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approfondimenti
Nel corso della storia
Nel corso della storia, grandi pensatori sono arrivati alla conclusione che ci sia qualcosa di profondamente meritevole nell’essere umano.
Nella tradizione Shambhala, chiamiamo questo concetto il sole dell’integrità basilare. Il sole è un simbolo di vita, calore e integrità, come la saggezza naturalmente all’interno della mente. Quando pratichiamo con questa concezione, arriviamo al cuore dell’essere umani, connettendoci con la nostra dignità intrinseca.
In questo periodo sembra esserci una sensazione – neanche troppo sottile – di un’umanità “cattiva”. Le storie tragiche che leggiamo sul giornale sono un segno di come le persone non siano connesse con la propria e altrui integrità di base. Nel momento in cui non rispettiamo noi stessi e gli altri, siamo finiti in un sistema che destabilizza la nostra dignità di individui e di società. E che cos’è la società, se non un network di relazioni fra persone?
Il modo in cui gestiamo le nostre vite
Il modo in cui gestiamo le nostre vite è basato sui nostri valori e sulla comprensione che abbiamo di noi stessi. Con la cerimonia che è la vita di tutti i giorni vissuta da ogni essere umano, contestualizziamo la nostra esistenza e ne otteniamo un senso di identità. Allo stesso tempo, l’ambiente in cui ci troviamo ha una grandissima influenza sul nostro percepirci. Basandoci su questa percezione della nostra identità, siamo in grado di farci un’idea di come la vita procederà. Questo è quello che veniva chiamato dal Buddha “interdipendenza”.
Quando prendiamo in considerazione l’integrità di base presente in noi stessi e negli altri, stiamo esplorando un grandissimo quesito – emotivamente, eticamente e filosoficamente. È davvero possibile che l’umanità sia alla base buona, gentile, saggia e forte?
In una società materialistica, conosciamo il significato e gli elementi esteriori del successo, ma stiamo perdendo familiarità con gli elementi interiori che ci conducono ad una felicità profonda e ad una connettività sociale positiva. Attraverso la meditazione, pratichiamo il risveglio di queste qualità percependo il nostro valore. Tuttavia, quando ci sediamo per meditare, potremmo non comprendere cosa stiamo cercando di risvegliare. Dobbiamo intraprendere un viaggio per capire cos’è reale.
L’integrità di base
L’integrità di base è intangibile. Da un lato, si potrebbe dire che è la più alta tradizione del tantra Buddhista, e non sarebbe falso. Dall’altro, la si può vedere in un neonato. L’integrità di base è il fondamento incondizionato di ogni esperienza. È sempre disponibile nel momento presente, è salutare e senza pecche.
Quando pratichiamo la meditazione, ci spogliamo dalle parole per scoprire cosa si sente ad essere umani. Arriviamo ad un’esperienza inesprimibile del nostro essere, e questo può succedere solo quando ci concediamo di rilassarci – quando non siamo spaventati da noi stessi, dagli altri o da ciò che ci circonda. Specialmente in un’epoca in cui il disprezzo verso di sé, l’aggressività e la sfiducia – non solo verso il mondo, ma anche verso la nostra forza e salute intrinseca – ci deve essere un punto in cui possiamo permetterci di riposare e sentire chi siamo davvero.
Questo è un momento molto importante, perché quando sentiamo chi siamo, abbiamo anche la fiducia nell’integrità, a prescindere dall’esperienza che stiamo vivendo. Questo è un elemento connesso con il non attaccamento. In maniera relativa, abbiamo un sacco di esperienze, ma in ultima analisi possiamo notare come alla fine non ci sia un giorno buono o cattivo quando si è pienamente con l’esperienza. C’è solo questa integrità di base, oltre al bene e il male relativi.
Come inizia la meditazione
La meditazione inizia prendendo una corretta postura: torace ben aperto, schiena ben eretta, gambe incrociate, mani sulle cosce. Questo contenitore ben bilanciato che creiamo ci permette di risposare nella nostra forza e vulnerabilità. Un momento di calma e apertura all’inizio ci garantisce uno spazio in cui possiamo sperimentare l’esperienza che si sviluppa.
Mentre pratichiamo, manteniamo consapevolezza del corpo e del suo linguaggio, che è il respiro, e restiamo consapevoli anche di com’è la mente, composta da pensieri ed emozioni. Quando non lo facciamo, ostacoli sorgono – spirituali e mondani – e invece di sperimentare questa fiducia nell’integrità, ci ritraiamo lentamente.
Perdere la connessione con il sentire
Quando perdiamo la connessione col nostro sentire, la vita diventa tumultuosa. Ci immergiamo nella nostra frenetica routine e diventiamo miopi e schivi, cerchiamo semplicemente di superare la giornata. Prima di rendercene conto ci ritroviamo a partecipare alla creazione di un mondo dove c’è più paranoia e meno sicurezza per la mente e il cuore umano. Dobbiamo essere persone davvero determinate per portare apertura e compassione nella nostra vita quotidiana. Oltre alla gentilezza, dobbiamo sviluppare anche forza e saggezza.
Per farlo addestriamo l’equanimità. In meditazione lo facciamo lasciando andare i pensieri. In aggiunta, scopriamo che una buona meditazione può essere una valida esperienza quanto un distrattore. Se sopravvalutiamo le nostre esperienze positive, aumentiamo anche la possibilità che quelle cattive ci abbattano.
L’equanimità
L’equanimità aumenta l’abilità della mente di andare avanti anche quando si incontrano gli ostacoli e le vicissitudini della vita. Senza questa freschezza e fluidità, ci ritroviamo proni alla depressione che abbatte la nostra abilità di agire o gioire, e questo ci brucia, ci estingue. L’equanimità verso quello che succede genera anche fermezza, e contemporaneamente ci libera dal dover continuamente ritrovare la nostra zona di comfort.
In meditazione, ci si coinvolge con qualcosa di potente – l’abilità di sperimentare la propria integrità e di generare un profondo senso di sicurezza in essa. Il processo in cui permettiamo alla nostra coscienza di risvegliarsi e sorgere viene simboleggiato dal sole, che rappresenta anche l’assenza di ignoranza. È la luminosità all’interno della nostra consapevolezza.
