Floriana Esposito,
Psicologa, Istruttore certificato di Protocolli Mindfulness Based, MBSR, Mindful Parenting e Mind Up per l’età evolutiva;
Roma, Circonvallazione Ostiense 323, c/o Ass. Tandem;
Verona, Via Montorio 68/D, c/o Studi santa Chiara.
Argomento
La precisione dell’amore
Ci sono molte situazioni in cui non abbiamo parole: a volte accade perché gli eventi ci sovrastano. Altre volte perché non siamo abituati a guardare con attenzione. Altre ancora perché la nostra fretta ci rende iper-generalizzanti.
Facciamo una sintesi estrema di tutto ciò che viviamo e di tutto ciò che sentiamo. Una sintesi che diventa una attribuzione generale di significato – positivo, negativo o neutro – a tutto ciò che accade. Alimentare questa generalizzazione è semplice: rafforza la sensazione di certezza, di forza, di sicurezza. Poco importa se poi questa certezza, forza e sicurezza sono illusorie. Sul momento sembra che siano la soluzione.
Perché non generalizzare ma definire, cercare, esplorare, percorrere la strada della precisione che non significa severità, in alcuni casi, può sembrare una grande perdita di tempo. E una conseguente perdita di forza ed efficacia.
Essere precisi significa amare i dettagli dell’esperienza, significa avere il coraggio di accoglierli anche quando non sono stati desiderati. Significa riconoscere che la grazia della nostra vita sta proprio nei dettagli, in quei momenti minimi che diventano pieni per la nostra presenza. La perdita di precisione è frutto della velocità e della generalizzazione con cui affrontiamo la nostra vita. Come se rispondere presto fosse fondamentale. In realtà aumenta il nostro senso di minaccia e di pericolo, e sfuoca il gusto per ciò che viviamo.
Evitiamo questa strada – evitiamo la precisione dell’amore – perché, per qualche strana ragione, continuiamo a considerarla una debolezza. Oppure temiamo che la chiarezza sveli qualcosa che non sappiamo sostenere. Eppure la precisione dell’amore non giustifica e non abbandona, ci rende acuti come lame affilate, definiti, presenti. Mentre l’offuscamento ci rende torpide vittime di ciò che abbiamo evitato di vedere.
Se questa è debolezza non desidero essere forte.
Sto nel riparo, nel pieno di un amore a raffica, l’amore che c’è. Chandra Livia Candiani
Pratica di mindfulness: Inclinare la mente al cuore
© Nicoletta Cinotti 2022 Riprendere i sensi tra ragione e sentimento
La tendenza a dare il massimo
La tendenza a dare il massimo è una sorta di malattia. A volte, scherzando tra me e me, la immagino come una specie di influenza. Un contagio che si diffonde con la frequentazione in luoghi competitivi. E, anche se può sembrare strano, tutti i luoghi sono competitivi perché la competizione è dentro di noi. Crediamo con convinzione che ci offra una specie di sicurezza e una forma di salvezza.
Io ne sono affetta fin dall’infanzia: prima perché ero la più piccola e volevo diventare grande. Poi perché non ero più la più piccola e volevo essere amata per qualcosa di speciale. Ormai riconosco i segni di questa malattia fin dagli esordi ma non sempre riesco a fermarmi in tempo. Prima di essere esaurita o stanchissima.
Rimango ingannata dalla mia curiosità: mi sembra tutto così interessante che è difficile evitare di metterci il naso. E una volta che ci ho messo il naso ci finisco dentro a capofitto, senza nemmeno avere il tempo di pensarci troppo. Allora ho inventato piccoli vaccini, qualche antidoto. Pochi trucchi da prestigiatrice. Siccome non posso andare a letto senza aver finito tutto, ho imparato a lasciare qualcosa in sospeso. Siccome la velocità mi inganna, tengo le cose nella cartella “Bozze” per un po’. Siccome la poesia mi salva, nei momenti peggiori apro un libro a caso e mi faccio curare dalle parole. Siccome la bioenergetica è saggia, ascolto la voce del corpo.
