Non mi dire di lasciarti andare.
Dimmi piuttosto come tenerti diversamente.
Come portarti senza il peso,
come amarti senza il corpo,
come ringraziarti
nel linguaggio silenzioso
di chi ha imparato
che gratitudine e dolore
sono solo due nomi
per lo stesso amore.
© Nicoletta Cinotti 2025
Tipologia
Gratitudine e lutto: il coraggio di ringraziare nel dolore
Una storia di paradosso
Giovedì ho concluso questa edizione del Programma di Mindful Self-compassion e c’è stato qualcosa di inaspettato. Nei saluti conclusivi A. mi ha ringraziato per la mia autenticità e spontaneità, per il fatto che, a volte, conducendo le pratiche, la mia voce è commossa. E improvvisamente mi è venuta in mente la mia analista, alla quale avevo portato in seduta il fatto che mi capita spesso di commuovermi, come se fosse un difetto, qualcosa di poco professionale che volevo estirpare. La sua risposta mi è rimasta scolpita dentro. Lei era un mito di aplomb: diplomatica, dignitosa, misurata, elegante. Di fronte a lei mi sentivo disordinata, emotiva, qualche volta esagerata. Più polemica che diplomatica. Io volevo diventare come lei e lei mi rispose, “Non cambiare: questo è il tuo dono più prezioso!”. In quel momento mi riconosceva il diritto a essere come sono e mi diceva, “non devi assomigliarmi ma essere te stessa”. Forse sono nata lì, con quelle parole. A. in quel momento, ha risvegliato la mia gratitudine, la mia riconoscenza e il lutto per la sua morte, a distanza di 18 anni.
Lutto e gratitudine
Era una mattina di novembre, di quelle che a Genova sanno di sale e di vento. Seduta nel mio studio, ascoltavo Maria – chiamiamola così – raccontare del funerale di suo marito, morto dopo quarant’anni di matrimonio e due di malattia. “Sa qual è stata la cosa più strana?” mi disse, gli occhi asciutti dopo settimane di lacrime. “Mentre stavo lì, davanti alla bara, ho sentito questa ondata di gratitudine. Gratitudine! Per il caffè che mi portava ogni mattina a letto, anche quando le sue mani tremavano e ne versava metà sul vassoio. Mi sono sentita in colpa… come se stessi tradendo il mio dolore.”
Quella mattina, con Maria, ho toccato ancora una volta uno dei paradossi più profondi dell’esperienza umana: la capacità del cuore di tenere insieme opposti apparenti. Di piangere e ringraziare nello stesso respiro. Di sentire l’assenza come una presenza. Di scoprire che il dolore, talvolta, può essere la misura dell’amore.
Il tabù culturale: quando la gratitudine sembra tradimento
Viviamo in una cultura che compartimentalizza le emozioni come se fossero prodotti sugli scaffali del supermercato: il dolore va qui, la gioia là, e guai a mescolarli. Quando perdiamo qualcuno, la società ci concede un copione preciso: dobbiamo essere distrutti, poi gradualmente “superare” il lutto, come se fosse un’influenza particolarmente tenace.
Ma cosa succede quando, nel mezzo del dolore più straziante, emerge un momento di gratitudine? Quando ci sorprendiamo a sorridere ricordando? Quando ringraziamo per ciò che è stato, mentre piangiamo per ciò che non sarà più?
Ricordo una persona che mi disse: “Sono passati sei mesi e ieri ho riso. Ho riso davvero, non quella risata educata che fai per non mettere a disagio gli altri. E subito dopo mi sono odiata. Come posso ridere quando mio figlio non c’è più?”
Questa è la tirannia della purezza emotiva, l’idea che il lutto debba essere monolitico, sempre uguale a se stesso, sempre e solo nero. Ma il lutto, come ci insegna la vita stessa, è caleidoscopico.
La neuroscienza del dolore grato
Ma se la cultura ci dice una cosa e il cuore ne sente un’altra, cosa dice il cervello? Mary-Frances O’Connor, neuroscienziata che ha dedicato la vita a studiare cosa accade nel cervello quando perdiamo qualcuno, ci offre una prospettiva rivoluzionaria. Nel suo laboratorio all’Università dell’Arizona, ha scoperto che il nostro cervello non soffre solo per l’assenza: soffre perché continua a cercare la presenza.
