Ti propongo di giocare per qualche minuto.
Con un mandarino.
Procurati un mandarino e immagina che questo sia l’ultimo mandarino rimasto sulla Terra, l’ultimo che potrai mangiare nella tua vita e tu sei l’unica persona che potrà mantenere memoria di cosa sia un mandarino prima che sparisca per sempre dalla Terra. Dovrai riuscire a descrivere nel dettaglio a qualcuno che cos’è un mandarino una volta che non esisteranno più.
- Innanzitutto guardalo bene. Che forma ha? Che colore? Il colore è uniforme? Che sensazione ha la buccia sulle dita? È liscio? Ruvido?
- Sai dove crescono i mandarini? Crescono sugli alberi, in posti caldi come la California, la Florida, l’Italia meridionale, la Spagna, la Turchia. Hanno bisogno di sole per crescere. Ora chiudi gli occhi. Puoi immaginare il sole caldo, la pioggia, il profumo della terra che hanno contribuito a far crescere questo mandarino?
- Ora annusa il mandarino. Che odore ha?
- Ora inizia a sbucciare il mandarino lentamente. Cosa vedi? Annusalo di nuovo –ha un odore diverso dentro rispetto a fuori?
- Guarda gli spicchi. Quanti sono? Sono tutti della stessa misura? Cosa noti della forma interna del mandarino? Come sono tenuti insieme i vari spicchi?
- Togli un pezzo di pelle da uno spicchio. Riesci a vedere la parte interna piena di succo?
- Ora metti quello stesso spicchio in bocca. Chiudi gli occhi e addentalo una sola volta. Senti il succo che si sprigiona in bocca riempendola di gusto.
- Ora mangia il resto del mandarino lentamente, facendo finta che sia l’ultimo mandarino sulla faccia della terra.
Cosa hai osservato? Questo è uno dei tanti esercizi di MIndful Eating che facciamo quando impariamo a mangiare con presenza.
Questo “gioco” è tratto dal libro “MIndful Eating, per riscoprire una sana e gioiosa relazione con il cibo” di Jan Chozen Bays, Enrico Damiani Editore, 2018.
Reich arrivò a formulare l’analisi del carattere non a partire da una teoria ma dalla pratica. Si accorse infatti che alcune terapie non progredivano malgrado l’interpretazione del sintomo fosse corretta. A questa considerazione generale accompagnò la constatazione che, in questi casi, era come se il corpo del paziente – sdraiato sul lettino – dicesse di no mentre la mente diceva di sì. Fu così che pensò di introdurre dei semplici movimenti per esplorare e sciogliere quella tensione fisica che si opponeva al cambiamento della mente. E fu così che si iniziò a distinguere tra sintomo e carattere. Una differenza fondamentale perché il carattere – per quanto a volte ci dia fastidio – lo identifichiamo con un tratto immutabile di personalità – il sintomo invece lo vorremmo cambiare subito. Anzi vorremmo che proprio non ci fosse mai stato. Mentre rispetto al carattere siamo molto più indulgenti. Eppure molti sintomi nascono proprio dal conflitto tra il nostro carattere e le esigenze di cambiamento.