La saggezza è la sorgente della felicità
Questa saggezza è la sorgente di tutta la felicità, perché ha il potere di sovrastare la sofferenza. Anche rifletterci momentaneamente genera dignità perché la sua lucentezza supera i dubbi e le esitazioni riguardo al nostro valore. Quando possiamo riposare in questa qualità totalmente inclusiva ed auto rigenerante, la nostra mente non è più sconquassata dal desiderio che ci porta solo a voler consumare ancora. Ci possiamo liberare dalla trappola del materialismo e crogiolare nella fiducia di questa pura integrità. Non è una credenza, ma una sensazione che possiamo conoscere e incarnare praticando con costanza, riscoprendo quello che siamo e riappropriandocene.
Il nostro viaggio allena le nostre abilità di consapevolezza, questo ci porta ad equanimità e saggezza. È qui che l’integrità di base inizia a manifestarsi, nel momento in cui riconosciamo le potenzialità dello spirito e della mente umana. Se arriviamo a comprendere e apprezzare il nostro valore, la nostra vita diventerà davvero un cammino spirituale. Nel manifestare la dignità umana, anche la società avrà sarà predisposta a farlo.
Se un numero sufficiente di noi utilizzasse questo punto di vista, la trama della società verrebbe irradiata dal sole dell’integrità, che permetterebbe alla dignità della saggezza, della gentilezza e della forza di sorgere naturalmente. Il messaggio dell’interdipedenza è che siamo tutti nella matrice della vita, e non ci sono stacchi pubblicitari. Rafforzando la nostra umanità, generiamo fiducia nel suo valore intrinseco.
Traduzione: Niccolò Gorgoni
Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2014/10/uncovering-our-inherent-dignity-confidence/
A che cosa serve l’ansia?
L’ANSIA FUNZIONALE
L’ ANSIA è una reazione psico-fisiologica di allarme e di attivazione generale delle risorse sia fisiche che mentali dell’individuo di fronte ad eventi imminenti che vengono percepiti come minacciosi.
L’ansia, entro certi limiti, è dunque:
- una potente componente adattiva dell’organismo all’ambiente esterno (ansia positiva).
Funziona da richiamo per la nostra attenzione, nell’attesa di una minaccia e:
- acutizza i nostri sensi
- aumenta la memoria
- incrementa la tensione muscolare con la funzione naturale di aiutarci a migliorare le nostre prestazioni ( immaginiamo ad esempio l’ansia che abbiamo provato prima di sostenere un esame).
L’ansia è un reazione strettamente connessa all’emozione della paura, che possiamo definire invece una risposta emozionale ad una minaccia reale e presente (continuando con l’esempio sopracitato dell’esame, la paura è l’emozione che si prova durante l’esame) (Sarteschi P. e Maggini C., 1982).
Non c’e’ da stupirsi quindi che l’ansia accompagni l’uomo dai tempi più antichi, da un ambiente intriso di minacce che richiedeva sensi acuti e prestazioni elevate per fronteggiare efficacemente situazioni di pericolo e minacce esterne per la sopravvivenza e l’auto-sostentamento. L’ansia è una reazione di allerta dell’organismo per predisporlo ad una più adeguata risposta di attacco o fuga di fronte al pericolo.
A livello neurofisiologico quello che avviene nella reazione d’ansia è un ‘attivazione del Sistema Nervoso Autonomo Simpatico che incrementa il rilascio nel sangue di ormoni, tra cui il più importante è l’adrenalina (Wells A., 1999). Le principali modificazioni fisiologiche sono:
1 La mente diventa vigile.
2 La frequenza cardiaca aumenta e la pressione arteriosa si alza per far arrivare una maggiore quantità di sangue nei muscoli.
3 Il ritmo del respiro aumenta per fornire più ossigeno al sangue.
4 Aumenta la sudorazione per evitare il surriscaldamento del corpo.
5 I muscoli si tendono, pronti all’azione.
6 La salivazione diminuisce e la bocca si secca.
7 Il fegato libera più zucchero per fornire velocemente più energia.
L’ANSIA COME ASPETTO DISFUNZIONALE
Ma chi soffre di disturbi d’ansia (nella cui categoria rientrano: ansia generalizzata, attacchi di panico, disturbo post-traumatico da stress, fobie, disturbo ossessivo-compulsivo) racconta in modo del tutto diverso le trasformazioni corporee e le sensazioni che sperimenta.
Tutte le caratteristiche tipiche dell’attivazione neurofisiologica diventano sintomi fastidiosi che impediscono una conduzione “normale” della propria vita: respiro rapido, palpitazioni, vertigini, nausea, cefalea, sudorazione, bocca secca, nodo alla gola, dolori muscolari, oppressione toracica o gastrica, sensazioni di sbandamento, confusione, vampate di calore o brividi di freddo, affanno.
L’ANSIA si trasforma in disturbo d’ansia caratterizzato da preoccupazioni difficilmente controllabili, smisurate e ripetute che riguardano una pluralità di tematiche (per esempio prestazioni lavorative, futuro dei figli ecc.). Queste preoccupazioni possono compromettere negativamente il sonno, l’umore (irritabilità) il corpo (facile affaticabilità, tensione muscolare) e la concentrazione (Falabella M., 2001).
La differenza tra un’ansia funzionale ed una disfunzionale è la quantità e la congruenza con il contesto in cui si manifesta: avere un po’ d’ansia prima di un esame è normale e proficua, averne talmente tanta da decidere di non andarlo a fare diventa paralizzante e controproducente. E non solo, nell’ansia disfunzionale si percepisce un segnale di disagio, di minaccia che proviene dall’interno del proprio corpo, indefinito e intenso, contro il quale la persona sente di non avere risorse sufficienti per fronteggiarlo e gestirlo in maniera adeguata.
IL PANICO
Il panico deriva da Pan, il dio della natura degli antichi greci. Talvolta può accadere che la nostra vera natura, quella più profonda, più autentica, si manifesti in noi attraverso il panico. Questo perché siamo stati abituati, per cultura e/o educazione, a controllare i nostri istinti e le nostre emozioni profonde.
Spesso ci siamo costruiti un’immagine di noi stessi che corrisponde più al “come dovremmo essere per l’esterno” che al “come siamo realmente”. Allora il panico arriva per demolire questa costruzione fittizia, dunque per salvarci dall’idea falsata di noi stessi e per riportarci alla nostra vera natura, alla nostra essenza e renderci finalmente liberi.
