La prima riunione di famiglia a ranghi completi
si tenne in riva al mare con quattro chili di storione
tre di carne in scatola
un nipote che in un test d’intelligenza ha preso il voto più alto mai registrato a Hillside, New Jersey
quattro zie acciaccate che prendono pillole
un cugino in analisi che prende note
una cognata così brava a fare la cherry cheesecake che uno pagherebbe per mangiarla
cinque zii che hanno patito in borsa rovesci da non
augurare al peggior nemico
una nipote pronta a scappare di casa non appena il dentista le toglierà l’apparecchio
un cugino che, a guardarlo, non diresti gli piacciano
gli uomini
un nipote legato a una persona di altra razza con gran piacere dei genitori
un cognato con una casa così enorme da perdersi e una moquette così spessa da restarci soffocati e un mutuo così alto da finire in bancarotta
uno zio con una santa per moglie a sopportarlo
un cugino così quotato che è stato quasi l’ostetrico di Barbra Streisand
un cugino così quotato che è stato quasi il commercialista
di Jacob Javits
un cugino “non chiedermi cosa fa per vivere”
una nipote che nessuno si stupirebbe di vedere, l’anno prossimo, in concerto al Carnegie Hall
un nipote che nessuno si stupirebbe di vedere, l’anno prossimo, chiuso a Leavenworth
due zie che vanno dallo stesso macellaio della madre di Philip Roth
e io cerco l’approvazione di tutti.
©Judith Viorst, La gente e altre seccature, Trad. di Leonardo Guzzo e Marco Sonzogni, Giulio Einaudi Ed.
mindfulness
La leadership liberata
“La leadership liberata” è un libro illuminante che affronta il tema della leadership da una prospettiva profondamente umana. Goeta supera gli stereotipi tradizionali della leadership come insieme di regole prescrittive o attributo di pochi eletti, proponendo invece una visione della leadership come processo di crescita personale accessibile a tutti.
Il libro si articola in tre parti che si integrano armoniosamente. La prima parte utilizza l’analisi di film e serie TV contemporanee per esplorare diverse manifestazioni della leadership, mostrando come questa si esprima attraverso una “danza corale” tra leader e collaboratori. La seconda parte approfondisce il concetto di crescita personale come fondamento della leadership, introducendo un modello originale basato su quattro funzioni chiave dell’essere umano: Sentire, Pensare, Dire e Fare. La terza parte fornisce strumenti pratici per sviluppare la propria leadership attraverso il self-coaching.
Particolarmente interessante è il modo in cui l’autore intreccia teoria e pratica, alternando riflessioni concettuali con esempi concreti tratti dalla sua vasta esperienza professionale. Il suo approccio enfatizza l’importanza dell’integrazione tra mente e corpo, tra mondo interiore ed esteriore, superando le tradizionali dicotomie che spesso limitano lo sviluppo personale.
Un contributo significativo del libro è la rivalutazione del concetto di “carisma”, non più visto come dono innato ma come capacità sviluppabile attraverso un percorso di consapevolezza e pratica. Goeta sostiene che la vera leadership emerge dall’autenticità e dalla capacità di stabilire connessioni genuine con gli altri.
Il libro si distingue anche per la sua struttura metodologica chiara e per gli strumenti pratici offerti al lettore, come il modello PROVA per il self-coaching e le griglie di autovalutazione per lo sviluppo personale.
“La leadership liberata” è un testo prezioso per chiunque sia interessato alla crescita personale e professionale, sia che ricopra ruoli formali di leadership o che desideri sviluppare la propria capacità di influenza positiva sugli altri. La sua lettura risulta particolarmente rilevante nel contesto contemporaneo, dove le tradizionali gerarchie stanno cedendo il passo a modelli più fluidi e collaborativi di leadership.
Piccolo dettaglio vanitoso: la copertina rigida mi piace molto e Gianfranco è un amico di vecchissima data ma la recensione è oggettiva!
Gianfranco Goeta, La leadership liberata
© Nicoletta Cinotti 2025 Addomesticare pensieri selvatici
L’Evoluzione di una psicoterapeuta: un viaggio verso la psicoterapia contemplativa
Il Cammino di Trasformazione
Nel corso degli anni, il mio approccio alla psicoterapia ha subito una profonda metamorfosi. Inizialmente formata come analista bioenergetica con una forte inclinazione verso il setting psicoanalitico tradizionale, consideravo le regole come pilastri fondamentali del processo terapeutico. Tuttavia, l’esperienza mi ha insegnato una verità più profonda: l’efficacia della terapia risiede principalmente nella qualità della relazione terapeutica.
