mindfulness per bambini
Giochi estivi di mindfulness
Giochi all’aperto
Giochi quando piove
No blueprint just love
La cultura della mindfulness
- Venerdì 16 Settembre, alle 19 la presentazione del libro Mente calma cuore aperto, di Carolina Traverso con l’autrice, nella sede di Via Frugoni 15/2. Sarà un modo per salutarsi e conoscere il mindfulness kit di Carolina.
- Sabato 1 Ottobre alle 10 presentazione del nuovo progetto Mindfulness in famiglia (Clicca per iscriverti) Programmi mindfulness per bambini e adolescenti, sia in gruppo che one to one.
- Mercoledì 5 Ottobre presentazione dei nuovi programmi mindfulness: il protocollo MBSR e MBCT, che inizieranno ad Ottobre a Genova
Una famiglia basata sull’essere
Una famiglia basata sull’essere
Da adulti, siamo impegnati in una costante attività. Molti di noi riempiono ogni momento con un’attività o l’altra. La base della nostra autostima consiste nella quantità di cose che facciamo, su quanto otteniamo, quanto siamo ben visti, come siamo socialmente connessi. I nostri figli non si muovono in questa maniacalità finchè non insegniamo loro a essere così. Per questo essere genitori in modo consapevole significa agire sulla base di una costituzione diversa da quella che la società impone. Il successo di un bambino si misura con altri criteri. Invece di essere sommersi dalle attività, sotto stress per avere successo in un mondo concepito dagli adulti, ai bambini è consentito di vivere il momento e celebrare la natura organica della loro esistenza. In questo approccio, classifiche e misurazioni di risultato esterne non sono considerate nient’altro che un aspetto minuscolo di un’immagine più grande.
Incoraggiare il semplice piacere di vivere
Per incoraggiare il semplice piacere di vivere, ci è richiesto di non imporre troppi programmi ai nostri figli. Piuttosto permettiamo che i loro primi anni siano fatti di appuntamenti di gioco e ore di pigrizia. Se i bambini sono cresciuti in un turbine di attività costante dalla mattina alla sera, ancora prima di aver raggiunto i 5 anni, come potranno mai essere in connessione con sé stessi?
La verità è che molti dei calendari frenetici del bambino moderno dipendono più dall’incapacità dei genitori di sedersi in tranquillità, piuttosto che dal bisogno dei figli di fare così tanto. Siamo cresciuti per vivere in uno stato costante di “fare”. Non riguarda solo le attività fisiche come lavorare, esercitarsi o fare commissioni, ma anche il nostro incessante etichettare con la mente, categorizzare, valutare, formulare teorie. La mente moderna è così indaffarata, che abbiamo perso la capacità di incontrare una persona o una situazione con energia imparziale. Di fronte ad un “altro”, che sia una persona o un evento, imponiamo subito sull’individuo – o sulla situazione – le nostre idee su ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo.
Essere nel traffico
Lo testimonia il genitore che risponde agli aspetti scomodi della vita con ansia, frustrazione, rabbia, imprecazioni. Stai per un po’ “nel traffico” con loro e osserva come giudicano ed etichettano le loro esperienze. Non sono capaci di considerare con calma il fatto di essere “nel traffico” ed essere in pace con la cosa, sono incapaci di trovarsi in una situazione difficile e considerare semplicemente che si prova difficoltà. Un genitore così lascia un’eredità ai propri figli che impone che tutte le esperienze della vita vadano giudicate ed etichettate, specialmente quelle negative. Quando non siamo in grado di incontrare la realtà dei figli da uno stato di essere, loro imparano che la vita non può essere semplicemente sperimentata per come è.