Sono convinto che molte malattie si manifestano perché la gente non può accettare il proprio esaurimento e continua così a lottare. Ho scritto che tutti i pazienti sulla via della guarigione attraversano una fase di esaurimento. In realtà diventano consapevoli del loro esaurimento quando si liberano dalla lotta nevrotica. L’esaurimento inoltre aiuta la guarigione: sentendosi esauriti non possono continuare la lotta nevrotica. Sentono il bisogno di guarire il loro spirito, rinnovare la loro energia; in altre parole di riposarsi. Questo indica il modo di trattare la resistenza rappresentata dalla volontà di vivere. Alexander Lowen
Pratica del giorno: Mindful bioenergetics
© Nicoletta Cinotti 2022 Mindfulness ed emozioni. Laboratorio di bioenergetica e self-compassion
Mindfulness e gestione della rabbia
Il tema della rabbia e della sua regolazione è uno dei punti centrali della pratica della mindfulness. La rabbia, dal punto di vista della mindfulness, rientra nell’area delle reazioni avversative, ossia emozioni che ci allontanano dall’esperienza nella sua ampiezza, per farci focalizzare solo su un aspetto. Rabbia e paura, sono due emozioni spesso collegate tra di loro che alimentano le risposte su base ansiosa.
Emozioni non evitabili, comportamenti modificabili
Se è inevitabile che emergano queste emozioni, non è inevitabile che la nostra risposta venga agita impulsivamente e questo vale sia per la paura che per la rabbia. La rabbia, in particolare è una emozione che innesca circoli distruttivi soprattutto dal punto di vista relazionale. Quando esprimiamo la rabbia infatti perdiamo il senso dell’altro perché siamo occupati, e a volte travolti, da questo sentimento che ci porta oltre i nostri confini. Nello stesso tempo, spesso le ragioni che attivano una risposta rabbiosa, vengono percepite come istanze imprescindibili per la nostra difesa personale. Ci sentiamo attaccati e se non siamo consapevoli delle ragioni per cui sentiamo questo sentimento, siamo portati, organismicamente, a reagire.
Lavorare con la rabbia
Il lavoro sulla rabbia richiede alcuni passaggi fondamentali:
- Ampliare la consapevolezza sulle ragioni che attivano la risposta aggressiva;
- Sciogliere le tensioni e i blocchi che mantengono attive le nostre modalità automatiche di risposta, attraverso il lavoro corporeo;
- Maturare un bagaglio di risposte comportamentali diverse.
Quest’ultimo punto in particolare è il tema più specifico della pratica di mindfulness sulla rabbia. Il processo di meditazione infatti aumenta la consapevolezza e attiva una maggiore capacità riflessiva ma poi è necessario avere degli strumenti anche pratici per gestire le situazioni che scatenano la reattività.
Prendersi cura
Quando ci arrabbiamo la tendenza è quella di attaccare chi percepiamo come causa esterna ma questo spesso ci fa dimenticare di prendersi cura della nostra ferita, ci fa disattendere un atteggiamento di compassione verso noi stessi, per sostituirlo con una posizione difensiva. In realtà il primo punto è proprio tornare a noi stessi: se la nostra casa brucia, La prima cosa che dobbiamo fare è spegnere l’incendio e solo dopo occuparci di chi ha appiccato l’incendio. La rabbia ci rende bambini feriti e la prima cosa è proprio consolare il nostro “bambino ferito” con quelle parole che solo noi possiamo trovare. Fermiamoci ed entriamo nel nostro incendio e proviamo ad abbracciare noi stessi come faremmo con un bambino ferito, dedichiamo a noi stessi quella cura, comprensione e compassione di cui abbiamo bisogno. Dopo, anche la nostra posizione rispetto all’interlocutore potrebbe essere diversa. Possiamo approfondire questo lavoro scrivendo una lettera a noi stessi, con lo scopo di dare riconoscimento alla sofferenza e non spazio alla punizione.
