Ellen Langer è una sorpresa, sempre. Pubblica ormai da molti anni ed è conosciuta per la creatività delle sue ricerche e per la sua capacità di riflettere fuori dagli stereotipi. Diventa nota per l’esperimento condotto con un gruppo di anziani, riportati vent’anni indietro attraverso una ricostruzione ambientale precisa e una residenza in una casa isolata che non permettesse al presente di fare irruzione. il risultato? Effettivamente tutti i partecipanti all’esperimento risultarono migliorati durante questa breve permanenza nel passato a dimostrazione della stretta relazione che c’è tra la mente e il corpo. Trovi questo esperimento nel libro “Counter Clockwise. Mindful Health and the Power of possibility”
Questa recensione però è dedicata a “Il corpo consapevole”, un libro uscito a giugno in Italia che è estremamente interessante. Il filo conduttore è sempre il legame tra la mente e il corpo e come le nostre idee e i nostri stereotipi mentali influenzano le nostre possibilità di guarigione e di crescita.
C’è un interesse particolare rispetto all’effetto delle diagnosi. La diagnosi è necessaria per impostare un progetto terapeutico ma che effetto ha su chi la riceve? Siamo sicuri che la nostra classificazione diagnostica non diventi, anche per chi cura, uno stereotipo che impedisce di riconoscere la persona che abbiamo davanti?
L’invito, ripetuto in molti modi diversi da questa originale docente di Harvard, è quello di trattare tutte le nostre scelte come opportunità di crescita e formazione. Quando lo avremo imparato le nostre emozioni difficili saranno meno spaventose e più interessanti. Le regole e le etichette che assegniamo a noi stessi modellano profondamente il nostro comportamento e anche il nostro corpo. Lo scopo di tutto il lavoro di Ellen Langer è scoprire quanto sia importante la psicologia per la nostra salute e quanto sia centrale essere padroni del proprio corpo
Senza spoilerare troppo questo libro che ti consiglio vivamente di leggere, vorrei sottolineare alcuni elementi essenziali:
- L’effetto borderline, ovvero quanto la diagnosi può essere una profezia che si auto-avvera nella mente prima ancora che nel corpo. Ogni cosa si muove lungo un continuum, anche la salute e la malattia, e le distinzioni rigide ci influenzano più di quanto crediamo;
- Il potere delle etichette verbali: raccontare luoghi comuni sull’invecchiamento porta a risultati peggiori nei test di memoria. Questo significa che molte diagnosi contribuiscono a creare la malattia e che le etichette verbali sono in grado di modificare il nostro comportamento
- Gli eventi non sono né buoni né cattivi: sono i nostri pensieri a renderli tali;
- L’importanza del noticing (la notazioni), per cogliere le variazioni lungo il continuum, che siano variazioni di memoria, di dolore, di mobilità, le persone che sanno riconoscere le variazioni (e quindi non rimangono ancorati a una diagnosi rigida) hanno esiti migliori nel trattamento e nell’evoluzione dei sintomi
- L’approccio verso un ottimismo consapevole: prepararci al peggio non ci rende più pronti ma solo più stanchi al momento opportuno;
e ricerche condotte su Questo è particolarmente vero per tutte quelle situazioni di confine che producono quello che la Langer definisce “effetto borderline”. Cita una ricerca condotta su pazienti definiti pre-diabetici in base al valore dell’emoglobina glicata. L'”effetto borderline” fa sì che scambiamo le diagnosi per definitive e questo è dovuto sia al margine di incertezza che hanno sia a fattori individuali. - L’importanza dell’attenzione attiva alle novità: cerca ogni giorno tre cose nuove e coltivi così la mente del principiante e l’attitudine allo stupore
Un libro da leggere, un’autrice da seguire: Ellen J Langer, Il corpo consapevole, Corbaccio editore
© Nicoletta Cinotti 2025


C’è una differenza sottile ma fondamentale tra essere stanchi ed essere occupati. La stanchezza fisica passa con una buona dormita, ma l’essere occupati è uno stato mentale che persiste anche durante le vacanze. È quella sensazione di non avere abbastanza vuoto nella nostra vita, di essere costantemente “connessi” ai nostri impegni, anche quando fisicamente non li stiamo svolgendo.