Quando il panico sopraggiunge non possiamo fare finta di nulla, è impossibile, possiamo però scegliere di accoglierlo, e non di combatterlo. Il panico arriva come un’occasione per noi, vuole essere visto, vuole avere accesso alle nostre parti più fragili, vuole essere accolto per poter dar vita ad un processo di trasformazione che tanto ci spaventa quanto lo desideriamo profondamente.
Il panico torna perché lo combattiamo, tentiamo di essere forti per dominarlo e di eliminarlo. Occorre invece spostare lo sguardo sull’ascolto e la percezione del disagio e non sull’eliminazione. Se li guardiamo, i disagi se ne vanno, perché vogliono essere visti.
L’ ATTACCO DI PANICO
L’Attacco di Panico, secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV-TR), rientra nei Disturbi d’Ansia e viene definito:
episodio che può durare da pochi minuti ad un massimo di mezz’ora, in cui l’individuo viene improvvisamente travolto da uno stato di terrore, spesso legato all’urgenza di fuggire di fronte a eventi ritenuti catastrofici e incombenti. La persona vive dunque un’inaspettata e intensa apprensione associata a una vivida paura o terrore di morire o perdere il controllo della propria mente e del proprio corpo.
Nonostante questi episodi portino con loro profondi sentimenti d’angoscia, occorre cercare di considerare tale manifestazione come l’unica soluzione disponibile per la persona di manifestare e scaricare paure più profonde. L’Attacco di Panico può essere visto come una “valvola di sfogo” di insicurezze e angosce che, non trovando altra via d’uscita, si manifestano attraverso questa forma così improvvisa e invalidante.
© Stefania Filetto
BIBLIOGRAFIA
Falabella M.: A B C della psicopatologia, ed. Ma. Gi. srl, Roma 2001
Sarteschi P. e Maggini C.: Manuale di psichiatria, ed. S.B.M., Noceto 1982
Wells A.: Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia, ed. it. Il nove srl, Bologna 1999
STUDIO PSICOLOGIA ROMA
PRESENTA: WORKSHOP SETTEMBRE 2017
L’ALTRA FACCIA DELL’ANSIA:TECNICHE PSICO-CORPOREE NELLA GESTIONE DELL’ANSIA
sabato 30/09/2017 ore 10-13
UN WORKSHOP TEORICO-ESPERENZIALE ATTRAVERSO IL QUALE APPROFONDIRE IL SIGNIFICATO DELL’ANSIA E SVILUPPARE UNA MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA CORPOREA ATTRAVERSO LE TECNICHE DELL’ANALISI BIOENERGETICA UTILI A MIGLIORARE LA GESTIONE DEGLI STATI ANSIOSI.
INFO E PRENOTAZIONI:
Studio Psicologia Roma
via Vigliena 7 ( Metro Lepanto)
Prenota al numero 3921333654
o alla mail
[email protected]
COSTO: 60 euro
Partecipanti: minimo 6, massimo 15
consigliato abbigliamento comodo e calzini
CONDUTTORI:
DOTT.SSA STEFANIA FILETTO ( Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento Bioenergetico)
DOTT. EMILIANO D’AURIA ( Psicologo Psicoterapeuta ad orientamento Bioenergetico)
www.attacchidipanicoroma.it
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Il successo dell’accettazione
Non so se anche voi avete avuto delle ansie rispetto alla vostra intelligenza: io sì. Ansie che mi hanno accompagnato dall’infanzia. Credo che si potrebbero definire una sorta di insicurezza. “Non so se sono intelligente e quindi mi metto continuamente alla prova per verificarlo“. E quando dico mettersi alla prova era letterale. Cercavo di capire tutto. Cercavo anche, appena mi è stato possibile, dei test d’intelligenza.
In realtà nella mia famiglia la divisione era che mia sorella era bella e io intelligente. Mentre per mia sorella mi sembrava che l’appellativo fosse indubitabile – era bella – il mio sembrava molto più soggetto a rischi e pericoli. C’erano un sacco di cose che non capivo. E poi la bellezza la vedi subito. L’intelligenza la vedi al momento del bisogno e sempre dopo una prova. Inutile dire che io avrei preferito essere quella bella e, forse, mia sorella essere quella intelligente. In ogni caso se questo era un tentativo dei miei genitori di non farci entrare in competizione, dandoci due diverse sfere di competenza, non funzionava. Non ha funzionato mai e ci ha reso litigiose l’una con l’altra. Ho scoperto presto che le qualità si associano, spesso, alla competizione e non rendono affatto la vita più facile. Anche se a me sembrava bellissima – e forse io sembravo intelligentissima a lei – questo non ci ha mai impedito di accapigliarci. Mio fratello, arrivato a distanza di parecchi anni, era maschio e questo lo metteva in un posto senza concorrenza. E francamente mi pare che questa storia sia vera anche al di fuori della mia famiglia (ma questo è un altro discorso).
La storia della competizione e i due tipi di danni

Nella nostra cultura avere una qualità – che sia talento artistico, intelligenza, bellezza o altro ancora – significa automaticamente entrare in una competizione. Sembra che avere una qualità ti metta immediatamente un numero sulla pettorina. E messo il numero devi iniziare a correre, anche se non sei allenato. Questo non aiuta affatto. Le qualità sono delicate e vulnerabili: tutte. Per crescere hanno bisogno di essere curate e metterle troppo presto in competizione rischia di bruciarle in senso letterale. Lo vedo con le piante: i primi tempi sono i più delicati. Poi quando iniziano ad avere un certo rigoglio puoi anche curartene meno. Noi invece mettiamo in competizione i bambini appena ci accorgiamo che hanno una qualità e questo credo che, moltissime volte, faccia grandi danni. Due tipi diversi di danni.
Il primo tipo è quello di alimentare una visione solitaria della genialità: se sei in competizione per una caratteristica individuale è piuttosto facile che tu abbia un po’ di vuoto intorno. Sia perché ti trovano competitivo – quelli che non possono competere con te – sia perché sei competitivo con quelli che possono, invece, essere degli interlocutori. In qualche modo metti una sorta di ipoteca sulle relazioni sociali. L’altro danno però è più profondo e, talvolta, devastante. Ed è il dubbio sulle tue reali capacità. Non conosco una sola persona che non abbia un senso di fallimento interiore. Perché mettendoci continuamente alla prova, cresciamo con la grande paura del fallimento. Non è detto che avvenga ma lo temiamo. Un senso di fallimento difficilmente comprensibile perché spesso sconnesso dai reali risultati e che toglie il piacere della realizzazione. Competere mette addosso la sensazione che quello che fai non sia abbastanza, non sia mai abbastanza e, per una persona che davvero riesce a vincere tutto e di più, ce ne sono moltissime, dotate, che sono rese infelici proprio dalla loro stessa unica qualità. Nella competizione c’è una profonda non accettazione: vince solo una persona. Le altre no e passano il resto della loro vita a cercare di capire come possono vincere. Ma questo ve lo racconto più avanti.