Immaginate di avere una mappa interiore, disegnata con cura nel corso degli anni. Ogni mattina, il cervello consulta questa mappa. La mia, per diciotto anni, includeva i giovedì con la mia analista: la giacca appesa sempre nello stesso posto, la seduta in quella stanza grande e luminosa, il rituale del pagamento nel piccolo ufficio. Una volta l’ho accompagnata in auto alla sede di un ritiro in Liguria, un’altra volta a una conferenza: non ho mai guidato con più attenzione.
Quando una persona se ne va, il cervello continua ostinatamente a consultare la vecchia mappa, anche se il territorio è cambiato per sempre. Che se ne sia andata perché è morta o che se ne sia andata perché la relazione è finita, la mappa continua a essere attiva. È come se vivessimo in due mondi simultaneamente: quello della realtà e quello dell’aspettativa che rifiuta di dissolversi. Ma ecco la scoperta straordinaria: l’ossitocina, quello stesso ormone che ci lega agli altri, che ci fa innamorare, che cementa i legami madre-figlio, continua a fluire anche dopo la perdita. Il desiderio struggente che qualcuno torni – quel “per favore, ancora una volta” che ci spezza il cuore – è gestito dalla stessa area cerebrale che gestisce le ricompense, le cose che ci fanno sentire bene.
Capisci l’implicazione profonda? Neurologicamente parlando, il dolore e la gratitudine non sono opposti. Sono fratelli. Condividono gli stessi circuiti, parlano la stessa lingua chimica. Quando piangiamo per qualcuno che abbiamo perso, stiamo anche celebrando il fatto che quella persona ci ha fatto sentire vivi, amati, completi.

Pratiche dal campo
Molti anni fa una paziente che aveva perso una figlia ventenne per un cancro al cervello era nel buio.Non apriva le persiane di casa, non riusciva ad andare avanti malgrado avesse altri due figli piccoli che avevano perso anche loro qualcuno di importante. Ma lei era al buio e basta: un disco rotto che girava sempre sullo stesso punto: sua figlia. E lo ero anch’io perché sentivo un’urgenza rispetto a questi due bambini che avevano perso una sorella-mamma e la loro mamma. Così le chiesi di portarmi delle foto. Tutte quelle che voleva per raccontarmi la storia della figlia.
È inutile dire alle persone di lasciar andare. Se avessi chiesto a questa mia paziente nel lutto per la figlia che ‘doveva lasciar andare’ l’avrei persa. Ho fatto esattamente l’opposto. Le ho detto che doveva trovare una nuova relazione con la figlia. Diversa da prima. È quello che William Worden chiama il quarto compito del lutto: non recidere il legame, ma trasformarlo. Non dimenticare, ma ricordare diversamente.
Come potremmo commentare queste ripetizioni dicendo banalmente ‘Devi lasciar andare’? Lasciar andare cosa? La ripetizione che ti serve per arrivare a un significato? L’intensità dell’emozione? Il dolore? Non sono tutti aspetti che hanno bisogno di trasformarsi più che di essere ‘lasciati andare’? Non dovremmo usare il lasciar andare per altri aspetti della vita come il rancore o il senso di colpa?
Abbiamo bisogno di sentirci in diritto di rifiutare la narrativa lineare del ‘superamento’ e mantenere viva la connessione mentre la trasformiamo. È quello che i neuroscienziati chiamano ‘continuing bonds’ – legami continui – e che il cuore ha sempre saputo: l’amore non muore con la morte. Si trasforma, si approfondisce, trova nuove strade per esprimersi.
Fu la svolta e da allora è una pratica che propongo spesso, non necessariamente con fotografie reali (lei poi creò un mini libro con foto e lettere della figlia e degli amici)
Gratitudine retrospettiva: l’album invisibile
Durante il lutto invito a creare quello che chiamo “l’album invisibile”. Non servono foto, solo memoria e presenza. Mettiti in un luogo tranquillo, chiudi gli occhi e lascia che emergano tre ricordi specifici con la persona perduta. Non i grandi momenti – i matrimoni, le nascite, le celebrazioni – ma i piccoli: il modo in cui sbucciava un’arancia, come canticchiava sotto la doccia, quella risata particolare quando guardava i film comici.
Per ognuno di questi momenti, respira profondamente e ripeti, anche solo mentalmente: “Grazie per questo.” Non è un esercizio di pensiero positivo forzato. È un riconoscimento che questi momenti sono esistiti, che nessuna morte può cancellarli, che vivono ancora in noi come semi di gratitudine nel terreno del dolore. Confesso: a volte in questi momenti posso commuovermi. Ricordo due donne, rimaste vedove in modo diverso. Una aveva perso il marito quarantenne per leucemia fulminante pochi mesi dopo aver subito un intervento per cancro al seno. L’altra era quella di cui ti parlavo poco sopra e aveva avuto un lungo matrimonio felice e una cura faticosissima nella malattia. Le loro tre “fotografie” erano così vivide che mi sembrava di essere con loro.
