Avrei dovuto fare una diretta sul cibo, con Emina Cevro Vukovic, che del cibo sa molto più di me :è giornalista, insegnante yoga da oltre trent’anni, scrittrice, e ha curato per RCS quella collana di mindfulness in cui anche io ho un volume. Il suo è dedicato proprio all’alimentazione, il mio all’ansia. Siamo, in un certo senso, colleghe di edicola.
Tre telefonate di preparazione. Una scaletta condivisa. Tutto pronto. Poi, all’ora della diretta, Emina non è riuscita a collegarsi. Un problema con Instagram. Sono rimasta sola davanti alla telecamera, con un tema che — ve lo confesso — non amo particolarmente.
Mentre cercavo di tenere insieme la diretta, mi è venuto in mente un articolo che avevo scritto due anni fa, sui quattro nutrimenti della tradizione buddista. E ho capito una cosa: forse il fallimento di quella diretta mi stava dicendo che il tema era stretto. Che parlare di “alimentazione” era come voler raccontare il mare descrivendo solo l’acqua.
Quello che volevo dire — e che dico qui, dove posso esporvi anche le dirette andate male — è che il cibo non è mai solo cibo. E che noi, in fondo, abbiamo molte più fami di quante ne riconosciamo.
Quattro tipi di fame
Negli anni Cinquanta, lo psicologo Harry Harlow fece un esperimento che ancora oggi mi commuove. Mise dei piccoli di scimmia in una gabbia con due “madri” meccaniche: una di metallo, che dispensava cibo. Una di pelliccia, che non dava nulla — solo il calore di una superficie morbida. La teoria del tempo prevedeva che i piccoli si sarebbero attaccati alla madre col cibo. Invece andavano da quella di metallo solo per il tempo strettamente necessario a mangiare. Il resto delle ore — la quasi totalità della loro giornata — lo passavano abbracciati alla madre di pelliccia.
I piccoli sapevano già quello che noi adulti facciamo finta di dimenticare: che il cibo è necessario ma non basta.
Nella tradizione buddista si parla di quattro nutrimenti che consumiamo ogni giorno. Quattro tipi di fame. Quattro modi in cui qualcosa entra dentro di noi e diventa parte della nostra vita.
Il primo è il cibo. E qui — visto che stavo preparando una diretta proprio su questo — vorrei spendere una parola sul corpo che mangia. Perché noi non mangiamo solo con la bocca. Mangiamo con il diaframma, con lo stomaco, con la pelle. La fame emotiva si organizza nel corpo prima che nella mente, e quando apriamo il frigorifero alle dieci di sera senza sapere perché, c’è una storia somatica che sta cercando di parlarci. Il cibo è il primo terreno dove si gioca, ogni giorno, la nostra capacità di ascoltare cosa succede dentro. La tradizione yoga di Emina chiama questa attenzione ahimsa — non-violenza – estesa al modo in cui ci nutriamo. Io la chiamo gentilezza incarnata. Sono parole diverse per la stessa cosa: il piatto è un luogo di ascolto, non di controllo.
La fame del cuore viene soddisfatta dall’intimità. Ognuno di noi è fondamentalmente solo al mondo. Nessuno può conoscere i più profondi anfratti della nostra anima. Nessuno può conoscere tutti i nostri pensieri e i desideri più profondi del nostro cuore. Nessuno, neanche la persona che ci è più vicina, può sperimentare la vita come la viviamo noi.
La realizzazione di essere fondamentalmente soli può essere fonte di tristezza. Quel che è peggio, può spingere alcuni a cercare di creare una falsa sensazione di intimità in modi non sani, abusando ad esempio di sesso, droga o cibo. Molti ad esempio passano il tempo nei locali la sera, aspettando d’incontrare l’anima gemella. Altri cercano di placare la loro solitudine mantenendo relazioni virtuali sui social, relazioni che sono basate essenzialmente sulla fantasia.
Mangiare può essere un altro modo di alleviare il senso di solitudine. Fino a che siamo distratti da una cosa così importante come mangiare, siamo distratti anche dalla triste realtà di essere soli al mondo, separati da tutti gli altri esseri dell’universo.
Molte persone si sentono a disagio all’idea di mangiare soli al ristorante. È una cosa che appare strana e che sembra quasi implicare che non abbiano amici. Quando mangiano soli a casa, molti accendono la TV o la radio, un modo illusorio di creare intimità, come se la casa fosse piena di persone e attività.
Al contrario, chi pratica il MINDFUL EATING crea deliberatamente uno spazio e un tempo per mangiare soli. Si sentono sollevati nel fare una cosa alla volta, mangiare e basta, senza la distrazione di parlare, guardare la televisione o leggere.
Quando mangiamo e osserviamo profondamente ciò che mangiamo, siamo in compagnia di tantissimi esseri: piante, uomini, donne che hanno contribuito a far arrivare il cibo sulla nostra tavola. Secondo gli insegnamenti Zen il cibo che mangiamo è il prodotto del sole, della terra, della pioggia, degli insetti che impollinano le piante, dei contadini, dei trasportatori e infine dei fruttivendoli o negozianti. L’energia, che è il prodotto di tutti questi esseri viventi, fluisce attraverso il nostro corpo, messa in circolo ad ogni battito del nostro cuore. Viaggia fino alle cellule più lontane, fino alle unghie degli alluci e alla punta dei capelli. Questi esseri viventi letteralmente diventano noi, i nostri occhi, le nostre labbra, i nostri denti bianchi, il nostro cuore.