Partiamo da un paradosso
Così partiamo da un paradosso: le nostre capacità sono anche la radice del nostro senso di insicurezza. Un po’ accade perché la nostra mente funziona in modo binario – avere una cosa si accompagna al timore di perderla – un po’ perché siamo poco protetti nello sviluppo delle nostre capacità e messi troppo presto in competizione. È qui che incominciamo a metterci in lotta con noi stessi, incominciamo a nutrire quel conflitto tra esprimersi e giudicarsi dall’esterno. Il conflitto tra spontaneità/autenticità e controllo/perfezione. Iniziamo a questo punto la nostra grande carriera di perfezionatori.
Abbiamo un’abilità? Bene, adesso iniziamo a perfezionarla. Sembra un’ottima idea e, in parte lo è, basta che sia chiara la distinzione tra coltivarla e perfezionarla. Coltivarla significa comprendere la direzione di crescita, la direzione espressiva e darle sostegno, nutrimento. Proteggerla da una esposizione prematura e, anche, da un ritiro eccessivo. Perfezionarla significa avere in mente un target, un risultato, un obiettivo esterno e muoversi per conformarsi a quel target. È qui che la consapevolezza gioca un ruolo determinante.
Abbiamo bisogno di un po’ di consapevolezza
Abbiamo bisogno di un po’ di consapevolezza per distinguere tra perfezionismo e coltivazione. Se non sappiamo guardarci dentro e riconoscere le nostre personali motivazioni è molto facile fare confusione. E riconoscere le nostre motivazioni non è rimuginare su delle idee, che sono molto influenzabili. È sentire, nel corpo, la direzione delle nostre azioni.
Faccio una digressione piccola ma indispensabile. I pensieri conoscono bene l’ambivalenza: vorremmo mangiare e, anche, dimagrire. Vorremmo andare a destra e anche a sinistra.Siamo pieni di dubbi sul fatto se sia meglio fare una cosa o l’altra.Tanto che, a volte, finiamo per rimanere immobili. Nel corpo, nei gesti, c’è una direzione di movimento. Non è detto che dobbiamo seguirla ma questa direzione di movimento c’è. E, se sentiamo il corpo, se sappiamo ascoltarlo, possiamo riconoscerla. E scegliere.
Se siamo molto abituati a perfezionarci però abbiamo perso il contatto con la direzione spontanea del movimento e abbiamo solo movimenti controllati. Questi movimenti controllati si esprimono attraverso tensioni, contrazioni o dissociazioni dalla percezione corporea. Riconoscerlo è il primo passo per riprendere contatto con la nostra direzione spontanea di movimento. E ascoltarla. Torno a ripetere: non è un obbligo seguirla. Questo significherebbe essere spontaneisti. Però sapere cosa ci dice e in quale direzione ci invita ad andare è fondamentale per conoscere le nostre vere motivazioni. Fare qualcosa contro la nostra vera motivazione è come svuotare il mare con un secchiello: non funziona.
L’effetto positivo dell’impegno
Visto che ero così insicura sulla mia intelligenza ho iniziato a studiare molto. Il che mi sembrava una cosa utile ma mi lasciava aperta una domanda: “Sono intelligente o semplicemente studio più degli altri?'”. Lo so che può sembrare una domanda stupida ma i bambini hanno, dentro di sé, molte domande di questo genere. Sembrano stupide ma non lo sono affatto. In realtà, senza saperlo, avevo capito una cosa. Qualsiasi capacità, perché fiorisca, va allenata. Non c’è genio che tenga. Se non allena la sua capacità non basta avere genio. La visione romantica per cui il genio non ha bisogno di studiare perché le cose gli vengono senza impegno, ha fatto più danni di quanto possiamo pensare. Una sorta di epidemia che è molto diffusa nella scuola italiana, proprio adesso. Ci siamo preoccupati di dare molti stimoli per far crescere l’intelligenza dei nostri figli ma, se non li aiutiamo a disciplinare, con la pratica e lo studio, la loro intelligenza, rischiano di essere persone molto dotate ma incapaci di impegnarsi. Di avere quel retto sforzo che non è perfezionamento ma coltivazione.
E qui c’è – finalmente – una buona notizia. Sulla lunga distanza la costanza nell’impegno ottiene più risultati del genio. E, soprattutto, possiamo aiutare i nostri figli a sviluppare il loro potenziale senza coltivare il loro narcisismo, con l’autoregolazione.
Così ho capito che, forse, l’insicurezza mi aveva dato anche un vantaggio: la voglia di impegnarmi.
Come nasce l’accettazione
Alla fine mi è sembrato che, rendermi conto di quello che succedeva dentro di me, guardarlo anche un po’ divertita, era il modo migliore per iniziare ad accettarlo. E lo sguardo divertito mi ha salvato la vita. Perché cogliere il lato comico di quello che succede permette di trasformare la vergogna o l’imbarazzo per la propria vulnerabilità in apertura e condivisione. Nella vergogna ci nascondiamo dagli altri. Nella comicità ci apriamo agli altri. Lo sguardo passa da giudicante ad accettante. E, accettando, iniziamo a coltivare un senso di soddisfazione per l’esperienza anziché un senso di giudizio per il risultato.
Incominciamo a capire che i risultati non ci definiscono. Che il nostro diritto alla felicità non sta nella bontà dei nostri risultati ma in quanto riusciamo a gustarci quello che accade, quanto riusciamo a starci dentro, includendo anche la parte di noi che, incessantemente, giudica. Lo fa per proteggerci, alla fine anche lei fa il suo lavoro. E, insieme, siamo un bel gruppo.
