Molto spesso, quando incontriamo una tensione, ci scontriamo con una singolare difficoltà ad abbandonarla. Intuitivamente sembrerebbe la cosa più semplice del mondo, sciogliere ciò che ci produce dolore. Eppure non accade. Alcune relazioni e alcune abitudini ci fanno soffrire eppure non riusciamo a lasciar andare.
Moltissime volte mi chiedo come mai lottiamo così tanto contro il lasciar andare. Come mai nuotiamo contro corrente apparentemente senza volerlo.Non ho risposte semplici, solo la curiosità o lo stupore di esplorare, momento per momento, come si declina il trattenere, come scegliamo di aggrapparci per paura di cadere. Come preferiamo l’apnea all’espirazione.
Credo che ci siano diverse ragioni: la prima è che preferiamo qualcosa di conosciuto – anche se doloroso – all’incertezza del cambiamento.
La seconda è che siamo stati educati a non sentire. Nessuno ha pensato che un’educazione emotiva sia importante quanto lavarsi i denti. Perché ogni giorno abbiamo a che fare con l’impeto delle emozioni e quest’impeto è vitale, proprio come mangiare.
Infine associamo il lasciar andare alla paura di cadere, di fallire, di morire. E ci dimentichiamo che ci aspetta invece un nuovo respiro.
Un antidoto sorprendentemente efficace contro l’ansia è comprendere che tutte queste richieste di rassicurazioni sul futuro non potranno mai davvero essere soddisfatte, indipendentemente da ogni piano o da quanto presto usciamo per andare all’aeroporto. Non è possibile sapere per certo che tutto andrà bene. La lotta per la sicurezza è intrinsecamente senza speranza.
Oliver Burkeman
Pratica del giorno: La leggerezza del lasciar andare
© Nicoletta Cinotti 2024 Il protocollo MBSR. Very early bird


Meditare è scomodo perché ci fa perdere efficienza. In più il risultato si vede in modo imprevedibile e non sempre è come vorremmo. A volte ci mette difronte a quello che abbiamo esiliato per essere efficienti, per non sentire e per metterci scorrevolmente comodi. Eppure lo cerchiamo, quel tempo scomodo e inutile, perché sentiamo che ci toglie dall’imbuto dell’esaurimento, quello che è il risultato della nostra efficienza. A volte le persone mi scrivono per essere rassicurati del fatto che se perdono un incontro nel protocollo a cui partecipano possono recuperarlo. È una delle cose che ripeto più spesso. Più spesso ripeto che è possibile, che non c’è data di scadenza, che possono farlo in qualunque momento. L’urgenza con cui mi chiedono conferma dice però un’altra cosa: è il sorgere della nostalgia perché sanno che hanno perso un appuntamento con sé. A volte a favore di impegni improrogabili. Spesso semplicemente perché non si sono scelti e sperimentano l’inquietudine della nostalgia, l’inquietudine che proviamo quando ci esiliamo da noi stessi.
Essere adulti completi non vuol dire essere perfetti, vuol dire smettere di scappare da se stessi e tornare davvero a casa. La nostra fuga nasce dalla paura che, se ascolteremo la nostra voce interiore, diventeremo dei falliti come dice Bukoswki ne