Tutto questo “fare” è un tentativo di placare il nostro senso di incompletezza, si può vedere dall’esempio di una madre che lascia perdere la sua vita per essere con il bambino, per impegnarsi in modo esclusivo in innumerevoli attività “per il bene del bambino”. Dall’esterno può sembrare una madre devota, che porta i suoi figli a danza classica e a calcio, che cucina e pulisce per loro senza sosta. Tuttavia, dal momento in cui il suo senso di sé è sostenuto solo da ciò che fa per i suoi figli, il suo dare è condizionale. Visto che il suo programma caotico è guidato dal bisogno di dar sollievo alle sue stesse ansie, non sarà capace di essere presente ai bisogni dei suoi figli, userà invece i suoi figli indirettamente per soddisfare le sue fantasie insoddisfatte. Se i suoi figli falliscono nel piegarsi alle sue esigenze, non potrà tollerarlo. Il che porta ad una dinamica ancora più insana: manipolare i figli in modo da ottenere che stiano “bene”.
Sentirsi validi
Ho visto succedere questo ad una madre e ai suoi due figli. Era una designer di moda che aveva abbandonato la carriera per diventare madre a tempo pieno. Il fulcro di questa donna erano i suoi bambini, al punto che l’intera giornata ruotava intorno a loro. Super-infervorati e super-coinvolti, erano iscritti ad attività diverse ogni pomeriggio, il che significava che era costantemente a correre in macchina, avanti e indietro, per portarli ed andarli a prendere. Il loro eccellere nelle loro scuole ed attività era per lei più importante di tutto. E finchè sua figlia era una stella del nuoto e suo figlio un pianista stellare, questa madre non poteva essere più orgogliosa di loro e viveva per i loro momenti di trionfo. Era il primo genitore ad arrivare a tutti i loro eventi e questi erano le occasioni che la facevano sentire valida, sia come madre che come persona.
Poi, un giorno, la psicologa della scuola la chiamò, per dirle che sua figlia aveva confidato di essere diventata bulimica. La ragazzina era scoppiata a piangere, dichiarando che era spaventatissima che sua madre potesse venirlo a sapere, e continuava a ripetere: “Per piacere non ditelo a mia mamma. Mi odierà. Sarà così delusa da me.” Aveva solo otto anni quando diventò bulimica. Si sentiva stressata e voleva apparire più magra nel suo costume.
Troppe attività
Era la prima volta che considerava il costo emotivo che le infinite attività avevano sulla salute emotiva dei bambini. Fino ad ora pensava di fare il meglio che poteva per loro. Mai avrebbe immaginato che tutte le pressioni potessero avere un effetto diverso. Cosa poteva fare ora? Quando era piccola, non faceva nulla, non le veniva data grande attenzione. I suoi genitori, che viaggiavano moltissimo, la lasciavano con la babysitter. Facendo cose che sua mamma non aveva mai fatto per lei, immaginava di essere un genitore devoto. Paradossalmente, il desiderio che i suoi figli avessero l’infanzia che a lei era stata negata produsse, nei suoi figli, gli stessi sentimenti di solitudine e trascuratezza che aveva avuto anche lei. Solo che i suoi figli avevano celato le emozioni dietro le loro faccende, sentendo che avrebbero dovuto essere performanti per far star bene la loro mamma.
La lezione è che se insegniamo ai nostri figli ad affermare il loro senso di identità sul “fare”, saranno infelici ogni volta che la vita in qualche modo li boccerà.
© Silvia Cappuccio 2016 da Conscious parent di Shefali Tsabary
https://www.nicolettacinotti.net/training-internazionale-in-mindful-parenting-con-susan-bogels-3-8-marzo-2022/
Lo shock di un figlio: 4 cambiamenti radicali
La nascita di un bambino rappresenta un punto di rottura rispetto al prima, una rivoluzione delle abitudini, una specie di shock. Diventare genitori è un passaggio solo lontanamente immaginabile prima che accada. La fame, il sonno, i pannolini e i pianti ci costringono fin da subito a rivedere completamente le nostre priorità, a regolarci su ritmi nuovi, che possono anche esasperarci. Qualsiasi fantasia si potesse avere inizialmente, viene spiazzata dalla realtà di quello che è e sarà sempre un segno indelebile nella nostra vita. Ma cosa cambia più di tutto? Si possono sfruttare questi cambiamenti radicali per stare meglio? Che opportunità ci sono dietro le nostre notti bianche?