Voci dal campo
Nel corso degli anni, ho avuto il privilegio di accompagnare molte persone attraverso il territorio selvaggio del lutto. Alcune storie rimangono impresse come cicatrici luminose:
Anna, che ha perso il figlio di sei mesi: “Per molto tempo ho odiato chiunque mi dicesse di essere grata per il tempo che avevo avuto con lui. Sei mesi! Volevo urlare. Solo sei mesi! Ma poi, una notte, mentre guardavo l’alba – non dormivo più da settimane – ho capito. Sei mesi di amore puro. Sei mesi in cui qualcuno mi ha guardata come se fossi l’intero universo. Alcune persone vivono novant’anni senza mai sperimentare questo.”
Giorgio, vedovo dopo cinquant’anni di matrimonio: “La gratitudine non è arrivata come un’epifania. È sgocciolata, giorno dopo giorno. Gratitudine per il caffè che ora preparo io, con le sue istruzioni ancora nella mia testa. Per il giardino che continuo a curare come faceva lei. Per i nipoti che hanno i suoi occhi. È come se la gratitudine fosse il modo in cui lei continua ad amarmi.”
L’ombra della gratitudine forzata
Ma attenzione: c’è una forma tossica di gratitudine che dobbiamo riconoscere e rifiutare. È quella imposta dall’esterno, il “dovresti essere grato almeno per…” che arriva troppo presto, che nega la legittimità del dolore.
David Kessler, che ha perso il figlio ventunenne e da quella tragedia ha sviluppato la teoria del “sesto stadio del lutto” – il significato – ci ricorda che il significato, come la gratitudine, non può essere affrettato. “Potrebbero volerci mesi o anni,” scrive. “E anche quando lo trovi, non sentirai mai che valeva il costo della perdita.”
Il lutto ha i suoi tempi, che non sono i tempi della società, dell’efficienza, del “torna alla normalità”. Ci sono momenti in cui la gratitudine è impossibile, e va bene così. Ci sono giorni in cui il dolore è tutto ciò che possiamo contenere, e anche questo è sacro.
La gratitudine come atto di resistenza
In una cultura che ci vuole o completamente distrutti dal dolore o completamente “guariti”, la gratitudine nel lutto è un atto radicale. È dire: “Posso piangere e ringraziare. Posso sentire l’assenza e celebrare la presenza che è stata. Posso essere spezzata e intera allo stesso tempo.”
Ho amato tantissimo il libro della scrittrice Marie Haidt, per come è riuscita a essere sia spezzata che intera. Lo racconta in – Se la morte ti ha tolto qualcosa tu restituiscilo – e l’ho amata proprio per come illustra la verità delle ripetizioni nel lutto. Il lutto è pieno di ripetizioni. Tornano gli stessi pensieri infinite volte, gli stessi ricordi, le stesse storie ma ogni volta c’è qualcosa di più, un dettaglio, una comprensione, un significato.
Abbiamo bisogno di sentirci in diritto di rifiutare la narrativa lineare del “superamento” e mantenere viva la connessione mentre la trasformiamo. È quello che i neuroscienziati chiamano “continuing bonds” – legami continui – e che il cuore ha sempre saputo: l’amore non muore con la morte. Si trasforma, si approfondisce, trova nuove strade per esprimersi.
Una sera, poco dopo la morte di mia madre ho scritto questa poesia
“Non mi dire di lasciarti andare.
Dimmi piuttosto come tenerti diversamente.
Come portarti senza il peso,
come amarti senza il corpo,
come ringraziarti
nel linguaggio silenzioso
di chi ha imparato
che gratitudine e dolore
sono solo due nomi
per lo stesso amore.”
E forse è proprio questo il segreto: riconoscere che la gratitudine nel lutto non è un tradimento del dolore, ma la sua evoluzione naturale. È l’amore che trova il modo di continuare a esprimersi, anche quando la persona amata non può più riceverlo direttamente.
