Spesso utilizzo un’affermazione semplice durante i miei protocolli: “portare la pratica al cuore”. È un concetto che trasmette l’importanza di avvicinarci alla mindfulness non solo come un’attività mentale, ma come un’esperienza che coinvolge anche il nostro cuore. Come ci ricorda Jon Kabat-Zinn, e come condivido in un video di dieci anni fa (così valuti il processo di invecchiamento!!!) “Dalla Mindfulness alla Heartfulness,” la vera essenza della consapevolezza si estende ben oltre i pensieri.Allora, che significa davvero “portare la pratica al cuore”?Immaginiamo i protocolli di pratica: la fase iniziale è dedicata alla stabilizzazione dell’attenzione. Senza un’adeguata concentrazione, non possiamo essere veramente presenti. Con il tempo, mentre prendiamo confidenza con la consapevolezza, entriamo in uno spazio più ampio, caratterizzato da quella che viene definita consapevolezza aperta o “choiceless awareness.” Qui scopriamo la heartfulness, una condizione di presenza totale che nasce dall’integrazione mente-cuore. Non si tratta di una mente che produce incessantemente pensieri, ma piuttosto di un riconoscere la profonda relazione tra una mente aperta e un cuore che accoglie.
La connessione tra consapevolezza e cuore
La mindfulness, definita come una consapevolezza intenzionale e non giudicante, fiorisce quando riusciamo a osservare le nostre esperienze senza rifiuto, attaccamento o delusione. Questi tre atteggiamenti emotivi nascono dalle nostre difese e, purtroppo, ci portano a chiuderci, contribuendo a una proliferazione mentale da un lato e a un senso di separazione dagli altri dall’altro. Questo genera una disconnessione tragica con il significato nella nostra vita.
Perché il cuore si chiude?
La chiusura del cuore è spesso una risposta a una ferita. Nella psicologia buddista, ciò è descritto come la “seconda freccia.” Il primo dolore è inevitabile, perchè la vita non è facile, ma la vera sofferenza deriva dalla nostra reazione a quel dolore. Non solo fuggiamo dal dolore, ma talvolta ci aggrappiamo a esperienze piacevoli, cercando di congelare quei momenti. Questa ricerca di permanenza ci espone a un’altra forma di sofferenza, poiché neghiamo l’inevitabilità del cambiamento.
Liberarsi dall’attaccamento
Ogni esperienza ha un tono, che sia piacevole, spiacevole o neutro. Quando diventiamo consapevoli di questo, raggiungiamo una libertà profonda. Spesso, tuttavia, ci aggrappiamo ai momenti piacevoli, creando attaccamenti che generano insicurezza e fragilità. Vivere attaccati alla nostra bellezza, giovinezza o intelligenza significa essere in disarmonia con la natura delle cose, il che non porta altro che conflitto e dolore. È vitale essere consapevoli di queste dinamiche e lavorare su di esse attraverso pratiche come “accettare ciò che non vogliamo”, “lavorare con le emozioni” e “praticare Upekkha“.
La gentilezza amorevole come guida
La gentilezza amorevole (Metta) è una delle chiavi vincenti in questo percorso verso la piena presenza mente-cuore. È un’atteggiamento che si traduce in gesti di generosità quotidiana, verso noi stessi e verso gli altri. È proprio la pratica della gentilezza amorevole a contrastare le risposte avversative, come paura, rabbia e frustrazione. Quando reagiamo con avversione, ci allontaniamo dall’esperienza, creando distanza dal mondo e da noi stessi, perdendo di vista la bellezza dell’interconnessione.
Liberarsi dalla delusione
Il passo successivo sulla strada dalla mindfulness alla heartfulness è imparare a liberarsi dalla delusione, che genera un senso di confusione e disconnessione. Tendiamo a rifugiarci nei picchi emotivi, piuttosto che abbracciare le esperienze neutrali. L’abitudine alla delusione ci trafigge e ci fa sentire insoddisfatti, distogliendoci dalla nostra pratica. È essenziale nutrire i cambiamenti e affrontare questa sfida con consapevolezza.
Le radici della nostra pratica
Più riusciamo a conoscere le nostre emozioni e reazioni, più creiamo un fondamento solido per la nostra pratica. Proprio come le radici di un bosco si intrecciano sotto la superficie, la nostra interconnessione si fa sempre più evidente. Anche se ci sembra di essere alberi distinti, le nostre esperienze, emozioni e reazioni sono profondamente legate. Il corpo, il tronco e i rami rappresentano i diversi aspetti della nostra esistenza. Ma dobbiamo prestare attenzione alle difese che ci separano: avversione, attaccamento e delusione. Questi ostacoli non si manifestano solo a livello mentale, ma si traducono anche in tensioni fisiche e blocchi emotivi.
Verso la Heartfulness
Portare la pratica al cuore significa accogliere tutto ciò che siamo e affrontare le difficoltà con grandezza d’animo. In questo viaggio, non dobbiamo dimenticare che la pratica non è una scorciatoia, ma un cammino di crescita personale. Ci richiede pazienza, dedizione e l’apertura a esplorare le profondità della nostra esperienza.
Tramite la mindfulness, possiamo imparare a osservare i nostri pensieri e sentimenti senza giudizio, accogliendo la nostra umanità. A questo si aggiunge la gentilezza, la compassione e la self-compassion – tutti elementi che esploreremo nel ritiro di cinque giorni ad Aprile – che ci guidano nel processo di integrazione della mente e del cuore. La vera trasformazione avviene quando decidiamo di abbracciare la nostra vulnerabilità e di aprirci all’amore e alla connessione.
Una pratica profonda per tutti
In questo percorso, possiamo approcciare meditazioni di preparazione come “Cullare il cuore”, “Addolcire” e “Self-compassion breathing“. Questi esercizi non sono semplici routine da ripetere, ma momenti sacri nei quali ci permettiamo di sentirci profondamente. Ricordiamoci sempre che liberarsi dalla delusione e rispondere alla vita con gentilezza amorevole ci porta a una dimensione di esistenza più autentica e gratificante. Questo è anche il motivo per cui la pratica di mindfulness “funziona” nelle nostre relazioni: perchè ci permette di imparare a volerci bene e di allargare agli altri il cerchio dell’amore. Un modo completamente diverso da quello ordinario di intendere le relazioni, che ci fa credere che sia l,’altro a doverci “riparare” mentre noi ripariamo lui o lei.
In conclusione, “portare la pratica al cuore” non è solo un’affermazione, ma un invito a immergerci in un viaggio che richiede la nostra presenza. È un richiamo a esplorare la nostra vulnerabilità, con intelligenza e sensibilità, accettando il cambiamento e ricercando quella dolcezza che abita nel cuore di ogni esperienza. Piccoli passi verso un mondo più compassionevole e interconnesso.
Abbracciamo questo viaggio, insieme.
© Nicoletta Cinotti 2025
Joseph Goldstein e le fasi della meditazione
Fase 1: “Me” 




