Lascia passare i pensieri
lascia che escano
lascia crollare le strutture
non ne hai più bisogno.
Il sole è venuto correndo
fino alla tua tavola,
lascia che il vuoto
trovi il suo vuoto
che entri la grazia
che entri la grazia.
© Valerio Grutt
Lascia passare i pensieri
lascia che escano
lascia crollare le strutture
non ne hai più bisogno.
Il sole è venuto correndo
fino alla tua tavola,
lascia che il vuoto
trovi il suo vuoto
che entri la grazia
che entri la grazia.
© Valerio Grutt
Molto spesso nel momento in cui iniziano nuovi protocolli sorge la domanda se c’è una regola per iniziare o un percorso specifico da seguire.
Tutti noi associamo l’apprendimento a un processo strutturato che si sviluppa per fasi: dall’elementari al liceo, fino all’università e oltre. Conosciamo i nostri stili di apprendimento e i progressi che facciamo, ma possiamo applicare questa idea anche alla pratica della mindfulness? Scopriamo insieme come!
Inizio del viaggio
Per molte persone, la pratica della mindfulness prende avvio dalla partecipazione a uno dei protocolli. Le motivazioni possono essere diverse: il bisogno di ritagliarsi del tempo per sé, lo stress accumulato o le difficoltà emotive. A volte, ci si avvicina alla mindfulness dopo essersi sentiti scoraggiati da altre forme di cura. Tuttavia, iniziare non è mai semplice; serve pazienza, un cambiamento di mentalità e la volontà di imparare a stare fermi.
È dunque legittimo chiedersi se ci siano fasi nel percorso di apprendimento della mindfulness. A questa domanda rispondono due autorità nel campo: Joseph Goldstein e Ezra Bayda.
Joseph Goldstein e le fasi della meditazione
Goldstein affronta l’argomento con chiarezza e concretezza. Innanzitutto, è essenziale capire che la meditazione è un processo dinamico, che si sviluppa attraverso varie fasi, sia nell’apprendimento sia in ogni singola meditazione. Goldstein le descrive come diversi livelli di profondità.
Primo livello: Iniziare e Osservare La meditazione non riguarda il raggiungimento di uno stato ideale, ma piuttosto l’inizio di una relazione autentica con i cambiamenti che avvengono nel corpo, nelle emozioni e nella mente. Per stabilizzare la mente in questo continuo fluttuare, è fondamentale sviluppare una concentrazione che ci permetta di osservare ciò che emerge, senza attaccamento o avversione, ma con consapevolezza ed equanimità.
Secondo livello: Aprire Il secondo passo consiste nell’aprire la pratica al cuore. Qui impariamo a immergerci appieno nel corpo e nelle nostre risposte psicologiche, abbracciando il processo di vivere. Se l’osservazione ci porta alla consapevolezza del corpo, l’apertura è necessaria per riconoscere e capire il nostro cuore e la nostra mente, che operano spesso in modi che non conosciamo.
Terzo livello: Essere Dimorare significa rimanere con ciò che abbiamo osservato e aperto, accogliendo tutti i momenti – piacevoli, spiacevoli o neutri – come parti del nostro processo. Si tratta di essere presenti nel fluire delle esperienze, senza cercare di cambiarle o preferirne alcune a scapito di altre.
Questi tre livelli possono manifestarsi sia all’interno della stessa meditazione sia come tappe nel processo di crescita personale e profonda della pratica.
Le tre fasi secondo Ezra Bayda
Ezra Bayda evidenzia come queste fasi non siano mai statiche; si intrecciano e si sovrappongono, ma seguono anche un ordine cronologico.
Fase 1: “Me” La prima fase è dedicata al lavoro psicologico, in cui esploriamo il funzionamento della nostra mente – corpo, emozioni e pensieri. Non si tratta di un’analisi del passato, ma di un’esplorazione delle nostre idee preconcette sulla vita e su noi stessi. Ad esempio, dirsi “la vita è dura!” può significare sentirsi inadeguati o essere dei combattenti. Questi significati influenzano i nostri comportamenti e la nostra consapevolezza.
Fase 2: “Essere consapevoli” Riconosciamo che la prima fase è un processo continuo, ma a un certo punto, ci spostiamo verso l’espansione dell’esperienza, tipica della consapevolezza. Questo stato si esprime sia nelle pratiche formali quanto in quelle informali, facendoci sentire radicati nel presente.
Fase 3: “Essere gentili” Non esistono confini netti tra le fasi, ma transizioni fluide. La consapevolezza apre il nostro cuore, rivelando qualità innate come la gentilezza amorevole, la compassione e l’equanimità. Queste qualità ci aiutano a connetterci con l’altro e con il mondo che ci circonda.