Cambiare velocità – A ritmo con la vita
-Sono io!
-Io chi?
-Pinocchio.
-Chi Pinocchio?
-Il burattino, quello che sta in casa colla Fata.
-Ah, ho capito – disse la lumaca. – Aspettami costì, che ora scendo giù e ti apro subito.
-Spicciatevi, per carità, perché io muoio dal freddo.
-Ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
Intanto passò un’ora, ne passarono due, e la porta non si apriva: per cui Pinocchio, che tremava dal freddo, dalla paura e dall’acqua che aveva addosso, si fece cuore e bussò una seconda volta, e bussò più forte.
A quel secondo colpo si aprì una finestra del piano di sotto e si affacciò la solita lumaca.
-Lumachina bella – gridò Pinocchio dalla strada – sono due ore che aspetto! E due ore, a questa serataccia, diventano più lunghe di due anni. Spicciatevi, per carità!
-Ragazzo mio – gli rispose dalla finestra quella bestiola tutta pace e tutta flemma – ragazzo mio, io sono una lumaca, e le lumache non hanno mai fretta.
La fretta ci accompagna per gran parte del nostro tempo. Ci arrabbiamo se in coda prima di noi c’è una persona tarda a capire, o se in macchina qualcuno dorme al semaforo: ci arrabbiamo nel nostro pieno diritto ad avere fretta. Sembra qualcosa di naturale e inevitabile.
Eppure un figlio è in grado di far dimenticare la fretta. Si fa aspettare per quasi un anno prima di essere pronto per uscire, poi si fa aspettare per quasi un altro anno prima di iniziare a camminare… Ancora un altro per iniziare a parlare. E noi, in tutto questo tempo, non abbiamo nessuna fretta. Impariamo a stare nel ritmo naturale delle cose, così come sono, nel loro naturale progredire.
Il figlio è uno specchio della realtà così com’è, del momento presente da cui spesso siamo lontani.
La sua imprevedibilità costringe a vivere momento per momento, sincronizzandosi con i suoi bisogni.
Con un figlio possiamo non essere più “quelli al semaforo”, quelli di fretta, che pensano solo al futuro, a quello che li aspetta dopo, ma imparare a sincronizzarci con la realtà come ci si presenta.
Cambiare direzione – Essere presenti per qualcun altro
Nei primi tempi dopo la nascita di un figlio si vive in una sorta di simbiosi con lui, si sincronizzano i tempi e le abitudini. Si sincronizza il respiro, il battito, le nostre emozioni. Lo teniamo in braccio, e mentre ci occupiamo di dare conforto e nutrimento, di prenderci cura di lui, ci accorgiamo che quello che viene fuori è la nostra parte più umana e più profonda.
Abituati a essere concentrati su noi stessi, ad essere noi la nostra direzione, ci troviamo a doverci concentrare su “altro da noi” in un modo nuovo e quasi totalizzante. La nostra presenza è fondamentale, se non ci siamo fisicamente manca il nutrimento e manca quella sicurezza che servirà al figlio per poter sviluppare un senso di fiducia e sicurezza verso il mondo esterno.
Richiede impegno questo passaggio dall’essere altrove, distratti dalle nostre preoccupazioni, all’essere presenti per qualcun altro. Camminando per strada ogni tanto vedo dei bimbi sul passeggino, che si guardano intorno curiosi o annoiati mentre le mamme e i papà sono completamente assorti dai loro cellulari. Se quando il genitore è intento a chattare il figlio inizia a piangere o chiamare, è possibile che l’adulto si spazientisca, che reagisca d’impulso: la sua risposta non sarà davvero connessa alla domanda – “Ci sei?”-, ma a qualcosa d’altro. In quel momento c’è una disconnessione.
