Curare è sempre una bellissima avventura. È il suo fascino che fa sì che ogni giorno moltissime persone siano impegnate in questa piccola grande impresa. Come accade in tutte le imprese eroiche anche chi cura deve sconfiggere un antagonista.
Se la malattia è una malattia fisica è molto frequente che ci siano dubbi e perplessità rispetto all’efficacia e utilità dei farmaci. Se invece il problema è emotivo dobbiamo fare i conti con il fatto che parte dei nostri sintomi sono creati proprio dalle nostre difese, Ed è difficile accettare di lasciar andare qualcosa che ci ha salvato per qualcosa di nuovo che ancora non conosciamo
Dietro allo stare male, nel corpo e nella mente, c’è un senso di tradimento e una perdita di fiducia. Credevamo che le cose sarebbero state più facili o che ne saremmo venuti fuori con meno problemi. Il dolore ci fa chiudere e la cura, invece, ci chiede di aprire. Ne vale la pena? mi domandano spesso i miei pazienti. Vale la pena rischiare e cambiare? Vale la pena lasciare un dolore conosciuto per l’incertezza di un cambiamento?
Quando emerge l’antagonista alla cura – quello che il vecchio Freud definiva resistenze – chiamo in soccorso un aiutante: la nostra parte bambina, quella che ancora aspetta che qualcuno si prenda cura dei suoi bisogni: spesso niente è più convincente di quella piccola voce che ci chiama ad essere chi siamo. A diventare chi siamo. A lasciar andare i panni che ci nascondono per dare aria al nostro vero Sé. Perchè lei ha voglia di vivere: le nostre difese solo di sopravvivere.
Nel profondo di ciascuno di noi c’è un bambino che era innocente e libero e sapeva che il dono della vita era il dono della felicità. Alexander Lowen
Pratica del giorno: La classe del mattino
© Nicoletta Cinotti 2024 Reparenting ourselves: Diventare genitori di sé stessi