La coincidenza del giovedì
Per qualche misteriosa coincidenza io tengo il Programma di Mindful self-compassion di giovedì, il giorno delle mie sedute. Spesso mi domando se Gabriella – si chiamava così -sarebbe contenta di come sono diventata. Altrettanto spesso mi chiedo, in psicoterapia, cosa avrebbe fatto lei in quella situazione. Continuo spesso a considerarla un modello irraggiungibile. Dopo la sua morte ho curato una raccolta dei suoi articoli con il marito: eravamo due spaesati, come se lei fosse, in modi diversi, il paese di entrambi. Adesso, dopo giovedì scorso ho capito che oltre quel modello di perfezione lei ha, dentro di me, un altro significato: so che mi ha voluto bene per come sono. Ha saputo trattare con la mia parte rude e selvaggia, come con quella gentile e poetica. Mi ha fatto nascere, rispettando la mia diversità. Oggi per me non è più un’analista ma un grande amore
Alla memoria di tutti coloro che ci hanno insegnato che l’amore è più forte della morte, e che la gratitudine può fiorire anche nel giardino del dolore.
©Nicoletta Cinotti 2025
https://biglietti.teatrostradanuova.it/eventi/un-cuore-gentile-nicoletta-cinotti-genova.htm
Fare amicizia con la nostra vera natura
Siamo cresciuti con l’idea che la nostra vera natura sia un ideale al quale dobbiamo elevarci.
Qualche cosa che comporti una trasformazione, una rinuncia, la realizzazione di un sogno.
Abbiamo anche fatto parecchi tentativi in questa direzione con vari risultati, spesso instabili.
Che bello scoprire che la nostra vera natura è ciò che siamo in questo preciso istante, qualcosa con cui possiamo fare amicizia. Qualcosa da onorare.
Se buttiamo via le nevrosi, buttiamo anche la saggezza. Quando siamo molto arrabbiati, siamo anche pieni di energia: è questa energia che ci rende vitali e che piace così tanto alla gente. Il punto allora non è liberarsi della rabbia ma farci amicizia, osservarla chiaramente con precisione, onestà e gentilezza. Pema Chodron
Pratica del giorno: Addolcire, confortarsi, aprire
© Nicoletta Cinotti 2025 Un cuore gentile, Pratica per la Giornata Mondiale della Gentilezza, Genova 13 Novembre 2025
Disegnare il panorama
Ci sono azioni della nostra vita che non sono neutre. Disegnano il panorama futuro perchè imprimono un cambiamento alle nostre relazioni. Spesso sono azioni che danno un sollievo immediato ma per scegliere davvero cosa fare abbiamo anche bisogno di essere consapevoli del panorama futuro che lasciano presagire.
Perché, anche se non l’ammettiamo facilmente, molte delle nostre scelte relazionali nascono dal desiderio di punire qualcuno per ciò che ha fatto. Da adulti ci puniamo con la distanza, con il distacco, con la chiusura. Da adulti ci puniamo senza parole, smettendo di parlare, togliendo il saluto, togliendo il contatto.
Con i bambini ci preoccupiamo di verificare che la punizione non sia stata troppo dura. Tra adulti le punizioni durano molto moltissimo tempo. Il punto è che – tra adulti – per punirci dobbiamo accettare di perdere qualcosa anche noi che puniamo. Ma poi, alla fine, ci piace il panorama che disegnano le nostre punizioni? Siamo sicuri che la logica del giusto o sbagliato sia proprio quella da seguire?
Siamo sicuri che non sia necessario, invece, consolarci per non rimanere prigionieri della punizione che abbiamo dato?
Qualche volta costruiamo muri ma spesso è la semplice natura delle cose che fa sì che i muri ci servano e ci proteggano per un certo periodo della nostra vita. Per diventare una prigione quando restiamo troppo a lungo nei loro confini. David Whyte
Pratica di mindfulness: Cullare il cuore
© Nicoletta Cinotti 2025 Danzare sui confini, Milano 9 Novembre 2025
Il tagliatore di gomme e il paradosso dei confini
Anni fa, quando tenevo ritiri in una casa al limitare di un bosco ligure, c’era un signore che abitava lì vicino. Un uomo con un fortissimo senso della proprietà. Era convinto che il bosco – e quindi anche i funghi – fossero suoi.
Con chirurgica precisione, tagliava le gomme delle auto di chi osava parcheggiare lì per andare a funghi. Non le gomme delle persone del posto, solo quelle dei “foresti”. E diceva: “Io sono uno rispettoso.”
Non coglieva l’evidente contraddizione. Non la coglieva perché aveva un fortissimo senso dei confini, tanto forte da renderlo cieco. Era lui il depositario del confine tra giusto e sbagliato.
Questo signore potrebbe sembrare molto diverso da noi. Non lo è.
