Essere come il fiume che scorre
silenzioso nella notte,
senza temere le tenebre.
Se ci sono stelle nel cielo, rifletterle.
E se i cieli si riempiono di nubi,
così come il fiume, le nubi sono d’acqua;
riflettere anch’esse, senza timore,
nelle tranquille profondità.
Argomento
Parole di guarigione e di malattia
Questo brano è scritto da una persona che sta attraversando un periodo di malattia e di cura. Lo definisce attorno ad alcune parole chiave.
Grazie: a chi mi chiede di parlare perchè tanti hanno voglia di zittirmi, di volermi guarita e sana mentre…
Malata: resterò una malata, non incurabile ma inguaribile (primo rospo da ingoiare) e, se tutto riesce, sarò cronica, su e giù nei controlli e nelle visite.
Esperta: perchè alla fine ho scoperto che la paziente (io) regola tutto, sa più dei vari esperti; e faccio da ponte tra questo/a e quello/a per il passaggio delle informazioni.
Date: 6 Agosto 2016, inizio a star male e a girare da un esame all’altro; 9 Marzo 2017 finalmente la diagnosi.
Fragilità: tutta da accogliere, godendo dell’aiuto, senza fare la recita della “malata”.
Gentilezza: di tanti conosciuti e sconosciuti
Imparare: inguaribile voglia di imparare (inguaribile anche questa) e insegnare (qualcuno mi troverà maestrina ma forse è un grande complimento)
Gioia: quello che oggi cura me è il frutto di altre/altri che hanno sperimentato e anch’io mi curo diligentemente perchè altre/altri si possano giovare delle mie esperienze
Più che una maestrina sono stata una scolara diligente, sempre ho studiato, ho fatto i compiti e le interrogazioni ben preparata.
Forse il mio posto era nell’ebraismo dove si studia sempre e nel mondo che verrà si pongono un sacco di domande e il Santo, benedetto il suo Nome, risponde…
Esodo 24,7 Quanto ha detto il Signore lo eseguiremo e vi presteremo ascolto
Queste parole dell’alleanza tra Mosè e il popolo mi sono di grande conforto in questo difficile passaggio
© Giovanna Devoto Per la Rubrica Addomesticare pensieri selvatici
Foto di ©nepalbaba
Scrivere è un modo per lasciar andare
Perchè scrivi ogni giorno? è una delle domande che mi vengono fatte più frequentemente. Seguita a ruota da “ma come fai ad avere qualcosa da dire ogni giorno?”. La domanda si è fatta più frequente perchè, adesso, non so più dove metter tutto quello che scrivo. Sembra che sia troppo. Io, siccome ogni giorno lo lascio andare, rimango sempre con una pagina bianca. E adoro il vuoto di quella pagina, dimenticandomi di quelle che mi lascio dietro alle spalle. Isak Dinensen diceva che scriveva ogni giorno, senza speranza e senza disperazione. È un po’ così anche per me.
In verità scrivo ogni giorno per tornare a casa: la casa è il luogo in cui avviene la scrittura e la scrivania è un mondo in miniatura. La scrittura mi dà quel filo tra ispirazione e auto-realizzazione di cui ho bisogno. E poi, di nuovo, non riesco a separare la scrittura dalla meditazione: scrivo ogni giorno perchè medito ogni giorno.
Medito per entrare dentro qualcosa. Dentro quello che provo. Anche scrivere riguarda l’essere dentro qualcosa.Il linguaggio ha sia significati inconsci che consci. Quando scriviamo la sfida è mettere insieme questi due livelli. Quando ci riesco lo capisco subito e lo capisci anche tu che leggi. È come se le parole avessero un suono che colpisce e affonda in profondità
Jan Chozen Bays dice “quando sei infelice guarda a cosa ti stai aggrappando e lascialo andare”. Quando mediti, ogni respiro lasci andare qualcosa. A volte un pensiero, a volte una sensazione, a volte solo l’aria. E così diventi più felice. Quando scrivi fai lo stesso. Di 1000 parole che ti corrono dentro come scimmie ne tiri fuori 10: distilli. Distilli: voce del verbo lasciar andare.