Passare ad una visione condominiale
Una delle cose che più influenza la nostra capacità di auto-accettazione è avere una visione unitaria della nostra personalità. Tornando all’esempio iniziale o siamo belli o siamo intelligenti: belli e intelligenti no. L’idea che non possano esserci contraddizioni, aspetti divergenti, sfaccettature multiple, ci porta a nutrire parti assassine che cercano di eliminare le nostre incongruenze. Il punto invece è includere. Come se fossimo un condominio, con molti e diversificati vicini, e il nostro Io fosse un saggio amministratore di condominio (o il portinaio, non ho ancora deciso cosa sia meglio). Cercare di eliminare aspetti della nostra personalità è orribile. Possiamo evitare di nutrire il nostro tabagista interiore ma eliminarlo vorrebbe dire alimentare aspetti compulsivi e fuori controllo e ritrovarci con una disperata voglia di fumare appena la nostra parte rigorosa ha un cedimento.
Il punto è sentire la frizione. Per fare la lama ad un coltello è necessario passarla sulla mola. È la frizione che la rende affilata. Anche per noi è così. Non serve scappare dalla frizione: è la frizione che ci rende affilati. Quando sentiamo quella frizione che farebbe entrare in azione la squadra delle assassine – o assassini – è una buona idea fermarsi, fare una pausa ed esplorare. C’è qualcosa di interessante da accettare. Una sfaccettatura che arricchisce la nostra bellezza e luminosità. Un vero peccato cercare di rendere piatta la nostra luce!
L’arte della pausa
La pausa è un’arte perché, impulsivamente siamo organizzati per scappare. Per fuggire da quello che ci sembra pericoloso. Qui, invece, ci fermiamo per capire che cosa succede. Ecco perché è un arte – forse minore ma sempre arte – perché mette creatività ed espressione nella nostra vita. La vita non affila mai tutti nello stesso modo. Ognuno di noi incontra sfide diverse, frizioni diverse. Se non scappiamo quelle sfide diventano ciò che dà forma alla nostra vita, anziché incidenti di percorso – più o meno semplici – da risolvere.
Fare pausa non vuol dire fermarsi: vuol dire esplorare, lasciare che l’esperienza riveli se stessa. È in quel momento, quando mettiamo da parte la nostra idea di come dovrebbe essere la nostra vita che iniziamo ad amarla pienamente, così com’è. È in quel momento, quando scegliamo di non perfezionarla, che iniziamo davvero a muoverci verso un’accettazione radicale.
Il successo dell’accettazione
Così, alla fine, se proprio vogliamo parlare in termini di successo, non sarà la nostra competitività che ci permetterà di ottenere dei risultati. Sarà smettere di resistere a come siamo, sarà non far lavorare troppo le nostre parti assassine, sarà fidarsi che la frizione è quello che dà forma alla nostra vita, quello che ci permette di realizzare noi stessi, che ci darà quell’appagamento che cerchiamo con la vittoria. Non ha importanza se non siamo i primi assoluti, i meglio classificati in qualche fantomatica corsa inventata solo dalla nostra fantasia. Se siamo in grado di esistere, dando voce a chi siamo, con tutte le nostre sfaccettature, avremo vjnto tutto quello che c’era da vincere. Perché anche i grandi campioni, quando vincono, non lo fanno perché sono compatititivi ma perché sono nel fluire come racconta Bob Beamon [box] “È stato come saltare attraverso un ostacolo, come correre in una galleria, con pareti di vibrante silenzio, il tempo si è fermato, ho avuto pieno accesso a tutti i miei muscoli, a tutto il corpo, le mie sensazioni sono state brillanti, c’era un senso di gioia e di amore” Bob Beamon[/box]
Bob Beamon non riuscì più ad eguagliare il suo record – che rimase imbattuto per 45 anni. Eppure l’aveva fatto. Non perché in quel momento era in competizione ma perché era una persona in affanno che lasciò andare. Al di là del controllo si permise di essere chi era. Non ci riuscì più. Forse perché, dopo, entrò in competizione con se stesso e fece fatica a darsi una disciplina.
Venendo a noi
La storia di Bob Beamon è una incredibile storia umana prima che sportiva ma, venendo a noi, possiamo dire che non ha importanza quanto abbiamo tradito l’accettazione nei nostri confronti. Né quante capacità abbiamo. Potremmo accorgerci che stare sul cuscino da meditazione e incontrare noi stessi è un vero tormento. Perché ci mette di fronte ai nostri punti di frizione. A quello che, nella nostra vita, stride con l’idea che ci eravamo fatti di come sarebbero andate le cose. Anzi, potremmo scoprire che è un tormento anche se non ci mettiamo seduti sul cuscino. Perché la nostra voce autocritica è sempre accesa. Eppure, alla fine, non è importante da dove partiamo: è importante quante volte ci ricordiamo che accettarci – e accettare – è possibile. Che possiamo farlo. Proprio qui. Proprio ora
© Nicoletta Cinotti 2017
Eventi correlati
Verso un’accettazione radicale, Ritiro di bioenergetica e mindfulness, 22 – 24 Settembre, Giaiette, Genova
Vivere nella sfida: la via per riscoprire la nostra innata fiducia.
Siamo tutti leader, nel senso che tutti guidiamo la nostra vita.

Un articolo di Sakyong Mipham Rinpoche.
Non abbiamo scelta. Prendiamo decisioni momento dopo momento, persino se si tratta di imburrare la nostra fetta di pane. Per vivere bene le nostre vite, abbiamo bisogno di essere intimamente coinvolti nel nostro viaggio.
Meditare è salutare perché è un modo per sviluppare saggezza. Possiamo prendere l’adeguata postura, permetterci di essere, ed entrare in contatto con la salute incondizionata della mente. Questa è meditazione.
Anche agli inizi, mentre lottiamo via via con pensieri, emozioni e percezioni sensoriali, sperimentiamo un barlume di non-aggressività che ci permette di essere in pace. Quando ci sentiamo sconvolti, depressi o frustrati, questo sentimento di spaziosità e adattabilità vacilla e anche la nostra relazione con esso cambia. Meditare è un modo, privo di pregiudizi, per rafforzare la nostra fiducia nella possibilità di stare.
La fiducia in questa non-aggressività innata non può essere acquisita, ma solo riscoperta. Se sentite di doverla creare, state sperimentando una punta di aggressività (intesa come spinta a fare n.d.t). Parliamo di un’aggressività che si manifesta come un sentimento innato di disarmonia e disagio. Ha una radice duale che ci porta all’avere difficoltà. Siamo, in qualche modo, insoddisfatti da quello che stiamo sperimentando.