La corazza che diventa prigione
Anche noi, spesso senza accorgercene, ci arroghiamo il diritto di stabilire dove finisce il nostro spazio e dove inizia quello dell’altro. A volte con troppa rigidità, altre volte con troppa porosità.
Quello che in psicologia chiamiamo “forza di carattere” corrisponde, in termini bioenergetici, a un confine dell’Io spesso e inflessibile. Wilhelm Reich parlava di “corazza muscolare” – quella struttura che ci dà senso di identità ma che può diventare anche una prigione.
Come i polmoni che, se perdessero flessibilità, ridurrebbero la nostra possibilità di respirare, così i nostri confini – quando sono troppo rigidi – ci fanno sentire soffocati. Limitano il nostro potenziale di crescita.
Il dolore che non si fa consolare
Sapete dove incontriamo davvero questa rigidità? Negli errori. Quando sbagliamo.
Ricordo ancora le parole di una madre dopo la tragedia del Clubbing di Ancona: “Non consolatemi, sono una cretina, non avrei dovuto lasciarlo andare.”
Uno schiaffo a se stessa nel momento di un dolore sordo e terribile. Troppo carattere per perdonarsi di qualcosa che non poteva sapere. Questo è un confine rigido: il confine tra noi e il perdono.
I due protettori interni
Quando soffriamo, metaforicamente, ci dividiamo in tre: la parte che soffre e le due parti che cercano di prestare soccorso.
**Il protettore pro-attivo** è focalizzato sul funzionare, sull’essere sempre preparato. Crea confini molto definiti: “Devo essere forte. Non posso permettermi di crollare.”
**Il protettore reattivo** si comporta come un vigile del fuoco in emergenza perpetua. Crea confini emergenziali: “È tutto o niente. Devo difendermi subito.”
Entrambi, a modo loro, irrigidiscono i nostri confini fino a trasformarli in muri.
Il confine tra cura e pratica: quando la mindfulness non basta
Nella mia vita cambio diversi cappelli – psicoterapeuta, insegnante di protocolli mindfulness, scrittrice. Questa prospettiva multipla mi permette di vedere una confusione dannosa: quella tra gli effetti terapeutici della mindfulness e gli scopi terapeutici della psicoterapia.
È come vedere uccellini che non trovano più la finestra per uscire dal solaio dove si sono infilati in cerca di tepore. Sbattono contro vetri invisibili, sempre più stanchi e confusi.
Quando è necessaria la psicoterapia?
La valutazione non va fatta sulla gravità oggettiva della situazione ma su quella soggettiva. Ci sono persone che si sentono sopraffatte in situazioni apparentemente gestibili e altre che reggono anche tempeste emotive violente.
Questa differenza dipende dall’integrità dell’Io – tanto più il nostro sviluppo è stato buono, tanto più abbiamo una naturale capacità di tollerare le difficoltà.
Tre livelli di difficoltà:
1. **Gestibile**: Anche di fronte a eventi dolorosi, mantieni la capacità di pensare, riflettere, prenderti cura di te
2. **Sfidante**: È difficile ma riesci ancora a mantenere la padronanza sui tuoi impulsi e a produrre pensieri riflessivi invece che pura ruminazione
3. **Sopraffacente**: Non riesci a organizzare i pensieri, le emozioni sono troppo intense, entri nell’imbuto dell’esaurimento dove elimini tutto ciò che non è strettamente necessario
L’inversione della mindfulness
Attenzione: la mindfulness può dare conforto immediato ma inverte tutte le strategie di evitamento. Invece di scappare da quello che ci fa paura, ci invita – ben preparati – ad andargli incontro e guardarlo negli occhi.
C’è una storia buddhista che lo illustra bene. Il Buddha mandò dei praticanti a meditare in un bosco abitato da demoni. Quando tornarono chiedendo di cambiare posto, il Buddha disse: “No, tornate lì con la pratica di Metta come antidoto. I demoni che incontrerete non sono negli alberi – sono dentro di voi.”
Se siamo già sopraffatti, i nostri demoni interni potrebbero vincere. Non è quello il momento di fare mindfulness da soli. È il momento della psicoterapia.
Il confine della competenza
Chi stabilisce questo confine? Prima di tutto noi stessi, con onestà. Poi l’insegnante di mindfulness, che dovrebbe saper riconoscere quando indirizzare alla psicoterapia.
La mindfulness può essere un’ottima integrazione della psicoterapia e un buon modo per concluderla, quando siamo diventati autonomi. Ma deve venire al momento giusto – quando possiamo rispondere alla domanda: “Di che cosa ho veramente bisogno in questo momento?”
