Di solito percepiamo la pazienza come un’attitudine che significa, più o meno, “aspetta e vedrai”. Aspettiamo dal medico, aspettiamo alla cassa. Aspettiamo al parcheggio che si liberi un posto. La vita, quella vera, in questa attesa, è sempre quella che inizia dopo. Dopo aver aspettato. E se l’attesa non è stata ripagata ci sentiamo in diritto di essere quantomeno irritati.
Ma la pazienza non è un atteggiamento “Aspetta e vedrai” è, al contrario, la disponibilità ad essere totalmente presenti anche quando c’è un divario tra quello che vorremmo e la situazione in cui siamo. Coltivarla è qualcosa che può dare gioia. Quando siamo sul cucino di meditazione, l’invito alla pazienza è centrale perché verranno in mente tutte le buone ragioni per non stare lì, immobili senza fare niente. La pazienza in quella circostanza significa semplicemente essere presenti all’impulsività e considerare tutte le spinte all’azione per quello che sono: un invito alla fuga. Se iniziamo a scappare la nostra giornata sarà tutto un ricorrere cose. Se rimaniamo fermi, lasciando che fluisca e defluisca la tentazione di muoversi, possiamo andare oltre la fuga, verso la quiete.
La pazienza può anche essere non aspettarsi niente. Pensa alla pazienza come all’atto di apertura a qualunque cosa si presenti sulla strada. La pazienza così diventa essere pronti, perché non stiamo aspettando qualcosa di preciso ma siamo aperti a qualunque cosa accada. Alla fine l’impazienza è solo ansia che è pronta a vestirsi d’irritazione.
Confortiamola
L’incertezza e l’instabilità sono potenti interruttori dell’ansia. Vorremmo essere sicuri ma viviamo in un universo incerto: per questo la gestione del proprio livello di attivazione è un lavoro quotidiano che richiede molta cura.
Essere presenti in situazioni che possono aumentare l’eccitazione può allenarci a tollerare l’ansia molto di più delle nostre strategie di evitamento. da Mindfulness ed emozioni
Pratica del giorno: Mindfulness ed emozioni
©Nicoletta Cinotti 2023 Self-compassion: emozioni & relazioni
