Quando iniziamo a prestare attenzione al nostro mondo interno, non è insolito rimanere colpiti dalla durezza e severità con cui trattiamo noi stessi. Una tale reprimenda da scegliere di evitare quel semplice atto di attenzione.
Eppure la nostra mente funziona così: le diciamo di osservare con gentilezza e la prima cosa che emerge è il suo opposto. Accade per moltissime cose: vogliamo esplorare con attenzione e incontriamo la distrazione. Vorremmo praticare il perdono e troviamo la vendetta. Non succede perché la nostra mente è dispettosa, come un branco di scimmie. Succede perché iniziamo a camminare e il primo passo è sempre partire da dove siamo e non da dove vorremmo essere. Succede perché quello che facciamo non è affermare ma mettere una intenzione. Succede perchè la mente funziona per opposti. Credo che sia una qualità filogenetica che è stata utile per vagliare i pericoli.
Certo può essere un bel disturbo avere sempre dentro una voce che si oppone a quello che vogliamo fare. La nostra resistenza ci ha dato tanto aiuto e anche qualche guaio ma possiamo imparare a conviverci bene. Per farlo serve poco: la fedeltà alla nostra intenzione e la presenza alla nostra realtà interiore. A quello spazio che è sempre poetico ma non è lirico. E di questo non dobbiamo stupirci: la poesia nasce dall’accogliere non dall’idealizzare.
Mentre volgi la tua attenzione all’interno e mandi benedizioni augurali a te stesso, potresti incontrare una considerevole quantità di giudizi o sensazioni di inadeguatezza. In quei momenti procedi con gentilezza, come se stessi tenendo in braccio un bambino piccolo. Una poesia di un vecchio samurai giapponese esprime bene questa parte della pratica “Rendo amica la mia mente“. Joseph Goldstein
Pratica di mindfulness: Incontrare la resistenza
© Nicoletta Cinotti 2022