La mappa di Nedra Glover Tawwab: una guida pratica
La terapeuta americana Nedra Glover Tawwab, autrice di “Impara a dire no” ha studiato per anni come i confini impattano le nostre relazioni. Il suo approccio è prezioso perché molto pratico – ci aiuta a fare chiarezza quando diciamo genericamente “ho un problema con i confini” senza sapere di quale confine stiamo parlando.
I sei territori dei confini
Nedra identifica sei tipi di confini, e spesso non siamo consapevoli di quale viene violato quando ci sentiamo a disagio:
1. Confini fisici
Riguardano il nostro corpo, lo spazio personale, la privacy fisica. Qualcuno che ti abbraccia senza chiedere. Qualcuno che entra in casa tua senza bussare. Qualcuno che legge i tuoi messaggi sul telefono. O anche: quanto spazio fisico hai bisogno quando parli con qualcuno? C’è chi ha bisogno di molto spazio e chi di meno.
*Esempio dal mio studio*: Una paziente che permetteva alla suocera di riordinare i suoi cassetti “per aiutare”. Confine fisico violato che la faceva sentire invasa, ma non riusciva a identificare perché si sentisse così arrabbiata “per un gesto gentile”.
2. Confini emotivi
Il diritto di avere le nostre emozioni senza che qualcuno ci dica come dovremmo sentirci. Qualcuno che dice “non dovresti sentirti così” o “stai esagerando”. Qualcuno che si arrabbia quando esprimi un’emozione che non gli piace. O qualcuno che scarica su di te tutte le sue emozioni senza chiederti se hai lo spazio per accoglierle.
*Il test di Nedra*: Se tua madre è triste, tu DEVI essere triste? Se tuo figlio è ansioso, tu diventi automaticamente ansioso? Questi sono confini emotivi porosi.
3. Confini temporali
Come usiamo il nostro tempo, quanto ne dedichiamo agli altri versus a noi stessi. Qualcuno che si aspetta che tu sia sempre disponibile. Qualcuno che ti chiama a qualsiasi ora. Il capo che ti manda email nel weekend aspettandosi risposta immediata.
*La verità scomoda*: I confini temporali includono anche il diritto di avere tempo per non fare niente. Non tutto il tuo tempo deve essere produttivo o dedicato agli altri.
4. Confini materiali
I nostri beni, il denaro, le nostre cose. Qualcuno che prende in prestito e non restituisce. Qualcuno che si aspetta che tu paghi sempre. L’amica che usa il tuo abbonamento Netflix senza contribuire.
*Domanda chiave*: Quanto sei disposto a condividere? Con chi? A quali condizioni? Non c’è una risposta giusta – c’è la TUA risposta.
5. Confini intellettuali
Il rispetto per i nostri pensieri e opinioni. Qualcuno che ridicolizza le tue idee. Qualcuno che ti interrompe continuamente. Qualcuno che deve sempre avere l’ultima parola. Il diritto di avere opinioni diverse senza essere attaccato.
6. Confini sessuali
Il consenso, il rispetto dei tuoi desideri e limiti nell’intimità. Un territorio delicatissimo dove confini deboli possono creare traumi duraturi.
Lo spettro dei confini: da porosi a rigidi
Nedra ci aiuta a vedere i confini come uno spettro, non come categorie fisse:
Confini porosi (troppo aperti)
– Dici sì quando vorresti dire no, poi ti senti risentito
– Condividi informazioni intime con persone che conosci appena
– Ti senti responsabile della felicità degli altri (“Se lui sta male, devo risolvere io”)
– Dipendi dall’approvazione altrui per sentirti okay (“Se lei mi approva, allora vado bene”)
– Accetti comportamenti che ti feriscono per evitare conflitti
– Ti giustifichi all’infinito quando provi a dire no
– La tua identità si fonde con quella degli altri
Il corpo con confini porosi: Spalle curve come per occupare meno spazio, difficoltà a dire no anche fisicamente, sempre in posizione di acquiescenza.
Confini rigidi (murati)
– Eviti l’intimità per paura di essere ferito (“Non mi fido di nessuno”)
– Non chiedi mai aiuto, neanche quando stai affogando
– Hai poche relazioni profonde
– Proteggi il tuo spazio come una fortezza
– “Non mi importa” è il tuo mantra (ma dentro soffri di solitudine)
– Hai regole ferree su come le cose “dovrebbero” essere
– Vedi ogni richiesta come un’invasione
Il corpo con confini rigidi: Muscolatura sempre tesa, mandibola serrata, difficoltà a ricevere anche un abbraccio.