La Danza della Relazione Terapeutica
Ho scoperto che offrire riconoscimento e validazione emotiva non solo è fondamentale, ma ha un effetto quasi magico: quando le persone si sentono veramente viste e comprese, la necessità di rigide strutture disciplinari si dissolve naturalmente. La consapevolezza diventa il regolatore più efficace del comportamento. E io mi sento curata proprio mentre curo perché imparo dall’esperienza, non diversamente dal mio paziente.
L’Eredità dei Pazienti
È per questo che posso dire che ogni persona che ha attraversato il mio studio ha lasciato un’impronta indelebile, contribuendo alla mia crescita professionale e personale. Le loro storie, domande e sfide mi hanno spinto continuamente a esplorare nuovi territori, cercando strumenti più efficaci e risposte più profonde. Questo processo di apprendimento reciproco ha reso il mio lavoro un viaggio di continua scoperta.
La Svolta della Mindfulness
L’introduzione della mindfulness nella mia pratica ha segnato un punto di svolta fondamentale. Ho iniziato a riconoscere che molte sofferenze nascono da una profonda perdita di senso, una dimensione che gli approcci tradizionali della psicoterapia non sempre riescono ad affrontare adeguatamente. I pazienti oggi non cercano solo la guarigione dai sintomi, ma un cammino verso una felicità autentica.

La Sincerità come strumento terapeutico
L’etimologia della parola “sincera” – dal latino “sine cera”, senza cera – offre una potente metafora per il lavoro terapeutico. Così come gli scultori del Rinascimento usavano la cera per nascondere imperfezioni, noi terapeuti possiamo essere tentati di mascherare le nostre, e altrui, vulnerabilità. Tuttavia, è proprio l’autenticità, con tutte le sue imperfezioni, a rendere il lavoro terapeutico veramente efficace. Il primo processo di guarigione è riconoscere la ferita e accoglierla. Alcune ferite possono cicatrizzarsi, con altre è necessario imparare una convivenza civile.
Verso una psicoterapia contemplativa: principi fondamentali
Un approccio contemplativo alla psicoterapia ha alcuni passaggi fondamentali
Il Nucleo Intatto: Riconoscere che esiste in ogni persona un nucleo di saggezza innata che rimane intatto nonostante le ferite della vita.
Il Potere del Presente: Enfatizzare l’importanza del momento presente come unico spazio in cui può avvenire la vera trasformazione.
L’Inter-essere: Abbracciare la natura interconnessa dell’esperienza umana, riconoscendo come le menti e i cuori si sintonizzino in una relazione terapeutica autentica.
La Natura della Sofferenza: Comprendere che il dolore è una parte inevitabile della vita, ma la sofferenza cronica deriva dal nostro modo di rispondere ad esso.
Le Emozioni come maestre
Nell’approccio contemplativo, ogni emozione viene vista come portatrice di saggezza. Invece di cercare di eliminarle o controllarle, impariamo a esplorarle con curiosità e apertura, scoprendo i messaggi nascosti che portano.
Come dice il proverbio: “Se viaggi senza cambiare sei un nomade. Se cambi senza viaggiare sei un camaleonte. Se viaggi e il percorso ti cambia sei un pellegrino.” Il vero terapeuta è un pellegrino che si lascia trasformare dal viaggio condiviso con i suoi pazienti.
Conclusioni: Un Viaggio Continuo
La psicoterapia contemplativa rappresenta un’evoluzione naturale della pratica terapeutica, unendo la saggezza antica delle tradizioni contemplative con le scoperte moderne delle neuro-scienze. È un approccio che onora sia la sofferenza che la resilienza umana, riconoscendo che il vero cambiamento avviene attraverso la presenza consapevole e l’apertura del cuore.
Come terapeuti, siamo chiamati a essere testimoni e compagni di viaggio, sempre pronti a “continuare a cominciare, continuare a fare vuoto, continuare a respirare noi stessi, aperti“, come ci ricorda Mark Nepo. In questo modo, la psicoterapia diventa non solo un processo di guarigione, ma un cammino di risveglio condiviso.
Presentazione slide
© Nicoletta Cinotti 2025
L’irrequieta consapevolezza
Quando ci fermiamo per ascoltarci può diventare più facile sentire il sorgere delle nostre reazioni. Reazioni ripetitive che ci agitano e ci allontanano proprio dalla calma che stiamo cercando. Se non incontriamo saggiamente questa irrequietezza ci ritroviamo ben presto in uno stato di febbrile quanto inconsapevole attività. E il nostro spazio di consapevolezza diventa irrequieto e agitato come una lotta.
Perché la consapevolezza da sola non basta. A volte può addirittura diventare una irrequieta consapevolezza se non sappiamo lasciar andare. Abbiamo bisogno di qualcosa che ci aiuti ad approfondirla e soprattutto che ci aiuti a rimanere radicati nel turbine delle sensazioni che la consapevolezza fa emergere. Per questo, per essere davvero consapevoli, abbiamo bisogno di rilassare il corpo e la mente.
