La nostra tendenza a cercare sicurezza è uno dei motori più significativi della nostra vita. Ci spinge a fare scelte a breve termine e progetti a lungo termine che condizioneranno la nostra vita futura.
Molte volte si traduce in un movimento emotivo – e corporeo – che è aggrapparsi. È un movimento a nostra disposizione fino dalla nascita e si esprime attraverso un riflesso: il riflesso di Moro. Forse l’abbiamo ereditato dai nostri antenati scimmia, per i quali aggrapparsi è fondamentale per stare sugli alberi e saltare da un ramo all’altro. In ogni caso aggrapparsi è un gesto che rimane anche alla fine della vita, quando di salti non ne facciamo nessuno. Nelle demenze diventa un movimento ripetuto stereotipato come se, sentendo svanire il mondo, non ti restasse che la possibilità di aggrapparti a qualcosa e a qualcuno
Anche molte delle nostre difese emotive si esprimono attraverso contrazioni che trattengono muscolarmente una posizione che abbiamo scelto perché aumentava il nostro senso di sicurezza. La tensione alle spalle, alle mandibole o, a volte, la stessa posizione dei piedi con le dita tese ad afferrare il terreno, sono frutto del tentativo di aggrapparsi. Quando il nostro mondo si sgretola, quando manca la terra sotto i piedi, aggrapparti ti sembra l’unico modo per andare avanti e sentirti almeno un po’ più al sicuro.
Sempre attorno al tema della sicurezza spesso arriviamo a definire delle situazioni ideali che avrebbero il potere di farci sentire al sicuro: molti dei nostri obiettivi nascono così. Decidiamo che se “avremo, faremo, otterremo….qualcosa” saremo a posto. Ci aggrappiamo a quel piano come se fosse una garanzia di salvezza e, spesso, quando ci arriviamo non abbiamo l’idea di esserci salvati ma di esserci persi un sacco di buona vita
Ci mettiamo in uno stato costante di tensione per realizzare questi obiettivi, per scoprire poi che cambiano ben poco il nostro livello di sicurezza e benessere. Come diceva un paziente di Lowen “Scegliamo degli obiettivi irrealizzabili e poi ci mettiamo in uno stato costante di disperazione, nel tentativo di realizzarli”.
Aggrapparsi è spostarsi nel passato o nel futuro
Risulta abbastanza evidente come il nostro aggrapparci spesso si traduce in una diffidenza rispetto a ciò che accade nel presente. Non è mai esattamente quello che dovrebbe essere. Dovremmo avere qualcosa di più o qualcosa di meno o di diverso. In una parola, se la realtà non è come vorremmo, diventa necessaria una correzione. Che ci porta nuovamente a rinforzare il nostro aggrapparci e la nostra tensione verso un risultato determinato.
Percepire il cambiamento
L’esperienza interna e i cambiamenti che produce non sono percepibili all’esterno. Diventano percepiti quando maturano in un comportamento diverso. A quel punto il cambiamento è già avvenuto e cercare di aggrapparci al passato è inutile e faticoso come nuotare controcorrente.
Siamo tutti soggetti ad un continuo processo di cambiamento. Solo che è percepito periodicamente. Oggi siamo diversi da ieri e aggrapparci ad una vecchia idea di noi – o ad una vecchia difesa – è perfettamente inutile. Se ci sintonizziamo con la natura impermanente delle persone e delle cose diventa più evidente quanto l’aggrapparsi possa essere illusorio e quanto rischi di riattivare una sofferenza passata.
L’effetto delle nostre difese e dei nostri blocchi è solo quello di rendere di nuovo attuale il dolore dal quale ci siamo difesi in quel modo. Lasciar andare le difese e i blocchi energetici non ci rende più vulnerabili: ci rende più vitali e non ri-attualizza il trauma che li ha strutturati. Evita alla memoria corporea di ridisegnare lo stesso clima emotivo.
Aggrapparsi nelle relazioni
Questi aspetti possono diventare particolarmente dolorosi nelle nostre relazioni affettive, quando, malgrado l’evidenza della realtà si imponga, rimaniamo attaccati all’idea che il nostro interlocutore dovrebbe e potrebbe essere diverso. Perché non possiamo lasciare che gli altri siano come sono? Spesso dietro al ripetersi dei nostri tentativi di correzione sta l’idea che perdere il controllo della situazione sarebbe disastroso per noi. Ciò a cui ci aggrappiamo quindi è, superficialmente, il progetto di cambiare l’altra persona ma, più profondamente, resistiamo all’idea di abbandonare il controllo sulla realtà, permettendo che le cose siano come sono.
