Se c’è una cosa che rende la felicità una chimera è pensare che debba essere uno stato stabile e permanente. Una sorta di ingresso nel paradiso che continua, senza interruzioni, per tutta la vita.
La felicità è una emozione e, come tutte le emozioni, è transitoria. Certamente rispondere con delusione alla sua scomparsa – come se ci avesse tradito andandosene – non rende più probabile il fatto di essere felici. Chi tornerebbe a trovare spesso un amico che fa troppe storie al momento del saluto?
Il punto è un altro: dedichiamo la nostra attenzione ai tanti momenti di gioia della nostra giornata o li consideriamo troppo piccoli per prestarci attenzione? Facciamo con i momenti positivi esattamente quello che facciamo con i momenti negativi? Li esploriamo con il pensiero per tenerli più a lungo nella nostra attenzione, oppure, appena sorgono, iniziamo a pensare che svaniranno ben presto?
Passare pochi momenti al giorno celebrando l’arte della felicità non è impossibile: basta accorgersi quando sorge una piccola gioia e tenerla sotto braccio fino a che non svanisce. Sarà un modo per camminare nella bellezza, una celebrazione della vittoria delle piccole cose. Il riconoscimento che, il migliore allenamento alla felicità è la gratitudine per quella felicità che è già presente nella nostra vita.
Forse avete notato che il senso del sé ci dice tutto il tempo che non siamo completi: ci comunica che dobbiamo arrivare da qualche altra parte, raggiungere ciò che occorre, realizzare, acquisire completezza e felicità, contare qualcosa o molto, cavarcela bene, tutte cose in parte vere, relativamente vere, e in quanto tali intuizioni da onorare. Ma dimentica di ricordarci, a un livello più profondo, al di là delle apparenze e del tempo, che tutto ciò che va raggiunto o realizzato è già qui, ora, che non esiste un «miglioramento» del sé ma solo un conoscerne la natura insieme vuota e piena e perciò stesso profondamente utile.Jon Kabat Zinn
Pratica di mindfulness: La pratica informale
© Nicoletta Cinotti 2016
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