Rilassare però ha un significato specifico in questo caso: significa la quiete che viene dall’accettazione e la quiete che incontriamo quando non attiviamo reazioni. Per farlo è necessario portare la consapevolezza a quelle parti del corpo dove tende ad accumularsi la tensione. Semplicemente prendere atto della tensione, respirare insieme a quella tensione, riconoscendo la sua esistenza, senza iniziare a lottare contro quella tensione. Una lotta che attiverebbe altra tensione ancora.
Non è quindi il rilassare che nasce dallo sciogliere ma il rilassare che nasce dall’accogliere e dal cedere. Diventando consapevoli del corpo ci diamo il permesso di cedere, di lasciar andare e di non aggrapparci alla reattività a cui siamo abituati. Riconosciamo la tensione ma non la combattiamo. Non c’è nessun altra pratica che questo lasciar andare che calma il corpo e la mente: insieme.
Il corpo e la mente si muovono insieme; non sono due entità distinte. Il corpo si rilassa e la mente si calma. La mente si calma e il corpo si rilassa. Gregory Kramer
Pratica del giorno: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2025 Inverno: accogliere
Quella poesia che stavi scrivendo
Non è facile oggi essere un poeta.
Specie se ti allontani dalla scrivania
e prendi il giornale, o ascolti la radio,
accendi la tele, o ti perdi in una conversazione.
Quella poesia che stavi scrivendo,
quella su tuo padre che ti portava allo Stadio
da bambino per guardare la box, e il suo disappunto
perché volevi andartene prima dell’ultimo incontro.
(Jimmy Doyle un peso welter il cui padre
lavorava con il tuo al porto). Come Jimmy,
la poesia era promettente, con te che accomodavi il verso
fra memoria e nostalgia, onestà e dispiacere.
Se non i posti in prima fila, abbastanza vicino per sentire
i colpi dei guantoni, le gocce di sudore.
Per sentire vecchi pugni di nausea e il bisogno di fuggire.
Senza dire una parola a tuo padre, abbandoni la scrivania.
Quella poesia che stavi scrivendo,
è ancora lì quando torni, ma irriconoscibile.
Sul ring Trump fa a cazzotti con Kim Jong-un.
Nel bagno delle donne, Weinstein si esibisce davanti a un
attentatore suicida.
Per mettere fine al nonsense,
sali sul ring solo perché Jimmy Doyle ti metta al tappeto con un colpo al mento.
©Roger McGough, La resa dei conti, Medusa edizioni
Il cuore della pratica: dalla mindfulness alla heartfulness
Spesso utilizzo un’affermazione semplice durante i miei protocolli: “portare la pratica al cuore”. È un concetto che trasmette l’importanza di avvicinarci alla mindfulness non solo come un’attività mentale, ma come un’esperienza che coinvolge anche il nostro cuore. Come ci ricorda Jon Kabat-Zinn, e come condivido in un video di dieci anni fa (così valuti il processo di invecchiamento!!!) “Dalla Mindfulness alla Heartfulness,” la vera essenza della consapevolezza si estende ben oltre i pensieri.Allora, che significa davvero “portare la pratica al cuore”?Immaginiamo i protocolli di pratica: la fase iniziale è dedicata alla stabilizzazione dell’attenzione. Senza un’adeguata concentrazione, non possiamo essere veramente presenti. Con il tempo, mentre prendiamo confidenza con la consapevolezza, entriamo in uno spazio più ampio, caratterizzato da quella che viene definita consapevolezza aperta o “choiceless awareness.” Qui scopriamo la heartfulness, una condizione di presenza totale che nasce dall’integrazione mente-cuore. Non si tratta di una mente che produce incessantemente pensieri, ma piuttosto di un riconoscere la profonda relazione tra una mente aperta e un cuore che accoglie.
La connessione tra consapevolezza e cuore
La mindfulness, definita come una consapevolezza intenzionale e non giudicante, fiorisce quando riusciamo a osservare le nostre esperienze senza rifiuto, attaccamento o delusione. Questi tre atteggiamenti emotivi nascono dalle nostre difese e, purtroppo, ci portano a chiuderci, contribuendo a una proliferazione mentale da un lato e a un senso di separazione dagli altri dall’altro. Questo genera una disconnessione tragica con il significato nella nostra vita.
Perché il cuore si chiude?
La chiusura del cuore è spesso una risposta a una ferita. Nella psicologia buddista, ciò è descritto come la “seconda freccia.” Il primo dolore è inevitabile, perchè la vita non è facile, ma la vera sofferenza deriva dalla nostra reazione a quel dolore. Non solo fuggiamo dal dolore, ma talvolta ci aggrappiamo a esperienze piacevoli, cercando di congelare quei momenti. Questa ricerca di permanenza ci espone a un’altra forma di sofferenza, poiché neghiamo l’inevitabilità del cambiamento.
