo bisogno di capire quello che è successo con la speranza che questa comprensione ci restituisca serenità.
In realtà questo proliferare di domande è un modo per trasformare le emozioni in pensieri. Sono domande secche perchè non hanno una risposta. Ci lasciano asciutti, Producono dubbi e paranoie. Rinforzano la fiducia nella ragione, anche se sappiamo benissimo che non sempre trova una risposta e che, molto spesso, quando trova una risposta è più frutto delle nostre ansie che della verità. È qui che arriviamo a dirci, “ma io sono razionale”, “ho bisogno di capire prima di andare avanti”, “Ho bisogno di capire prima di fare qualcosa”. Come se non sapessimo che quello che possiamo capire, sapere, conoscere è una frazione limitata della realtà.
Le cose accadono. E prima di sapere perché e per come accadono, sarebbe utile occuparsi di noi. Confortarsi, se siamo addolorati, come faremmo con il dolore di un bambino: senza spiegazioni. A bassa voce perchè il cuore non ha bisogno di un volume alto. Ha bisogno di tenerezza, di contatto, di vicinanza. E quando invece ci facciamo travolgere dal fiume delle domande ci isoliamo nei nostri pensieri e nelle nostre paranoie, rendendo a noi stessi e agli altri molto difficile la consolazione. Con – solus – la radice di consolazione, sottolinea l’interezza della persona. Perchè la vera consolazione è sapere che, malgrado tutto, siamo interi e apparteniamo alla vita. Anche se non la capiamo, la nostra vita, ne facciamo parte.
Allora tutte le nostre domande, tutti i nostri rovelli interiori, il nostro incessante rimuginare che scambiamo per razionalità si rivela per quello che è: solo un flusso di emozioni travestite da pensieri. Emozioni, vi prego, tornate ad essere quello che siete: sabbia che scivola tra le dita.
I pensieri negativi arrivano spesso sotto forma di domande secche, che danno il tormento, logorano l’anima ed esigono una risposta immediata:”Perchè sono infelice? Cosa mi succede quest’oggi? Dov’è che ho sbagliato? Quando finirà tutto questo? Penman, Williams
Pratica di mindfulness: La meditazione del fiume
© Nicoletta Cinotti 2023 Il protocollo MBCT online
Kristin Neff e il lavoro sulle parti
Oggi è un post speciale perché Kristin Neff, la ricercatrice americana, docente universitaria, che ha dato vita alla self-compassion, insieme a Christopher Germer, ha scritto un post dedicato alla relazione tra le parti del Sé e la self-compassion. Per me è un giorno felice in cui si incontrano due aspetti del mio lavoro.
Ecco cosa dice Kristin Neff, ”
L’espressione “self-compassion” suggerisce che noi diamo compassione a un “sé” come entità unica. In realtà, il termine dovrebbe essere “compassione per le parti del Sé” (se il dizionario lo permettesse), perché abbiamo diverse parti di noi che soffrono in modi unici.
Le “parti” sono gruppi di pensieri/emozioni/comportamenti che spesso si formano nell’infanzia. Abbiamo parti nascoste che portano il peso di emozioni spaventose e difficili come la vergogna, la paura, il dolore e il lutto. Abbiamo parti protettrici che hanno il compito di tenerci al sicuro, in parte impedendoci di provare queste emozioni spaventose. I protettori possono essere critici interiori che ci tengono in riga, guerrieri che si arrabbiano con gli altri, oppure manager che usano il pensiero ossessivo e la risoluzione dei problemi per cercare di controllare le situazioni.
Quando una parte viene attivata, tende a prendere il sopravvento, in modo da non riuscire a vedere al di fuori della sua visione del mondo. Per esempio, quando si attiva la mia parte di vergogna, mi sento indegna. Quando si attiva la mia parte guerriera, mi convinco che gli altri sono cattivi o sbagliati. Quando si attiva il mio critico interiore, sento di non poter fare nulla di buono. Quando si attiva il mio pensiero ossessivo, rimango intrappolato in storie create da me.
Albert Einstein ha detto: “Non si può risolvere un problema con la stessa mente che lo ha creato”. Dobbiamo uscire dalle nostre parti per non essere limitati dalle loro prospettive immature.
Fortunatamente, possiamo usare la compassione per relazionarci con le nostre parti in modo amorevole e accettante. La compassione non proviene da una parte, ma dal nostro nucleo – conosciuto in varie tradizioni come il nostro Sé, la nostra natura di Buddha, il Sé superiore o la vera natura.
