Moltissimi anni fa Melanie Klein, una importante psicoanalista infantile, affermò che ciò che fa la differenza, nel tollerare il dolore emotivo, è la quota di invidia che la persona prova.
Ho sempre pensato che questa fosse un’ottima definizione: l’invidia ci blocca e spinge a guardare altrove anziché ad investire energie su di noi.
Nel tempo però mi sono fatta un’altra idea: quello che fa davvero la differenza è il senso di tradimento. Un dolore, per quanto grande, è tollerabile se non ti senti tradito. Tradito nei tuoi sogni o nella tua fiducia. Quello che lo rende intollerabile è il rendersi conto di aver dato all’altro un pezzetto del tuo cuore e che questa fiducia è stata malriposta. Non ha davvero importanza se è un tradimento affettivo, dentro ad una coppia, o un tradimento di un’amicizia.
Sentirsi traditi apre uno spazio di difficoltà completamente diverso e aggiuntivo: non ti perdoni l’ingenuità, non credi alla buona fede. Entra il dubbio sull’area più vitale della nostra vita emotiva: quella relazionale. E iniziamo a fasciare il cuore per prevenire nuove offese. Lo fasciamo nell’espansione del torace, nella difesa muscolare, nella mente dispersa. Fino a che quella ferita, quel tradimento, non viene riparato, ogni ombra può suscitare grandi paure.
Il vero tradimento raramente nasce nel presente: il vero tradimento è quello che abbiamo vissuto nell’infanzia e che il presente – in modo reale o immaginario – riattiva. E’ quel passaggio dall’ingenuità alla realtà, dalla quale ci siamo difesi, perché significava ammettere che i nostri genitori non erano perfetti, che la nostra infanzia non era felice. E che forse non eravamo amati come avremmo avuto bisogno: amati con accettazione.
Se nell’infanzia una persona ha subito una perdita o un trauma che mina i suoi sentimenti di sicurezza e di accettazione di sé, proietterà nella sua immagine del futuro l’esigenza di un rovesciamento delle esperienze del passato. Così l’individuo che da bambino fa esperienza del rifiuto si immagina il futuro come una promessa di accettazione e di approvazione. Alexander Lowen
Pratica di self-compassion: Addolcire, confortare, aprire
© Nicoletta Cinotti 2023 Reparenting ourselves. Ritiro di bioenergetica e mindfulness
Se accettiamo che la componente spirituale è inerente ad ogni essere umano, non possiamo pensare che il recupero della salute sia un fatto solo meccanico. Il corpo non è qualcosa da riparare, l’anima non è solo qualcosa da curare. E’ una esperienza in cui aspirazioni e ispirazioni si fondono alla nostra storia emotiva personale. Lowen sostiene che la posizione energetica propria della medicina tradizionale cinese o la posizione energetica dello yoga e del tai chi non distano molto dalla sua visione energetica.
Dalla fine degli anni ’70, negli Stati Uniti, e poi nel resto del mondo, abbiamo assistito (e partecipato) alla diffusione della Mindfulness. Il corpo ha un ruolo centrale: e il lavoro corporeo intende offrire un diverso ancoraggio. Non più aggrappati alla mente ma stabilmente radicati nel corpo, si potrebbe definire così quello che viene proposto. La connessione con il