Liberarsi dall’attaccamento
Ogni esperienza ha un tono, che sia piacevole, spiacevole o neutro. Quando diventiamo consapevoli di questo, raggiungiamo una libertà profonda. Spesso, tuttavia, ci aggrappiamo ai momenti piacevoli, creando attaccamenti che generano insicurezza e fragilità. Vivere attaccati alla nostra bellezza, giovinezza o intelligenza significa essere in disarmonia con la natura delle cose, il che non porta altro che conflitto e dolore. È vitale essere consapevoli di queste dinamiche e lavorare su di esse attraverso pratiche come “accettare ciò che non vogliamo”, “lavorare con le emozioni” e “praticare Upekkha“.
La gentilezza amorevole come guida
La gentilezza amorevole (Metta) è una delle chiavi vincenti in questo percorso verso la piena presenza mente-cuore. È un’atteggiamento che si traduce in gesti di generosità quotidiana, verso noi stessi e verso gli altri. È proprio la pratica della gentilezza amorevole a contrastare le risposte avversative, come paura, rabbia e frustrazione. Quando reagiamo con avversione, ci allontaniamo dall’esperienza, creando distanza dal mondo e da noi stessi, perdendo di vista la bellezza dell’interconnessione.
Liberarsi dalla delusione
Il passo successivo sulla strada dalla mindfulness alla heartfulness è imparare a liberarsi dalla delusione, che genera un senso di confusione e disconnessione. Tendiamo a rifugiarci nei picchi emotivi, piuttosto che abbracciare le esperienze neutrali. L’abitudine alla delusione ci trafigge e ci fa sentire insoddisfatti, distogliendoci dalla nostra pratica. È essenziale nutrire i cambiamenti e affrontare questa sfida con consapevolezza.
Le radici della nostra pratica
Più riusciamo a conoscere le nostre emozioni e reazioni, più creiamo un fondamento solido per la nostra pratica. Proprio come le radici di un bosco si intrecciano sotto la superficie, la nostra interconnessione si fa sempre più evidente. Anche se ci sembra di essere alberi distinti, le nostre esperienze, emozioni e reazioni sono profondamente legate. Il corpo, il tronco e i rami rappresentano i diversi aspetti della nostra esistenza. Ma dobbiamo prestare attenzione alle difese che ci separano: avversione, attaccamento e delusione. Questi ostacoli non si manifestano solo a livello mentale, ma si traducono anche in tensioni fisiche e blocchi emotivi.
Verso la Heartfulness
Portare la pratica al cuore significa accogliere tutto ciò che siamo e affrontare le difficoltà con grandezza d’animo. In questo viaggio, non dobbiamo dimenticare che la pratica non è una scorciatoia, ma un cammino di crescita personale. Ci richiede pazienza, dedizione e l’apertura a esplorare le profondità della nostra esperienza.
Tramite la mindfulness, possiamo imparare a osservare i nostri pensieri e sentimenti senza giudizio, accogliendo la nostra umanità. A questo si aggiunge la gentilezza, la compassione e la self-compassion – tutti elementi che esploreremo nel ritiro di cinque giorni ad Aprile – che ci guidano nel processo di integrazione della mente e del cuore. La vera trasformazione avviene quando decidiamo di abbracciare la nostra vulnerabilità e di aprirci all’amore e alla connessione.
Una pratica profonda per tutti
In questo percorso, possiamo approcciare meditazioni di preparazione come “Cullare il cuore”, “Addolcire” e “Self-compassion breathing“. Questi esercizi non sono semplici routine da ripetere, ma momenti sacri nei quali ci permettiamo di sentirci profondamente. Ricordiamoci sempre che liberarsi dalla delusione e rispondere alla vita con gentilezza amorevole ci porta a una dimensione di esistenza più autentica e gratificante. Questo è anche il motivo per cui la pratica di mindfulness “funziona” nelle nostre relazioni: perchè ci permette di imparare a volerci bene e di allargare agli altri il cerchio dell’amore. Un modo completamente diverso da quello ordinario di intendere le relazioni, che ci fa credere che sia l,’altro a doverci “riparare” mentre noi ripariamo lui o lei.
In conclusione, “portare la pratica al cuore” non è solo un’affermazione, ma un invito a immergerci in un viaggio che richiede la nostra presenza. È un richiamo a esplorare la nostra vulnerabilità, con intelligenza e sensibilità, accettando il cambiamento e ricercando quella dolcezza che abita nel cuore di ogni esperienza. Piccoli passi verso un mondo più compassionevole e interconnesso.
Abbracciamo questo viaggio, insieme.
© Nicoletta Cinotti 2025