Il concetto di gentilezza nella tradizione Shambhala implica il non dover creare uno stato di fiducia aggressiva. In questo caso, la fiducia è qualcosa che abbiamo già. La parola Tibetana è ziji, dove zi significa “gloria, brillantezza”, ji è “splendore”. Questa parola descrive l’innata radiosità del cuore umano. Malgrado avere fiducia in sé stessi possa essere utile, ziji è differente. Questo tipo di fiducia incarna la nostra naturale radiosità e la capacità di estenderla naturalmente agli altri.
Ziji è un segno che ci fidiamo del nostro essere, cosa che ci permette di abbracciare pienamente la vita. Dissolve il velo fra lo spirituale e il genuino. Questo significa che siamo disposti a mettere il naso un po’ più in là nel vento dell’incertezza. Gli insegnamenti Shambhala lo chiamano “Vivere della sfida”. Le persone che sono a proprio agio con questo senso di non sapere sono in grado di fare cose eroiche. Quando guardano alle sfide, emergono le soluzioni.
Dal punto di vista Buddhista, il nirvana è raggiunto tramite la sofferenza, ma perché questo succeda, dobbiamo sviluppare le nostre menti, dobbiamo connetterci agli altri. Entrambe le cose sono sfidanti per ragioni differenti. È difficile connettersi con le proprie emozioni perché possono essere destabilizzanti.
La mente è uno spazio vasto in cui è facile perdersi. Relazionarci con gli altri ci provoca, e talvolta le persone sono semplicemente difficili. Dobbiamo connetterci con come si sentono. Per poterlo fare, dobbiamo prima sapere come ci sentiamo noi. Soffrire è inevitabile, ma è difficile proseguire quando si cerca di non essere feriti. Le grandi vite sono condotte senza paura, applicando la gentilezza amorevole di un cuore e una mente aperti. È così che possiamo essere sia resilienti che di aiuto.
Vivere nella sfida significa che è più facile accettare di fare errori. Se siamo in grado di tenere anche solo un poco di distanza psicologica e accettare un errore come una salutare parte del cammino, siamo in grado di imparare da esso e andare avanti. Questi errori sono come la pietra che si usa per affilare una lama. Se vogliamo la spada affilata, dobbiamo sempre avere la percezione di quello che ci strofina contro. È qui che la riflessione su di sé entra in gioco. La usiamo per stabilire la nostra intenzione. Quando vi svegliate, magari spendete del tempo per riflettere su aree della vostra vita che volete sviluppare o migliorare, incluse le relazioni con gli amici e la famiglia: Come voglio vivere la mia vita oggi? Più siete in grado di apprezzare la preziosità della vostra esistenza e più raggiante sarà la giornata.
La fiducia nel nostro andare avanti infonde la vita di curiosità, meraviglia e gioco. Queste qualità emergono da una mente priva di dubbi sulla propria innata pace e forza. Questa fiducia trasforma le tendenze egoistiche in altruistiche, naturalmente espresse attraverso un attitudine di leggerezza nel cuore, un segno di una mente aperta, uno spazio spazioso e gentile in cui possiamo vedere più chiaramente. Questo è il significato della parola illuminazione: “piena illuminazione”. Quando qualcosa è pienamente illuminato, vediamo ogni sua parte. Un’illuminazione parziale è ricca di ignoranza.
Quando la nostra fiducia è oscurata, ingaggiare la vita diventa un processo di speranza e paura. Se riusciamo a liberarci da questa trappola claustrofobica, abbiamo saggezza. Possiamo immaginare il successo. Diventiamo guerrieri senza paura che vedono dove stanno andando. Quando crediamo nella dignità umana, possiamo immaginare una buona esistenza umana. Immaginando il successo, cavalchiamo la punta della freccia per qualunque essere umano. Non solo possiamo condurre la nostra vita in maniera elevata, ma possiamo sollevare anche la vita degli altri. Questo è cavalcare il vento – l’intrinseca fiducia nella fondamentale bontà di quello che sta succedendo, opposta all’attitudine in cui le cose andranno solo peggio. È difficile avere una buona visione se abbiamo paura di guardare avanti. In quel caso, anziché irradiare fiducia, tendiamo a spargere ansia, agitazione e paura.
Per sviluppare questa visione senza paura, non dobbiamo essere spaventati dal riconoscere lo spazio. Prima, nella meditazione, esperiamo il senso di una completa profondità sempre disponibile. Questo spazio in cui qualunque cosa può essere accettato è saturato di non-aggressività, una naturale parte del nostro essere. Quando accettiamo tutto, apprezziamo tutto; nessun dettaglio è superfluo. La familiarità con questo spazio ci dà precisione e potere nel condurre le nostre vite.
Qualche volta diventiamo troppo miopi per permetterci di esperire la nostra vastità. È così che costruiamo tunnel prefabbricati in cui giriamo intorno all’infinito. Questi tunnel psicologici sono quelli che definiamo pattern abituali, e non abbiamo altro secondino che noi stessi. Quando “pensiamo in questa vastità” si disgregano di fronte alla brillantezza e alla compassione.
La nostra spaziosità e radiosità accadono in ogni momento, ma i pattern abituali solitamente li oscurano. La meditazione e la riflessione su di sé sono la chiave per rivelarli. Quando vi sentite inspirati, sollevati o a terra – semplicemente guardate la qualità della vostra mente e del vostro cuore. Richiamate il momento in cui qualcuno vi ha ispirati a non scappare dalla vita, ma a condurla genuinamente. Poi rilassatevi, permettete a questa lucentezza di uscire.
Come meditanti, non possiamo semplicemente nasconderci nelle nostre realizzazioni. Questa personale esperienza interiore è sacra, ma solo per essere umani, abbiamo la responsabilità di metterla a frutto. A prescindere dalla fase della nostra vita e della pratica, possiamo sempre sviluppare le nostre capacità di leadership in questo senso, l’abilità di ingaggiare in maniera genuina le nostre vite e ispirare gli altri. Se possiamo aprire le nostre menti, ci possiamo aprire a quello che ci succede proprio davanti agli occhi. È così che guadagniamo conoscenza e realizzazione.
Come leader genuini della vita, siamo in grado di elevare qualsiasi ambiente connettendoci con la nostra magnanimità e permettendo alle altre persone di entrare nel nostro campo di esperienza. Dobbiamo essere umili e fare quello che possiamo, e allo stesso tempo concederci di pensare in grande. In ogni momento in cui siamo in grado di contattare la nostra fiducia, stiamo anche creando un senso di comunità: stiamo toccando quella qualità senza tempo in tutti.
