Non ricordo esattamente dove ho letto una frase attribuita al Dalai Lama che sottolineava quanto sia difficile dare una disciplina ad una persona. La disciplina, diceva, dobbiamo darcela noi. Possiamo facilitare questo aspetto ma non possiamo imporlo perché sarebbe usare una forma di potere. Che potrebbe sfociare nella violenza.
Questa frase mi ha tanto colpito che ho continuato a tenerla con me, perché tenderei a disciplinare. A mettere ordine. A mettere limiti e confini. Come se il disordine, la mancanza di struttura fosse ammissibile solo nelle transizioni. Poi un giorno mi sono accorta che la transizione è molto lunga.
E, soprattutto, mi sono accorta che se lascio andare lo sforzo di dare dei limiti e invito le persone a darsi dei limiti, a scegliere quanto e come praticare molte persone si sentono disorientate. Non perché siano ubbidienti e desiderosi di regole ma perché sono più comode con il senso di colpa di non aver rispettato una regola che con il senso di libertà e responsabilità. Così ho iniziato a guardare le cose da un’altra prospettiva: non voglio dare limiti ma desidero la disciplina della libertà.
La disciplina della libertà non è fatta da regole precise ma da linee del cuore in movimento continuo, come le onde del mare.
Possono portarci così vicino e in intimità che quasi ci confondiamo e poi spingerci lontani. Ma non è qualcosa che io faccio a te. È qualcosa che dice dove sono e dove mi puoi trovare. Adesso, ti prego, dimmi dove sei e dove ti posso trovare perché così ci incontreremo nella libertà.
La strada è, invece, quella controintuitiva: è la strada del non rifiuto. La strada dell’essere curiosi e accoglienti verso ogni parte di noi, ogni parte del nostro carattere, e considerare i problemi e le difficoltà come punti di crescita e cambiamento. Genitori di sé stessi
Pratica di mindfulness: I suoni del silenzio
© Nicoletta Cinotti 2024 Le parti nascoste