Confini sani (flessibili)
– Comunichi i tuoi bisogni chiaramente
– Accetti quando gli altri dicono no
– Dici no senza sensi di colpa eccessivi
– Condividi informazioni personali gradualmente
– Hai relazioni intime dove ti senti sicuro di essere vulnerabile
– Chiedi aiuto quando serve
– Rispetti i confini altrui
Il paradosso dei confini misti
La maggior parte di noi – e questo Nedra lo sottolinea – ha confini misti. Potresti avere:
– Confini debolissimi con la famiglia d’origine (non riesci a dire no a tua madre)
– Ma confini rigidissimi nelle relazioni sentimentali (non ti fai mai vedere vulnerabile)
Oppure:
– Confini porosi al lavoro (fai sempre straordinari, non riesci a staccare)
– Ma confini rigidi con gli amici (non li fai mai entrare davvero)
I segnali d’allarme secondo Nedra
**Quando i tuoi confini sono troppo deboli:**
– Ti senti sempre esausto dopo le interazioni sociali
– Provi risentimento verso le persone che ami (“Faccio sempre tutto io!”)
– Ti senti in colpa per i problemi degli altri
– Non sai rispondere a “Cosa vuoi TU?”
– Eviti il conflitto a ogni costo
– Ti ritrovi in relazioni sbilanciate dove dai sempre più di quanto ricevi
**Quando i tuoi confini sono troppo rigidi:**
– Ti senti profondamente solo anche in mezzo alla gente
– Parti sempre dal presupposto che gli altri ti deluderanno
– “Devo fare tutto da solo” è il tuo motto
– Ti arrabbi per richieste normali
– Scappi appena qualcuno si avvicina emotivamente
– Vedi la vulnerabilità come debolezza imperdonabile
Come comunicare i confini (il metodo Nedra)
Nedra insiste: non basta AVERE confini, bisogna saperli COMUNICARE. E no, le persone non dovrebbero “capirlo da sole se ti amano davvero”.
**Formula base:**
– NON: “Forse… se non ti dispiace… magari potresti…”
– MA: “Ho bisogno di…” / “Non mi va bene quando…” / “Posso/Non posso…”
**Esempi pratici:**
– “Ho bisogno di tempo per me stesso la domenica mattina”
– “Non posso rispondere a messaggi di lavoro dopo le 19”
– “Non mi va bene quando entri nella mia stanza senza bussare”
– “Posso prestarti la macchina ma ho bisogno che tu faccia benzina”
Il test finale di Nedra:
Se qualcuno rispetta i tuoi confini dopo che li hai comunicati chiaramente, la relazione diventa più sana. Se continua a violarli, quella è un’informazione importante sulla relazione – e forse è ora di riconsiderarla.
La domanda che cambia tutto
Nedra ci lascia con una domanda potente: “I tuoi confini ti servono o ti limitano?”
Perché i confini sani ti danno libertà – la libertà di scegliere, di essere te stesso, di avere relazioni autentiche.
I confini malsani – troppo deboli o troppo rigidi – ti imprigionano in pattern che ti fanno soffrire.
I segnali del corpo
I confini non sono solo psicologici – sono somatici.
Confini deboli nel corpo: spalle curve, petto chiuso, difficoltà a occupare spazio, respiro superficiale.
Confini rigidi nel corpo: muscolatura tesa, mandibola serrata, respiro trattenuto, postura difensiva.
Upekka e Metta: l’equanimità e la gentilezza
La pratica mindfulness ci offre due antidoti preziosi:
Upekka, l’equanimità – la mente che rimane stabile – ci aiuta a vedere tutti gli elementi in gioco, liberandoci dal totalitarismo che ci fa pensare che la responsabilità sia sempre e solo nostra.
Metta, la gentilezza amorevole, ci permette di incontrare il dolore e di offrirgli compassione, anche quando quel dolore siamo noi.
La domanda essenziale
La domanda che dovremmo farci ogni giorno è: questo confine mi protegge o mi imprigiona?
I confini sani ci danno libertà. Ci permettono di scegliere. Ci proteggono senza isolarci.
I confini deboli ci tolgono libertà. Ci fanno sentire invasi, usati, esausti.
I confini rigidi ci tolgono libertà. Ci fanno sentire soli, disconnessi, imprigionati.