Un buon esempio di questa dinamica sta nel rapporto con i figli. Quando sono piccoli, a volte inconsapevolmente, facciamo molto perché abbiano un tipo di esperienza basata sui nostri gusti e sulle nostre preferenze. E i bambini piccoli non chiedono di meglio che assorbire quello che i genitori offrono loro. Quando iniziano a crescere e manifestano i loro gusti la cosa può diventare molto più difficile.
Spesso, a quel punto, le differenze di interessi vengono giudicate sbagliate, aprendo così un’area conflittuale che culmina nel periodo dell’adolescenza. In realtà, in modo implicito, temiamo che, essendo diversi da noi, fuggano al nostro controllo e ci aggrappiamo all’immagine ideale di come dovrebbe essere un figlio e di cosa dovrebbe fare un genitore. Non esiste il figlio o la figlia che immaginiamo e noi non siamo i genitori che credevamo.
Esiste la possibilità che, aggrappandoci ad un’idea, faremo una grossa caduta quando il ramo dell’odea a cui siamo aggrappati si spezzerà. Sono rami fragili quelli dell’illusione.
Ogni aggrappamento, come dice Lowen, nasconde infatti una illusione che ha una connessione con le nostre difese e che ha il compito di ridurre e modulare il nostro rapporto con la realtà.
Questo è vero in tutte le relazioni. Possiamo invitare i nostri amici a cena, possiamo scegliere il menù, la musica e il vino. Ma non possiamo controllare come internalizzeranno questa esperienza e cosa sperimenteranno. Questo dipende da loro. Forse è per questo che abbiamo paura del cambiamento: perché possiamo vedere cosa cambia fuori ma non possiamo controllare come cambierà dentro, noi e le persone che amiamo.
La paura del cambiamento
Dietro al nostro aggrapparci, dietro ai nostri blocchi sta la concezione negativa del cambiamento, vissuto come se fosse una degenerazione anziché come una crescita. Rispetto a questa paura abbiamo una sola alternativa: accettare che esiste e sintonizzarci con la libertà del costante cambiamento. In fondo questo ci dà l’opportunità di re-inventarci continuamente.
Possiamo lasciare le vecchie abitudini negative, possiamo lasciar andare vecchie immagini di noi e aprirci alla realtà che oggi – proprio oggi – è il primo giorno del resto della nostra vita.
Certamente il nostro passato ha condizionato il nostro presente e ha un elemento di continuità con il futuro ma non siamo totalmente definiti dalle nostre esperienze passate, né dobbiamo continuamente aspettarci che la parte negativa della nostra storia torni davanti ai nostri occhi, come un incubo.
Imparare a lasciar andare significa aprirsi alla realtà del nostro presente e accettarla per come è. Rimanendo radicati in ciò che stiamo incontrando ci prepariamo nel miglior modo possibile a ciò che incontreremo.
La perdita
Lasciar andare è molto difficile quando abbiamo subito una perdita.
Anche se non neghiamo la realtà di quanto è avvenuto, l’emergere dei sentimenti dolorosi legati alla perdita può rendere estremamente difficile lasciar andare ciò che ci è stato caro.
In questo caso lasciar andare significa accettare di entrare nei sentimenti di lutto e di viverli senza farsi trascinare in azioni irrealistiche e senza reprimerli.
Questa modalità di lavoro con le emozioni rompe l’evitamento che fa da contraltare alla difficoltà di lasciar andare e, se è vero che non addolcisce il dolore del presente, è anche vero che non lo prolunga indefinitamente.
Notare i segnali
La nostra tendenza ad aggrapparci si nutre di alcuni comportamenti e di alcune strutture emotive e di pensiero. Imparare a riconoscere questi segnali può aiutarci a prenderci cura del nostro aggrapparci, prima che produca una tensione troppo forte.
L’emozione dell’aggrapparsi
Spesso l’aggrapparsi si accompagna con una sensazione di rabbia, paura, frustrazione e produce comportamenti procrastinazione, scatenata da una immagine ideale che temiamo di non raggiungere o di evitamento. Quando ci accorgiamo di evitare o procrastinare possiamo provare a mettere a fuoco in che modo questo comportamento può aiutarci o danneggiarci. In che modo può costruire un futuro diverso. Domandiamo anche quanto è alto il rischio che procrastinare o evitare sia un’illusione, una contraffazione maturata dal nostro desiderio di essere felici e al sicuro proprio quando ci sentiamo mancare la terra sotto i piedi.
Il dolore della delusione infatti, spesso è una conseguenza di una illusione che è stata lasciata crescere e prosperare. Riconoscere quali aspetti della realtà stiamo negando è una possibilità che abbiamo sempre e che può aiutarci a tornare nel presente e nella realtà della nostra vita.
“Quando sei infelice chiediti a cosa ti stai aggrappando” Jan Chozen Bays
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/be-real-not-perfect-crescita-e-cambiamento/
© Nicoletta Cinotti 2023