Traduzione: Niccolò Gorgoni
Articolo originale: https://www.elephantjournal.com/2014/11/living-in-the-challenge-the-path-to-uncovering-our-innate-confidence/
Il labirinto e le soluzioni divergenti
Forse avrai fatto anche tu, molte volte, il gioco del labirinto. Con una matita devi segnare il percorso che conduce fuori da un labirinto. Alcuni anni fa (nel 2001 per l’esattezza) questo gioco fu usato da due ricercatori dell’università del Maryland. Con una piccola ma significativa variante.
Il gioco veniva sottoposto a due gruppi di studenti, simili per caratteristiche. Dovevano fare uscire da un labirinto non particolarmente complicato, un topolino. Il labirinto era lo stesso per entrambi i gruppi di studenti solo che, in un gruppo, un pezzetto di formaggio aspettava il topolino all’uscita del labirinto. Nell’altro gruppo il topolino che voleva uscire dal labirinto era sotto la minaccia di una civetta che sorvolava la scena. Ovviamente si trattava in entrambi i casi di simulazioni. Tutti gli studenti risolsero velocemente il gioco in un paio di minuti. All’uscita dall’esperimento, senza che sapessero che si trattava ancora di un test, a tutti gli studenti vennero poste delle semplici domande che richiedevano una risposta creativa. Non era assolutamente una risposta difficile ma richiedeva apertura mentale. Gli studenti avevano risolto tutti il test del labirinto e quindi erano, sulla carta, nella stessa situazione. Quelli che avevano fatto il test con il topolino sottoposto alla minaccia della civetta ebbero risultati del 50% meno positivi del gruppo che aveva fatto il labirinto con la ricompensa del pezzettino di formaggio. Eppure erano prove semplici, e tutti avevano avuto un risultato positivo riuscendo a portare a termine il test precedente. Erano stanchi? No, erano spaventati.
Come mai a volte ci sembrano impossibili cose semplici?
I ragazzi che avevano fatto il test sotto la minaccia, fittizia, della civetta, si erano identificati con il rischio che correva il topolino e avevano attivato una sorta di evitamento del pericolo, dettato dalla paura. L’insieme di emozioni di paura ed evitamento era stato sufficiente per “bloccare” il loro modo di ragionare e ridurre la loro creatività o, se vogliamo, il loro pensiero divergente. Una ulteriore conferma che può bastare un pensiero per creare un clima emotivo di pericolo ed entrare in una modalità di funzionamento ridotto. Siamo sicuri che questo non ci riguardi?
Avere i freni tirati
Qualche giorno fa, in uno dei miei post quotidiani ho raccontato una storia, vera, successa a Camogli tempo fa. Camogli è un paese di mare su tre livelli. Per passare da un livello all’altro ci sono sue possibilità: le scale o una salita. Se hai un passeggino rimane una possibilità: la salita. Salita che, in alcuni punti, può essere abbastanza ripida.
Stavo tornando dal mare e vedo di fronte a me una giovane signora che spingeva, con molto sforzo, un passeggino. Incuriosita, mentre mi avvicino, osservo con attenzione per capire come mai tanta fatica e scopro che il freno del passeggino, che blocca le ruote, era tirato. Glielo faccio notare, accostandomi e lei, gentilmente, affranta dallo sforzo, mi risponde che era una misura preventiva, nel caso si fosse distratta per qualche motivo, non avrebbe corso il rischio di vederle sfuggire il passeggino e l’amato contenuto. La situazione era francamente un po’ paradossale vista dall’esterno ma non dal suo punto di vista. Per lei quel rischio valeva la pena di fare quella fatica. Perché? Perché aveva paura e questo la spingeva a quella prudenza che ci fa avanzare a freni tirati. Non solo lei ma credo tutti noi, quando abbiamo finalmente raggiunto qualche cosa che ci è caro, non vogliamo correre rischi e procediamo a freni tirati. Vale la pena?
Vale la pena aver paura?
Malgrado io sia stata una madre piuttosto spartana e poco ansiosa, non ho sentito estranea quella giovane donna. Affatto. Mi sono ricordata di come mi sentivo imbranata i primi tempi dopo la nascita di mio figlio. Insicura in un mondo in cui tutti sembrava sapessero cosa fare. Mi sono riconosciuta nella sua paura di sbagliare e, soprattutto, mi sono riconosciuta nella tendenza a procedere a freno tirato quando in gioco c’è qualcosa che amo molto. Per una sola paura – forse una delle più grandi – la paura di perdere, per un proprio errore, qualcosa per cui abbiamo tanto faticato. Qualcosa che amiamo.
Forse la maggior parte di noi è, in questo senso, simile a quella giovane mamma. Ci giustifichiamo dicendo che sono tempi difficili, che è meglio non rischiare, che è meglio poco ma sicuro che l’incertezza. In realtà cerchiamo di scendere a patti e di evitare un sentimento che è inevitabile: quello della paura. Ce l’abbiamo scritto nel DNA ed è una delle emozioni di base, presente fin dalla nascita in tutte le culture del mondo. Nasciamo sapendo cos’è la paura.
[box] Accettare la paura può sembrare contro-intuitivo. Eppure, poiché la paura è una parte intrinseca della vita, resistere alla paura significa resistere alla vita. Tara Brach[/box]
Un’epidemia di freni e di paura
Sicuramente la vita è cosparsa di pericoli. In questi ultimi anni abbiamo conosciuto nuove forme di pericolo ma, anche, francamente, nuove forme di sicurezza. Come mai, spesso, molto spesso, la paura e l’effettivo pericolo nella nostra vita non vanno a braccetto? Abbiamo paura di eventualità remote e non prendiamo in considerazione rischi reali. Perché? Perché la paura di basa sul nostro personale e insindacabile giudizio. Non abbiamo paura conoscendo percentualmente il rischio (e anche se lo conosciamo non diminuisce la nostra paura): abbiamo paura perché abbiamo paura e, spesso, non sentiamo paura quando siamo di fronte ad un pericolo reale ma ad una minaccia di pericolo. Un mio paziente, gravemente ipocondriaco, ha affrontato con un coraggio ammirevole una malattia oncologica. Finalmente, mi disse, sapeva contro cosa doveva lottare mentre prima viveva nell’ansia e sotto la minaccia continua di ammalarsi. Non liquidare questa affermazione con superiorità: funzioniamo abbastanza così.