Sfortunatamente, mentre questo miracolo si compie, noi non ne siamo consapevoli. Evocare, risvegliare la coscienza di questo miracolo, anche per pochi istanti ogni giorno ci può dare nuova gioia, a prescindere dalle difficoltà della vita di ogni giorno. Ci può dare nuova energia, a prescindere dalla nostra età e dalla nostra forma fisica. Se mangiamo con la mente aperta e cosciente, possiamo esperire l’intima connessione con tutti questi esseri viventi e dissolvere così il senso di solitudine.
Tratto dal libro “MIndful Eating, per riscoprire una sana e gioiosa relazione con il cibo” di Jan Chozen Bays, Enrico Damiani Editore, 2018.
Il secondo nutrimento sono le impressioni sensoriali. Tutto quello che entra dagli occhi, dalle orecchie, dalla pelle. Le notizie del telegiornale che ti lasciano lo stomaco chiuso. I messaggi che arrivano sul telefono mentre stai cenando. Il rumore di sottofondo che non ti accorgi più di sentire. Anche queste sono cibo e anche queste possono dare indigestione. A nessuno verrebbe in mente di mangiare ininterrottamente per sedici ore al giorno; con la stimolazione sensoriale lo facciamo senza accorgercene. E come dopo un’abbuffata, restiamo appesantiti, irritabili, lontani da noi stessi.
Per nutrirci bene abbiamo bisogno di pieno e vuoto. Di cibo e digiuno. Anche con gli occhi, anche con le orecchie. Il silenzio è abitabile: è il suono dell’intimità.
Il terzo nutrimento è la volizione, la motivazione, il desiderio, l’intenzione. E qui le cose si complicano, perché se siamo perennemente saturi di stimoli sensoriali non riusciamo nemmeno a sentire cosa vogliamo. Thich Nhat Hanh aveva una domanda che ci si conficca dentro come una scheggia: “Sto facendo ciò che più desidero fare con la mia vita? So almeno cos’è?”
Le scimmiette di Harlow non andavano dalla madre di pelliccia per fame di cibo. Ci andavano per fame di calore, di affetto, di contatto. Avevano una motivazione chiara e sapevano di cosa avevano bisogno. La domanda è: noi lo sappiamo?
Il quarto nutrimento è il più sottile, e forse il più dimenticato. È la consapevolezza che non ci salviamo mai da soli. Che la nostra felicità non è solo personale. Penso spesso agli alberi di una foresta: apparentemente ognuno ha la sua vita indipendente, ma sotto terra le radici si parlano attraverso reti di funghi, si scambiano nutrienti, si avvisano dei pericoli. Anche noi siamo così. Anche se ci illudiamo di essere separati, non è indifferente quello che succede alle persone che amiamo, e neppure ai vicini di casa, e neppure agli sconosciuti dall’altra parte del mondo. In modi che non riusciamo a prevedere, tutto questo avrà una ricaduta sulla nostra vita.
Una pratica: una domanda al giorno
Voglio lasciarvi una pratica breve. Niente di lungo, niente di complicato. Solo una domanda da portarsi addosso per qualche giorno, come un sassolino in tasca.
Prima di mangiare — non sempre, anche solo una volta al giorno, anche solo a un pasto — fermatevi per il tempo di tre respiri. Sentite il corpo seduto. Le mani. Il diaframma che si muove.
E poi chiedetevi: di cosa ho davvero fame, in questo momento?
Non è una domanda sul cibo. È una domanda su quale dei quattro nutrimenti vi sta chiamando. Forse è davvero cibo. Forse è silenzio — un’ora senza schermi, senza rumore. Forse è ascolto del vostro vero desiderio. Forse è una telefonata a qualcuno che amate. Forse è solo permettervi di stare fermi, senza fare nulla.
Lasciate che la risposta arrivi senza forzarla. Spesso non sarà quella che il pilota automatico avrebbe scelto.
Qui trovi un audio di Paola Iaccarino Idelson per riconoscere i diversi tipi di fame
Il lupo da nutrire
Una vecchia leggenda Cherokee racconta che dentro di noi ci sono due lupi: uno bianco e uno nero. Forze opposte, qualità opposte. Si combattono ogni giorno. Quale vincerà? — chiede il nipote al nonno. Quello che nutri, risponde il vecchio.
Non è un’illusione pensare di poter eliminare la parte più dura, più affamata, più egoista di noi. Quella parte resta. Ma possiamo scegliere quale lupo nutrire, e con cosa. Possiamo scegliere se rispondere al telefono ogni tre minuti o concederci un’ora di silenzio. Se aprire il frigo per noia o per fame vera. Se dare retta alla voce che ci dice che siamo separati, o a quella che sa che siamo radici intrecciate.
La diretta con Emina, alla fine, non c’è stata. Ma forse era una diretta che non doveva esserci. Forse questa lettera che vi scrivo è quello che davvero volevo dire — che il cibo è importante, certo, ma è solo una delle fami che abbiamo. E che imparare a nutrirci bene è imparare a riconoscerle tutte.
Se vi va di andare più a fondo in questo lavoro — di ascolto del corpo, del desiderio, delle relazioni che ci nutrono — è di questo che ci occupiamo nei ritiri e nei protocolli MBSR e MSC. Lì abbiamo tempo, gruppo, silenzio. Qui ho solo le parole, e le mie fami.
Con grazia, grinta e gratitudine, Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026





