Questa settimana ho ascoltato la lunga intervista a Roberto Saviano su One more Time di Luca Casadei. Ero molto curiosa di scoprire chi è Saviano, la persona oltre l’autore e sapevo che in quel luogo sarebbe potuto succedere. È una lunga intervista (quasi due ore) che mi ha permesso di capire che Saviano è quello che scrive: un testimone di una vita che non è stata la sua, ma che avrebbe potuto esserlo. Scrive quello che ha visto direttamente ed è l’esposizione a quello che ha visto che guida la sua successiva ricerca di autore di non fiction novel. L’elenco di autori che scrivono la loro storia potrebbe essere infinito. La scorsa settimana ti parlavo di Neige Sinno, Triste Tigre e la prossima ti parlerò di Julian Herbert e Yiyun Li. Oggi dopo questa lunga premessa voglio soffermarmi sulle ragioni per cui scriviamo di noi Meredith Maran ne ha fatto un piccolo e delizioso libro che raccoglie la risposta di venti scrittori, Why we write about ourselves. A volte lo facciamo per una sorta di urgenza, perché quello che abbiamo vissuto chiede di venire alla luce, altre volte perché la presenza di chi ha attraversato la nostra vita merita di diventare una risposta scritta. Scrivere conduce in luoghi che non possiamo nemmeno lontanamente immaginare, scrivere di sé porta in un luogo più profondo della nostra consapevolezza intellettuale. Ma, soprattutto, quando scriviamo di noi pubblicare non è la cosa più importante: scrivere diventa la cosa più importante. È una ricerca sulla propria vita, è come camminare in una vecchia casa e trovare oggetti che credevi perduti e invece la tua memoria l’ha tenuti al caldo, protetti dalla dimenticanza, pronti a riaffiorare quando sei pronta a non distruggerli.
Gomorra è nato con una serie di articoli pubblicati su Nazione Indiana, un collage di pezzi collegati tra di loro e arricchiti successivamente. Ma quando scriveva Saviano era dentro quella scrittura, testimone vicino agli eventi, era un fatto personale, era la sua memoria personale che diventava anche memoria collettiva perché era testimone di eventi che riguardavano tutti. Questo è vero per ognuno di noi, la nostra storia riguarda tutti, perché niente di ciò che è umano ci è estraneo. I miei libri nascono dai miei post: non ho mai scritto un libro senza fare riferimento a quelli che considero i miei appunti quotidiani. Credo nella ripetizione e, per questo, meditare è come scrivere.
Scrivere davvero significa togliere quell’eccesso di identificazione che rende una storia solo nostra e trasformarla in una storia condivisibile e condivisa. Questo significa scrivere storie di guarigione, scrivere storie di cambiamento. Saviano si è spinto oltre: ha preteso che la sua storia fosse una “lotta contro” e quindi da scrittore si è trasformato in preda. Non lo rifarebbe. Nessuno di noi vuole scrivere per uccidere. Tutti noi vogliamo scrivere per salvarci.
@ Nicoletta Cinotti Scrivere storie di guarigione. Mindful writing, Enrico Damiani Editore. In preordine su Amazon Esce il 28 giugno in tutte le librerie e storeonline