Immaginiamo una situazione in cui ci sentiamo rifiutati. La risposta iniziale può essere una sensazione di contrazione e insicurezza (fase “Me”). Ma praticare non significa eliminare queste emozioni, bensì esplorarle con una consapevolezza non giudicante (fase “Essere consapevoli”). È questa accettazione che ci permette di abbracciare l’esperienza in corso e, infine, di sviluppare una gentilezza amorevole verso noi stessi e l’altro (fase “Essere gentili”).
La meditazione come un processo vitale
Se è vero che la meditazione è un processo difficile da etichettare, è altrettanto vero che avere una mappa, una sorta di flusso definito, può rivelarsi utile. Personalmente, trovo conforto nel dare struttura anche a ciò che sembra confuso. Questo approccio non solo chiarisce il percorso, ma favorisce anche l’apprendimento. La mindfulness ci invita a spostarci dal contenuto – le storie che raccontiamo riguardo alla nostra vita – al processo, che consiste nel vivere realmente il momento presente.
In conclusione, il significato della vita non è da cercare in risposte astratte, ma si trova nell’esperienza stessa: nel modo in cui viviamo e ci connettiamo con il mondo. Come affermava Alexander Lowen, “Il significato della vita è la vita stessa.”
Intraprendere questo viaggio verso la mindfulness ci permette di riscoprire noi stessi, migliorare la nostra consapevolezza e le nostre relazioni, per abbracciare una vita di maggiore autenticità e connessione. Che tu sia all’inizio del tuo cammino o un praticante esperto, ricorda: ogni fase è un’opportunità di crescita e scoperta.
©Nicoletta Cinotti 2025
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Non c’è dubbio che per me, come per molte altre persone, la poesia sia uno strumento di guarigione, per ragioni assolutamente personali: perché dà parole a sensazioni che altrimenti rimarrebbero inespresse, perché non ti fa sentire sola, visto che qualcun altro ha vibrato con le tue stesse corde, perchè è radicata nell’esperienza vissuta, perché, anche se a dirlo può suonare strano, la poesia porta speranza. Una speranza non tanto definibili a priori.
Questo piccolissimo libro di Valerio Grutt, poeta, redattore ed editor di Interno poesia, offre un modo leggero, per affermare esattamente questo. Possiamo usare la poesia come un amuleto di guarigione, uno strumento di salvezza dove la salvezza è riconoscersi. Non è un libro che in qualche modo “giustifica” la poesia, perché, come giustamente dice Grutt, la poesia ci salva la vita ma non ha bisogno della nostra salvezza perché lei si salva da sola. Ci ricorda che, per aiutare con le parole (e questo vale per tutti ma in particolare per chi cura con le parole) occorre che le parole abbiano il peso dell’esperienza e non siano idee ma intuizioni autentiche. La casa editrice di Valerio Grutt, l’amuleto. Appunti sul potere di guarigione della poesia, è Anima Mundi che pubblica piccole, gigantesche cose.
Questo cuore aperto
può accogliere di tutto:
vetri di bottiglie, diluvio,
radici di albero, intere autostrade,
colate di cememnto, costellazioni.
Ci passi senza abbassare la testa
tu e la morte nera, palafitte,
il crollo di una diga.
Questo cuore che aperto
può tenere tutto, trema
come lavatrice nella furia di una centrifuga
ed è qui, è tuo
©Valerio Grutt,l’amuleto.Appunti sul potere di guarigione della poesia, Anima Mundi Ed.
© Nicoletta Cinotti 2025 Addomesticare pensieri selvatici
Non un terremoto ma un cielomoto. Potrebbe averlo dipinto Turner, fissato alla gomena. Un guanto solitario ci turbinò davanti, a diversi chilometri dalla sua mano. Mi spingerò controvento verso quella casa laggiù, dall’altro lato del campo. Vacillo nell’uragano. Sono radiografato, lo scheletro presenta le sue dimissioni. Il panico cresce mentre io bordeggio, calo a picco e annego sulla terra ferma! Com’è d’improvviso pesante tutto quel che mi devo trascinare, com’è pesante per la farfalla rimorchiare una chiatta! Finalmente ci siamo. Un’ultima lotta con la porta. E ora dentro.
Dietro la grande vetrata… Che strana grandiosa scoperta il vetro – essere vicini senza scontrarsi… Fuori un’orda di velocisti trasparenti in formato gigante corre all’impazzata sul piano di lava. Ma io non vacillo più. Sto seduto dietro il vetro, immobile, il ritratto di me stesso.