Quando ci relazioniamo con una parte innescata da un luogo di compassione, ci dis-identifichiamo con la parte. Se provo compassione verso la parte di me che si sente ferita, per esempio, divento più grande di questa parte giovane. Non solo sono ferito, ma sono anche la compassione che si sente commossa dal mio dolore e vuole aiutarmi. Posso staccarmi dalla mia parte ferita e vedere il quadro più ampio di ciò che sta accadendo con maggiore complessità.
Per lavorare con le nostre parti, dobbiamo innanzitutto usare la consapevolezza per accorgerci di essere coinvolti e attivati da una parte della nostra famiglia interiore. Spesso ci sono indizi fisiologici come mani tremanti, battito cardiaco elevato o costrizione nel corpo. Possiamo uscire dalla parte dicendo qualcosa come: “Sono consapevole che una parte di me si è attivata”.
Possiamo rivolgere alla parte parole di gentilezza e compassione come: “Mi dispiace che tu stia soffrendo, ma apprezzo i tuoi sforzi per aiutarmi. Di cosa hai bisogno?”. Spesso le nostre parti hanno bisogno di un senso di amore, di appartenenza e di sicurezza. Possiamo offrirlo con rassicurazioni come “Sono qui per te, non ti abbandonerò”.
Quando siamo compassionevoli con le nostre parti, perdono la loro presa su di noi. Otteniamo una maggiore chiarezza e possiamo fare scelte più sagge.
Per coloro che sono interessati a saperne di più sulle parti e sul loro funzionamento, due libri
“Genitori di Sé stessi” e il libro recentemente tradotto in italiano di Richard Schwartz , Come allearsi con le parti “cattive” di sé, Cortina Editore
© Nicoletta Cinotti 2023 Addomesticare pensieri selvatici
Lista di cose inutili
Cose apparentemente inutili conservate da mia madre
- le pagelle fino alla seconda liceo. Dopo è iniziata la mia ribellione.
- i telegrammi che le ho spedito dall’India, dal primo lungo ritiro. Nessun’altra comunicazione possibile
- un abitino azzurro taglia 4 anni
- le lettere polemiche che le ho scritto nel corso degli anni
- le lettere d’amore che le ho scritto nel corso degli anni
- un diario scolastico
- quaderni
- libri non più usabili come vecchie enciclopedie
- i miei vestiti dismessi che le portavo convinta che li indossasse e invece sono perfettamente conservati e inutilizzati
- una caterva di foto, diapositive e uno strano apparecchio per vedere immagini fissate su una rotella
Quando un oggetto ti restituisce una storia che non c’è più, si chiama memoria?. Quando le cose iniziano a vestirsi di ricordi si chiama storia?. Quando ti rendi conto che quello che non c’è più è solo dietro l’angolo, non visibile agli occhi ma vivo nel cuore, che nome puoi dare? Fantasmi del cuore potrebbe essere un nome giusto? Forse gli oggetti diventano inutili quando non suscitano più ricordi e la nostra efficienza e il nostro consumismo ci toglie il senso del conservare. Io conservo pochissimo e ora, davanti a tutto quello che lei ha conservato, mi domando perché ho buttato via così tanto. Oggi vorrei aver avuto meno cose e averne conservate di più.
Forse tutti noi sopravviviamo a infiniti lutti. Di alcuni non conserviamo più memoria. Di altri, la memoria taglia. Tutto il decluttering della mia vita, preciso, ossessivo, sistematico, non è altro che il tentativo di sfuggire alla memoria. Ma la memoria tende agguati in ogni momento.
Forse, in questo mondo di ricordi digitalizzati, diventeremo come i replicanti di Blade runner. Privi di memoria saremo solo quello che accade, momento per momento.
Niente vuole soffrire. Non il vento mentre si gratta contro la scogliera. Non la scogliera
mangiata, lentamente, dal mare. La terra non vuole subire il calpestio violento di chi vi passa sopra indifferente.
Gli alberi non vogliono subire l’ascia e non vogliono vedere le loro sorelle piante abbattute dal marciume delle radici, dalla muffa, dalla ruggine.
(…)Un sacrificio, si spera, consumato in fretta e senza troppo dolore. Danusha Lamerick
Pratica di mindfulness: Gioia e gratitudine
© Nicoletta Cinotti Scrivere storie di guarigione