Gli autori vogliono cancellare, cancellare infinite volte quello che hanno scritto ma non essere cancellati. Quando copiamo un autore senza mettere il suo nome è come se lo cancellassimo: nessun autore vuole essere cancellato. Quindi le maestre dovrebbero stare attente a correggere i temi: a volte fanno male le correzioni.
Quando medito, ho delle intuizioni: le lascio maturare. La mindfulness si chiama anche meditazione di intuizione profonda. Ho un sacco di intuizioni quando medito. Una parte le scrivo e sono i post. Prima però le faccio maturare. Poi le condisco e tolgo di nuovo qualcosa. Alla fine quello che scrivo non è più solo mio. Cambia mentre lo scrivo e mi porta un po’ oltre a dove credevo di essere. Mi spinge avanti, proprio come la meditazione. Mi fa conoscere cose che, fino a che non le ho scritte, non sapevo di conoscere. Nel suo invitarmi a stare mi permette di comprendere che sono in uno spazio più grande di quello che credevo.
A volte basterebbe scrivere un titolo. Ogni giorno un titolo alla propria meditazione o alla propria giornata. Scriverlo per lasciarlo andare. Scrivere per distillare l’essenza. E lasciarlo insieme al sonno. Per ricominciare nuovi il giorno dopo. Con una pagina bianca. Con la mente sgombra perchè quello che dovevi dire l’hai detto e adesso puoi attraversare il vuoto. Forse scrivo perchè sono innamorata delle pagine bianche.
Non ci sono più
sono andata via
silenziosissima.
La mia vita è sgombra di me.
E tutto brilla. Chandra Livia Candiani
Pratica informale: Prova oggi, solo per questo giorno, a fare qualcosa che ti sembrerebbe impossibile fare tutti i giorni: scrivi due righe a fine giornata. Non un diario cronologico ma due parole per entrare dentro di te e darti voce. Poi domani guarda se puoi ricominciare da capo. Solo per un giorno. Non pensare mai che è per sempre. Pensa solo per un giorno, ogni giorno.
© Nicoletta Cinotti 2019
https://www.nicolettacinotti.net/eventi/la-bellezza-delle-parole-il-viaggio-interiore/
Foto di ©BOB’S COLORED WORLD
Sono abbastanza contenta di essere una donna. Una contentezza senza esagerazioni.
Sono abbastanza contenta di essere una donna. Una contentezza senza esagerazioni. Per trent’anni mi hanno chiamato con un nome da uomo – Nicola – e questo qualche dubbio, in effetti, me l’ha lasciato.
Comunque per la festa della donna non vorrei regalare mimose. Vorrei regalare una pozione perchè nessuna donna abbia paura della solitudine. Non so se qualcuno l’ha inventata questa pozione però per le donne sarebbe particolarmente utile. È perchè hanno paura della solitudine che accettano di stare in relazioni infelici. È perchè hanno paura della solitudine che non si permettono una piena espressione: una donna realizzata rimane subito antipatica e si pensa subito che sia sola (o si compiange chi vive accanto a lei). Non si compiange mai una donna che ha un marito di successo: la si invidia.
Se due donne viaggiano insieme si dice che sono due donne sole. Se due uomini viaggiano insieme sono due persone. Per tanto tempo il fatto che una donna non avesse una relazione la esponeva al rischio di epiteti poco gentili come “zitella acida”. Ancora oggi se una donna compra un cane le si chiede subito se è sola.
