Quando ci fermiamo per ascoltarci può diventare più facile sentire il sorgere delle nostre reazioni. Reazioni ripetitive che ci agitano e ci allontanano proprio dalla calma che stiamo cercando. Se non incontriamo saggiamente questa irrequietezza ci ritroviamo ben presto in uno stato di febbrile quanto inconsapevole attività. E il nostro spazio di consapevolezza diventa irrequieto e agitato come una lotta.
Perché la consapevolezza da sola non basta. A volte può addirittura diventare una irrequieta consapevolezza se non sappiamo lasciar andare. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti ad approfondirla e soprattutto che ci aiuti a rimanere radicati nel turbine delle sensazioni che la consapevolezza fa emergere. Per questo, per essere davvero consapevoli, abbiamo bisogno di rilassare il corpo e la mente.
Rilassare però ha un significato specifico in questo caso: significa la quiete che viene dall’accettazione e la quiete che incontriamo quando non attiviamo reazioni. Per farlo è necessario portare la consapevolezza a quelle parti del corpo dove tende ad accumularsi la tensione. Semplicemente prendere atto della tensione, respirare insieme a quella tensione, riconoscendo la sua esistenza, senza iniziare a lottare contro quella tensione. Una lotta che attiverebbe altra tensione ancora.
Non è quindi il rilassare che nasce dallo sciogliere ma il rilassare che nasce dall’accogliere e dal cedere. Diventando consapevoli del corpo ci diamo il permesso di cedere, di lasciar andare e di non aggrapparci alla reattività a cui siamo abituati. Riconosciamo la tensione ma non la combattiamo. Non c’è nessun altra pratica che questo lasciar andare che calma il corpo e la mente: insieme.
Il corpo e la mente si muovono insieme; non sono due entità distinte. Il corpo si rilassa e la mente si calma. La mente si calma e il corpo si rilassa. Gregory Kramer
Pratica del giorno: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2025 Inverno: accogliere
Spesso utilizzo un’affermazione semplice durante i miei protocolli: “portare la pratica al cuore”. È un concetto che trasmette l’importanza di avvicinarci alla mindfulness non solo come un’attività mentale, ma come un’esperienza che coinvolge anche il nostro cuore. Come ci ricorda Jon Kabat-Zinn, e come condivido in un video di dieci anni fa (così valuti il processo di invecchiamento!!!)
La chiusura del cuore è spesso una risposta a una ferita. Nella psicologia buddista, ciò è descritto come la “seconda freccia.” Il primo dolore è inevitabile, perchè la vita non è facile, ma la vera sofferenza deriva dalla nostra reazione a quel dolore. Non solo fuggiamo dal dolore, ma talvolta ci aggrappiamo a esperienze piacevoli, cercando di congelare quei momenti. Questa ricerca di permanenza ci espone a un’altra forma di sofferenza, poiché neghiamo l’inevitabilità del cambiamento.
Una pratica profonda per tutti