Saper rispondere a questo bisogno di essere presenti, e non solo reagire d’impulso quando viene richiamata la nostra attenzione, è alla base dell’empatia. E’ come essere pronti per l’altro, essere in ascolto.
Un figlio può davvero far cambiare direzione al nostro sguardo, spesso concentrato altrove e chiuso ad ogni imprevisto. Ci fa voltare verso di lui, non solo parzialmente, per entrare in contatto con il “dare” nel suo senso più autentico, con la nostra capacità più autentica di amare.
Cambiare linguaggio – La voce del corpo, i codici della fantasia
C’è un altro stravolgimento che la nascita di un figlio porta con sé. Nelle prime fasi della vita il rapporto è soprattutto fisico, il contatto è fondamentale. Il corpo e la comunicazione non verbale si trovano ad avere, come raramente accade, un ruolo chiave. Perché i bambini non imparano subito a usare le parole.
Così diventa importante, più delle parole che pronunciamo, come li abbracciamo, come li guardiamo, il modo in cui sorridiamo o facciamo loro il solletico, la calma che può infondere la nostra voce. Siccome siamo abituati a dare molta importanza alle parole, ci troviamo quasi a riscoprire un nuovo linguaggio.
Allo stesso modo, mano a mano che i bimbi crescono, impareremo a capire e parlare la loro lingua, mantenendoci sul loro stesso livello. Per esempio, usando il linguaggio della fantasia: facendo arrivare i nostri messaggi attraverso storie, personaggi fantastici, usando codici a loro familiari. Impareremo ad ascoltare le loro passioni e le loro sensibilità, a vedere la loro immaginazione come un aiuto in più per noi, anche per insegnare loro passaggi utili e quotidiani. Per comunicare in modo creativo con loro, come per riuscire ad andare oltre le parole,vengono prima di tutto l’ascolto e l’osservazione del mondo misterioso che portano con sé.
Cambiare intensità – la forza delle piccole cose
Per un bimbo è tutto radicalmente nuovo, un bimbo è in grado di renderti partecipe della novità di ogni cosa, così come della grandezza delle cose più piccole. Un sorriso, un gesto, acquistano un’intensità completamente diversa. Tutto ciò che consideriamo ovvio, un bambino lo deve ancora imparare.
Mi ricordo ancora una delle prime volte che assistetti mia cugina nel fare il bagnetto al suo bimbo. Quel giorno fui testimone di alcune piccole scoperte, o progressi importanti. Ricordo il mio grandissimo stupore nel vedere quella scena. Mia cugina chiedeva: “Ale, dov’è il piedino?”, e lui rispondeva sorridendo e toccandosi un piede. Chiedeva: “Ale, e l’orecchio? Dov’è l’orecchio?” E lui ci pensava un po’, poi si toccava l’orecchio. Lo trovai meraviglioso.
I bambini, con i loro tempi “da lumaca”, sono la prova vivente che niente si può dare per scontato.
Tutto è cambiamento
Ogni età porta con sé le sue sfide e i suoi cambiamenti. I primissimi sconvolgimenti – e insegnamenti – sono semplicemente i primi di un percorso unico e imprevedibile. I figli crescono, cambiano e ci trasformano. Iniziano ad esplorare la loro individualità. In poco tempo, dal soddisfare ogni bisogno, ci troviamo a dover fare i conti con ogni capriccio. Quegli esserini che dormivano sempre diventano vulcani di energie che non dormirebbero mai. Da lì in poi saranno sempre diverse le situazioni in cui imparare ad andare a ritmo con la vita, ad andare oltre noi stessi, a imparare nuovi linguaggi e a riconoscere la grandezza di ciò che apparentemente è minuscolo.
E noi siamo chiamati a stare nel cambiamento, a riconoscerlo e a prenderne parte.
© Silvia Cappuccio 2016 tratto da
Foto di ©simply.present ©redwaves ©Out of the Blue Photography
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