—
Il Laboratorio: Un’esperienza trasformativa
Danzare sui confini
*Sabato 9 novembre, ore 10-16*
*Festival della Peste – Milano, Fondazione Il Lazzaretto*
Questo laboratorio nasce da anni di osservazione clinica e personale. Ho visto troppe persone soffrire per confini mal calibrati – troppo aperti o troppo chiusi. Ho visto la liberazione che arriva quando finalmente troviamo il nostro equilibrio.
Cosa faremo insieme in queste 6 ore:
**Mattina (10:00-13:00)**
– Sentiremo i confini nel corpo attraverso esercizi bioenergetici specifici
– Mapperemo la nostra “corazza muscolare” personale
– Esploreremo i nostri due protettori interni attraverso role-play
– Praticheremo Metta (gentilezza amorevole) proprio verso i nostri confini difficili
– Lavoreremo in coppia sul “confine che respira” – quando il contatto diventa invasione? Quando sostegno?
**Pomeriggio (14:00-16:00)**
– Impareremo a dire NO con tutto il corpo (non solo con la bocca)
– Distingueremo il SÌ autentico dal SÌ compiacente
– Praticheremo la comunicazione assertiva dei confini con formule concrete
– Sperimenteremo Upekka (equanimità) per accettare i confini che non possiamo cambiare
– Chiuderemo con un rituale di trasformazione dei nostri confini
50 euro: parliamone chiaramente
**Sono un confine simbolico**: stabiliscono che questo lavoro ha valore. Che il mio tempo e la mia expertise hanno valore. Che la TUA trasformazione ha valore.
“Sono un confine di impegno”: chi investe, anche poco, si presenta. Si impegna. Fa il lavoro. Non è lì “tanto per vedere”.
Per chi è questo laboratorio:
✓ Per chi dice sempre sì e poi si sente esausto e risentito
✓ Per chi ha costruito muri così alti che ora si sente prigioniero della propria fortezza
✓ Per chi oscilla tra l’essere troppo aperto e il chiudersi completamente
✓ Per chi vuole imparare a dire no senza sensi di colpa
✓ Per chi vuole dire sì senza perdersi
✓ Per chi è stanco di relazioni sbilanciate
✓ Per chi vuole sentire i propri confini nel corpo, non solo capirli con la mente
Cosa porterai a casa:
– Una mappa chiara dei tuoi pattern di confini
– Esercizi bioenergetici specifici da praticare quotidianamente
– Formule concrete per comunicare i tuoi confini
– La capacità di riconoscere nel corpo quando un confine viene violato
– Strumenti di auto-regolazione per quando i confini vengono sfidati
– Una piccola comunità di persone che stanno facendo lo stesso lavoro
Note pratiche:
Cosa portare: Abbigliamento comodo a strati, tappetino yoga (alcuni disponibili), quaderno, borraccia
Cosa lasceremo fuori: Il giudizio, la fretta di “guarire subito”, l’idea che ci sia un modo “giusto” di avere confini
**Iscrizioni**: [ link]
Vi aspetto per chiudere in bellezza questo Festival della Peste – che nome perfetto per parlare di confini, no? La peste ci ha insegnato quanto i confini siano vitali, ma anche quanto possano isolarci.
È ora di trovare il nostro equilibrio.
Con affetto e rispetto dei vostri confini (qualunque essi siano),
Nicoletta
Avviso
Quando sarò vecchia mi vestirò di viola
con un cappello che non va, e che non mi sta bene.
e spenderò la mia pensione in brandy e in guanti estivi
e in sandali di raso, e dirò che non abbiamo i soldi per il burro.
Quando sarò stanca mi siederò sul marciapiede
e inghiottirò i pasticcini che si trovano nei negozi e suonerò i campanelli
e farò tintinnare le inferriate con il mio bastone
e mi compenserò così della mia gioventù troppo sobria.
Uscirò sotto la pioggia mentre porto le pantofole
e coglierò i fiori nei giardini degli altri
e imparerò a sputare.
Si possono portare camicie orribili e diventare più grassi
si possono mangiare un chilo e mezzo di salsicce in un colpo
o solo pane e sottaceti per una settimana
e si possono accumulare penne e matite
e sottobicchieri da birra e cianfrusaglie varie nelle scatole.
Ma ora dobbiamo avere i vestiti che tengono asciutti
e dobbiamo pagare l’affitto e non imprecare per strada
e dobbiamo dare il buon esempio ai bambini.
Dobbiamo invitare gli amici a cena e leggere i giornali.
Ma forse dovrei cominciare a fare un po’ di pratica adesso?
Così la gente che mi conosce non sia troppo scioccata e sorpresa
quando improvvisamente sarò vecchia e comincerò a vestirmi di viola.@ Jenny Joseph
