Da qualche mese passo un po’ di tempo, ogni settimana, con mio nipote. Non sono davvero necessaria all’economia familiare ma sono felice di dare questo piccolo contributo al quale tengo tantissimo.
La scorsa settimana è successo qualcosa che mi ha illuminato: mio nipote mi ha guardato e, per la prima volta, ha detto “nonna”. Aveva un tono da pulcino, come se quella parola gli fosse scappata, un po’ come scappa un cinguettio a un uccellino. Siccome Paganini non ripete, non l’ha più detta ma io l’ho tenuta con me, molto strettamente. Non volevo perdere la gioia che mi ha dato.
Poi, in un contesto del tutto diverso, mi sono trovata in una conversazione in cui la parola nonna veniva usata come sinonimo di vecchiaia e il contrasto tra le due emozioni è stato enorme e mi ha confermato, una volta di più, che non sono le parole a fare la differenza ma l’intenzione con cui le usiamo. Così la stessa parola può essere un dispregiativo o una carezza. Una gioia o un dolore. E se volessimo sciogliere molte delle incomprensioni comunicative dovremmo chiederci, prima di parlare, qual è l’intenzione delle nostre parole. Perchè in quell’intenzione sta la differenza tra le parole che guariscono e quelle che feriscono
Una volta ero piccola, ero senza parole. Ero piccola e senza parole. Una volta ero molto leggera, pesavo pochi chili. Una volta c’erano solo tre o quattro chili di me, solo pochi chili di me, solo pochi chili avevano il mio nome. Mariangela Gualtieri
Pratica di mindfulness: Meditare con intenzione
© Nicoletta Cinotti 2025 Primavera: ricominciare