Il punto è che siamo tutti – uomini e donne – un misto di desiderio di essere in relazione e di desiderio di solitudine. Solo per le donne la solitudine è una sorta di punizione e il segno della loro inadeguatezza. Come se non avere una relazione fosse un difetto. Gli uomini soli hanno fascino. Le donne sole no. Come se non sapessimo tutti che le relazioni non sono eterne e che, a volte, siamo più soli quando siamo in una relazione infelice che quando siamo senza partner. Così vorrei che questa pozione ci aiutasse a non basare la nostra sicurezza solo sul pronome noi. Vorrei regalare alle donne la sicurezza di poter essere se stesse senza bisogno di un noi che le definisca. Vorrei regalare una pozione in cui stare insieme fosse una reciproca dichiarazione di unione e separatezza. Di vicinanza e distanza. Senza dipendenza e senza l’impoverimento che la dipendenza comporta.
Non importa quanto possiamo essere vicini a qualcuno, una parte di noi rimarrà sempre radicalmente sola, libera e selvaggia. E questo è vero per gli uomini come per le donne. Cercare di non essere mai sole aumenta la nostra dipendenza e sminuisce la salute delle nostre relazioni. Per poter essere pienamente noi stessi, uomini e donne hanno bisogno di essere in una rete di relazione. Ma avere un partner non è uno status symbol e non salva dalla solitudine di cui parlavo prima: siamo capaci di stare da sole. Facciamo da sole più cose di quanto siamo disposte a vedere: le facciamo da sole e le facciamo con una forza pazzesca: la forza dell’amore che proviamo per le persone della nostra vita. Abbiamo solo bisogno di sapere che la solitudine non è un abbandono. La solitudine non è una punizione. È il luogo in cui fiorisce il desiderio. il luogo in cui fiorisce la vicinanza.
Proprio come la luna che comincia a svanire dopo aver raggiunto la sua pienezza, proprio come la marea che si ritira dopo aver raggiunto la massima altezza, così due persone, dopo aver raggiunto una intensa connessione, naturalmente cominciano a tornare alla loro solitudine. Il momento di maggiore distanza è il momento in cui nasce di nuovo il desiderio di tornare insieme. John Welwood
Pratica di Mindfulness: Praticare Apri
© Nicoletta Cinotti 2018 Un percorso terapeutico verso l’accettazione radicale: Imparare a lasciar fiorire
Foto di © Kαtyefamy
Sbagliare è un dono che porta con sé un regalo: imparare
Ci sono poche condizioni più dolorose e frustranti di quelle che producono ambivalenza. Vorremmo fare una cosa ma anche il suo opposto. E questo ci fa precipitare nel dubbio e nella stagnazione. Siamo convinti che dovremmo scegliere una direzione ed eliminare l’altra ma non sappiamo quale delle due sia da scegliere. Facciamo un passo in una e subito ci assale il dubbio. Torniamo indietro e succede la stessa cosa. Può sembrare strano ma possono passare anni così, in un balletto che non conduce da nessuna parte. Un balletto tanto più doloroso perchè i temi su cui siamo ambivalenti, molto spesso sono temi vitali. Non è la scelta quotidiana quella in cui l’ambivalenza fa danni: sono le scelte esistenziali. Cambio lavoro o rimango qui? Mi separo o rimaniamo insieme? Vado a vivere in un’altra città o lascio perdere?
Sono sempre scelte che presuppongono una possibilità di cambiamento: un cambiamento di qualità.
È la nostra mente – bambino che ci fa precipitare nell’ambivalenza. Una mente che crede che le cose debbano essere bianche o nere, belle o brutte, giuste o sbagliate. Crescendo diventa sempre più necessario aprire la consapevolezza alle sfumature e alla flessibilità e permettere che la nostra ambivalenza diventi un sentimento misto. Per farlo abbiamo bisogno di aprire la mente e ammorbidire il cuore. Comprendere che possono esserci, contemporaneamente, sentimenti diversi per la stessa cosa, avere lo spazio per esplorarli, tenerli nella consapevolezza senza pensare che è vero uno o è vero l’altro, è il passaggio che abbiamo bisogno di fare. Quando ci mettiamo in questa posizione possiamo vedere tutto il panorama della nostra vita e non solo il frammento sul quale proviamo ambivalenza. E fare quell’azione che tanto temiamo: scegliere. Guardare entrambe e scegliere, sapendo che questo comporta il rischio di sbagliare.
