
Qualche giorno fa ho ricevuto una mail da una persona che mi diceva di avere pochi risentimenti ma molto grandi, che le richiedevano molto tempo e molta pratica perchè potessero sciogliersi.
Rispondendole, mi sono accorta che mi sembrava di non avere risentimenti. Strano, mi sono detta, che mi riesca così facile lasciar andare. Esplorando con più attenzione ho capito che mi sembra di non provare risentimenti perché, dentro di me, allontano quella persona dall’intimità. Diventa estranea nel cuore.
Perdonare è difficile e non è immediato. È un processo in cui abbiamo bisogno di riconoscere la verità di quello che è accaduto e, nello stesso tempo, permettere all’altro di essere com’è e a noi di essere come siamo. Metterlo “in panchina” per un po’ mi aiuta a perdonarlo. Un po’ come fanno gli arbitri quando ammoniscono un giocatore. A volte lo squalificano per diverse partite, prima che possa tornare a giocare. Ecco, mi sono accorta che faccio, silenziosamente così, in un risentimento che evita di sentire Quando riprendo a sentire di nuovo esco dal freddo e posso iniziare il processo di perdono.
Per perdonare a volte abbiamo bisogno di lasciar andare, altre volte di lasciare che le cose siano come sono. Permettere spesso è l’azione e il verbo che consente il perdono. Del perdono abbiamo tutti bisogno: soprattutto chi sente di aver subito un torto. Perchè perdonando l’altro liberiamo il nostro spazio emotivo da una rabbia e un dolore che ci incatena. Perdonando dichiariamo che possiamo tornare a vivere con pienezza, senza tenere nessuno in panchina. Per me il perdono avviene nel silenzio. Perchè il silenzio è la matrice da cui nascono le parole e la casa in cui le parole ritornano quando abbiamo compreso.
Non possiamo cambiare il passato. Possiamo solo imparare dal passato e usare quelle lezioni per vivere il presente in modo più consapevole e compassionevole. Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: Pratica sul perdono
© Nicoletta Cinotti 2024 Scrivere storie di guarigione