©Tomas Tranströmer, Poesia dal silenzio, Crocetti Editore
Ti sei mai chiesta o chiesto quanto spesso il tuo cervello ti gioca brutti scherzi? Lascia che ti racconti di un affascinante esperimento condotto dallo psicologo Daniel Simons che ha messo in luce proprio questo aspetto della nostra mente.
Immagina di essere per strada, quando qualcuno ti ferma per chiedere indicazioni. Mentre stai spiegando la strada, due persone passano tra te e il tuo interlocutore trasportando una porta. Quello che non sai è che in quel brevissimo momento di interruzione, la persona con cui stavi parlando viene sostituita da un’altra completamente diversa: diversi vestiti, diverso taglio di capelli, perfino una voce differente. Sorprendente? Ancora di più è scoprire che solo la metà delle persone coinvolte nell’esperimento si è accorta del cambio!
È come se il nostro cervello fosse un teatro dove il “pilota automatico” spesso ruba la scena alla nostra consapevolezza. Questo meccanismo non è un difetto, ma piuttosto un ingegnoso stratagemma evolutivo che ci permette di superare uno dei nostri limiti più grandi: la capacità di concentrarci veramente su una sola cosa alla volta.
Ti è mai capitato di sentirti improvvisamente sopraffatto, con la sensazione che tutto ti stia sfuggendo di mano? Ecco, quello è il momento in cui la tua “memoria operativa” sta traboccando.
Il pilota automatico ci viene in soccorso creando delle scorciatoie mentali: le abitudini. È come avere delle strade pre-impostate nel cervello. Ma attenzione: proprio come in un gioco del domino, un’abitudine può innescarne un’altra, e poi un’altra ancora. Ti è mai capitato di guidare fino a casa dopo il lavoro, dimenticandoti completamente che avevi un aperitivo con gli amici?
Con il passare del tempo, questi automatismi possono diventare sempre più invasivi, infiltrandosi non solo nelle nostre azioni ma anche nei nostri pensieri. È come essere intrappolati in un loop mentale dove un pensiero abituale ne genera automaticamente un altro, in una catena potenzialmente infinita. Questo non è esser vivi: è essere efficienti.
Pratica informale di mindfulness: Oggi domandati più volte, voglio essere viva, vivo o voglio essere efficiente? Sono disponibile ad accettare la vita che perdo a favore dell’efficienza?
© Nicoletta Cinotti 2025 Inverno: accogliere
Hai presente quei sogni in cui scopri che, nella casa, c’è una stanza che non avevi mai aperto. Può essere una stanza da ristrutturare oppure una stanza molto affollata di oggetti o completamente vuota. Non importa, a volte quella stanza c’è davvero nella nostra casa. Qualcosa di più di un ripostiglio. Una mia amica la chiamava “la stanza del caos” dove aveva lasciato gli scatoloni chiusi del trasloco che non aveva ancora aprteo, dove metteva gli oggetti del decluttering. Era una stanza di cui si vergognava e diceva sempre che prima o poi avrebbe dovuto metterci mano.
Mi sorprendeva il fatto che ne parlava sempre come se, il solo entrarci fosse doloroso. Qualcosa da fare rapidamente. Ho capito che, reale o onirica, quella è la stanza della vergogna. La stanza nella quale mettiamo le cose di cui ci vergogniamo e quelle che vogliamo nascondere. Non possiamo semplicemente dimenticarle o buttarle via perché, in qualche modo misterioso, ci appartengono sempre. Non riusciamo a dimenticare le situazioni imbarazzanti della nostra vita. Dimentichiamo cose imbarazzanti ma dimentichiamo tutto il resto. Rimaniamo in contatto con la nostra vulnerabilità per una buona ragione. Sappiamo che, prima o poi, dovremo curarla e, soprattutto, toglierla dallo stanzino della vergogna.
La vergogna ci mette in tre situazioni paradossali:
1. ci fa credere che capiti solo a noi, invece è un’emozione universale;
2. è un’emozione innocente anche se fa male. È quasi la misura della nostra innocenza: chi è criminale non prova vergogna. Quando la prova è perché sta smettendo di essere criminale;
3. è transitoria, anche se lascia segni duraturi. L’ansia dell’imperfezione
Pratica di mindfulness : Pratica sul coraggio e l’audacia
© Nicoletta Cinotti 2025 Il programma di Mindful self-compassion
Progetto finanziato con il contributo del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR)
Programma Regionale Liguria 2021–2027 – Azione 1.2.3 “Supporto allo sviluppo di progetti di digitalizzazione nelle micro, piccole e medie imprese”.
CUP: G34E24003120005

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