L’ambivalenza vorrebbe eliminare l’errore dalla nostra vita: come cura è peggio della malattia che tenta di risolvere. Sbagliare è una possibilità sempre presente. Anche la stagnazione in cui ci rifugiamo per la paura di sbagliare è un errore. E, comunque, alla fine sarà la vita a decidere e quando lo farà sarà perchè abbiamo fatto tardi a scegliere e ci imporrà qualcosa che, forse, non vogliamo.
Sbagliare è un dono che porta con sé un regalo: imparare
“Questo momento è completo così com’è; io sono completo così come sono; le cose vanno bene così come sono”. Queste frasi ci permettono di rilassarci nella situazione in cui ci troviamo piuttosto che inseguire l’idea che ci sia qualcosa di sbagliato, o che abbiamo fatto o faremo qualcosa di sbagliato. Non lo diciamo per rimanere fermi ma per stare con gentilezza e apprezzamento in noi stessi. Pema Chodron
Pratica del giorno: Grounding
© Nicoletta Cinotti 2018 A scuola di grazia e non di perfezione: Ritiro di primavera 27 – 29 Aprile 2018
Photo by Tom Barrett on Unsplash
La geografia di casa
Anni fa mi sono trovata nella necessità di cercare una casa. Dovevo lasciare un luogo molto bello dove vivevamo grazie ad un benefit aziendale e temevo che nessun altro posto mi sarebbe sembrato casa. Temevo che la bellezza di quel luogo mi avesse irrimediabilmente viziata. Così, per circa due anni, abbiamo passato in rassegna un sacco di appartamenti, con un misto di curiosità, divertimento, preoccupazione.
Alla fine, una mattina, mio marito mi chiama e mi dice “è lei…secondo me l’abbiamo trovata.” La prima impressione era negativa: brutte scale, brutta facciata, 4 piani senza ascensore. Ho pensato che forse era stanco di girare per agenzie. Poi sono entrata, dentro un’altra rampa di scale. Giusto per arrivare in Paradiso, ho pensato ironicamente dentro di me, immaginandomi le conseguenze cardiovascolari a lunga scadenza. Invece era proprio lei. Non perchè fosse perfetta ma perchè, entrando dentro, ho capito che quello era un posto in cui potevo stare, potevamo stare.
Ecco questa stessa sensazione è quella che per me definisce la meditazione: la sensazione di essere tornata a casa. Magari ho vagato per i primi 10 minuti, persa nell’iperspazio di qualche teoria, poi la calma determinazione che mi invita a tornare al respiro mi permette anche di riacquistare quella sensazione tanto amata di essere a casa, padrona della geografia di casa. A volte turbolenta, a volte ampia e serena. In fondo non faccio altro che meditare per riacciuffare quella sensazione che, a volte, dura pochi attimi. In quel momento l’aver vagato, l’aver attraversato irrequietezza e torpore sono solo le tappe del viaggio che rendono ancora più bello l’arrivo. Conoscersi è essere sempre a casa: nei momenti buoni come in quelli cattivi.
Qualche giorno fa una persona che sta incontrando una malattia mi ha detto “Stranamente ho avuto più momenti di felicità da quando sono malata che prima”. Perchè spesso, per deciderci a tornare a casa, ci vuole un segnale forte. Ci sembra che, vagando, rincorrendo gli altri, cercando di farli felici per essere felici le cose saranno più facili. Non è così. Non è mai così. L’avrei abbracciata: non l’ho fatto però lo sguardo che ci siamo scambiate ha detto ad entrambe che avevamo capito. E che lì, in quella geografia, si può imparare a stare.
Possiamo viaggiare a lungo e fare moltissime cose ma la nostra felicità più profonda non nasce dall’accumulo di nuove esperienze. Nasce dal lasciar andare quello che è superfluo e sapere che saremo sempre a casa. Sharon Salzberg
Pratica di mindfulness: La consapevolezza del respiro
© Nicoletta Cinotti 2024