Evitare o fare spazio?
Quello che facciamo, abitualmente, con la paura, è evitare. Cerchiamo di evitare quello che ci spaventa: peccato che l’evitamento è come una macchia d’olio. Tende ad allargarsi. Non ci basta più evitare gli ascensori, le api, evitare le salite (o le discese), evitare quello che una volta ci ha fatto male perché potrebbe farci di nuovo male. Ad un certo punto, a forza di evitare, riduciamo la nostra vita ad un francobollo di sicurezza: ne valeva la pena? Siamo sicuri che davvero non saremmo in grado di rischiare di più, di tollerare più incertezza? E, soprattutto, siamo più sereni o più braccati dall’ansia, siamo più felici o più insoddisfatti e che cosa stiamo davvero evitando? A che cosa evitiamo di dare spazio? È la paura il problema oppure, semplicemente, non vogliamo perdere il controllo, non vogliamo che accada qualcosa di indesiderabile perché temiamo la nostra reazione, la nostra voce critica, il nostro personale senso di fallimento?
[box] L’altra faccia del resistere alla paura è la libertà. Tara Brach[/box]
La paura di sentire
Evitando cerchiamo di sbarazzarci delle sensazioni invece che allenarci a gestirle, le tratteniamo e solidifichiamo in tensione cronica. Invece che reagire tempestivamente di fronte ad un pericolo costruiamo una armatura permanente; proprio come quella giovane mamma, costruiamo una corazza a difesa della nostra esistenza, tanto intima che finiamo per sentirla una parte, ineliminabile, di noi. E, come i ragazzi dell’esperimento del labirinto sotto la minaccia della civetta, finiamo per limitare le nostre possibilità espressive, creative, Finiamo per limitare l’accesso alle nostre risorse. Il fatto stesso che proviamo paura ci sembra una prova della nostra incapacità o dei nostri difetti. Così finiamo per definirci inadeguati perché proviamo paura, costruendo un circolo vizioso in cui il senso di inadeguatezza alimenta solo nuove paure. Finiamo per rinunciare, progressivamente, a metterci alla prova perché quando siamo nella trance della paura vogliamo solo una cosa: stare tranquilli.
E se la strada fosse l’opposto? Invece che ritirarsi sempre di più, se la strada fosse affrontare il drago, corrergli incontro. guardarlo negli occhi? E se, facendo così, il drago si rivelasse invece un topolino, ingigantito solo dalla nostra fantasia? Se smettessimo di scegliere cosa fare sulla base delle nostre idee e cominciassimo a scegliere cosa fare sulla base della crescita?
La paura e la storia dei bambini
Molte delle nostre paure non sono attuali: sono ingigantite dalle radici che hanno nel nostro passato, quando, effettivamente, avevamo meno possibilità di fronteggiarle. La paura è una emozione a ritroso: ci fa ritirare e, ci fa guardare alle spalle più che davanti. Sembra riferita al futuro ma è quello che è successo nel passato che ci spaventa davvero. E spesso si esprime proprio come impossibilità ad andare avanti e senso di solitudine. Ti senti solo perché ti vergogni di aver paura. Ti senti solo perché non sai di chi puoi davvero fidarti. Ma non abbiamo bisogno di evitare: abbiamo bisogno di trovare una protezione, una sicurezza. Abbiamo bisogno di allargare lo spazio e non di rimpicciolirlo. È questo che ci fa riacquistare fiducia, che ci fa uscire dalla paura: invertire l’evitamento e iniziare a guardare in faccia quello che ci spaventa. Da bambini avevamo un peluche, un genitore, un luogo dove ci sentivamo al sicuro. Da grandi noi stessi possiamo essere un rifugio sicuro senza trasformare la nostra vita in un francobollo.
Ancora una tazza di te?
Non possiamo sbarazzarci delle nostre paure, come dice la vignetta di Alex Noriega, qui a fianco. Possiamo provare a invitarle, con cautela, a sederci accanto, possiamo provare a conoscerle un po’ meglio. Provare a cambiare la relazione con loro e passare dalla fuga all’intimità. Da soli? Se la paura non è troppo forte la pratica può essere un buon aiuto. Possiamo chiamarle a rassegna rimanendo radicati nel respiro. O nei suoni. Se è forte abbiamo bisogno di un aiuto esterno che ci faccia da guida. In alcuni casi possiamo anche aver bisogno, temporaneamente, di un aiuto farmacologico. Temporaneo, quel tanto che ci permette di trovare il modo per invitarle in salotto, offrigli un tè, capire come funzionano e saperle guardare con un po’ di distanza, in modo che, quando torneranno, non ci trascinino più. Perché torneranno: è normale. Non è un fallimento. È normale aver paura e non vuol dire che siamo in pericolo. Forse alcuni di noi vorrebbero essere più coraggiosi. Altri più cauti. Il punto però, nell’invitare a prendere il tè, è iniziare ad accettare come siamo. Perché senza accettazione non c’è amore e, se non ci amiamo, così come siamo, avremo sempre paura. È la non accettazione che coltiva la paura dentro di noi. È solo se accettiamo la nostra storia, la nostra vita, per come è che possiamo dichiarare pace alla paura. Altrimenti rimarremo dei fuggitivi. Vittime di ombre che fanno sembrare draghi dei semplici topolini.
Uscire dal labirinto
Come diceva Mark Twain “nella mia vita ho incontrato ogni sorta di pericolo. Molti dei quali non sono mai esistiti”. Possiamo immaginare che, all’uscita del labirinto, ad aspettarci, ci sia un premio. Oppure vivere come se fossimo continuamente sotto la minaccia della civetta. Basta ricordarsi che non ci sono uccelli del malaugurio: è la nostra paura che ingigantisce la realtà. E la risposta nasce dal pensiero divergente: andare incontro anziché evitare è contro-intuitivo eppure funziona. Alla fine quello che conterà davvero sarà poter dire che abbiamo vissuto, non che abbiamo evitato tanti pericoli mai esistiti. Possiamo pensare che sarebbe stato meglio essere diversi. Alla fine però conterà chi siamo davvero. Come siamo riusciti a fare spazio a noi stessi. Invece che rimanere intrappolati dalle nostre esperienze possiamo riconoscerne la loro potenzialità di cambiamento e, riconoscendolo, nutrirle di consapevolezza e compassione.
© Nicoletta Cinotti 2017 Verso un’accettazione radicale
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