Osservare in profondità
I sentimenti, quando compaiono nel nostro paesaggio interiore, sono come semi non ancora maturi. Osservare in profondità che cosa succede ci permette di farli maturare e crescere. L’idea è che la causa principale della nostra rabbia non sta tanto in ciò che è avvenuto ma in come noi diamo significato a ciò che è avvenuto. E’ questo ciò che genera sofferenza e quando non sappiamo trattare la nostra sofferenza lasciamo, inevitabilmente, che questa si diffonda attorno a noi.
Se quando siamo arrabbiati non sappiamo gestire la nostra rabbia è inevitabile che cerchiamo una forma di regolazione interattiva, spargendo in giro lo stesso seme, con la speranza che qualcuno possa fermare il ciclo della rabbia e comprenderci.
Fermare il ciclo della rabbia
Molto spesso il nostro modo di trattare le emozioni, e la rabbia in particolare, è appreso. Ci arrabbiamo come qualcuno di significativo – nostro padre e/o nostra madre – e ripetiamo a ruoli invertiti la situazione vittima/carnefice. Questa identificazione con l’aggressore è una reazione difensiva che quasi inevitabilmente si verifica per proteggerci dalle conseguenze della rabbia altrui. Da bambini non possiamo che difenderci dalla rabbia dei nostri genitori o degli adulti con cui abbiamo a che fare, e lo facciamo lasciando che una parte di noi si identifichi con quella modalità di risposta allo stress e alla frustrazione.
Con la mindfulness possiamo interrompere questo ciclo e finalmente liberarci dal nostro desiderio di vendetta. Un desiderio che punisce noi per primi.
Prendersi cura dell’altro
Questa interruzione del ciclo della rabbia può arrivare a farci prendere cura anche della sofferenza dell’altro. Possiamo farlo comunicando con affetto quello che stiamo cercando di fare, il nostro sentimento di rabbia e il nostro desiderio di non agirlo. Nel farlo possiamo chiedere aiuto al nostro interlocutore: possiamo dirgli quanto valore ha per noi la relazione con lui, ricordargli che valore ha la sua comunicazione e ogni volta che la rabbia torna a fare capolino possiamo fermarci, respirare consapevolmente e riprendere a parlare solo quando siamo di nuovo padroni delle nostre emozioni.
Se vogliamo prepararci a questa difficile fase di elaborazione della rabbia possiamo farlo attraverso la pratica di Metta. Perché la felicità, come dice Thich Nhat Hanh, non è una questione individuale.
© Nicoletta Cinotti 2022
Bibliografia
Nicoletta Cinotti, Mindfulness ed emozioni, Gribaudo editore
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Mindfulness ed emozioni, Laboratorio di Mindfulness e Self-compassion con Nicoletta Cinotti e Paolo Scocco dal 20 al 23 Ottobre
Non siamo oggetti meccanici
Ho sempre pensato che la legge causa effetto – in campo umano – abbia fatto molti danni. Ci fa credere che un’evento possa avere, necessariamente, un solo tipo di conseguenza.
Ci fa pensare che la nostra storia disegni le possibilità della nostra vita. Ci arricchisce la mente di spiegazioni che, in realtà non spiegano e, soprattutto, non cambiano nulla.
Non siamo oggetti meccanici: per gli oggetti meccanici la legge di causa – effetto è perfetta. Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Nel mondo umano, se rispondiamo ad ogni azione con una reazione uguale e contraria, costruiamo una faida o un’escalation. Se pensiamo a noi stessi solo in termini di meccanismi di difesa non abbiamo tante alternative se non seguire la legge del meccanismo. Se pensiamo a noi stessi solo in termini di funzionamento è inevitabile che buona parte di noi rientri in una categoria non conforme.
In realtà ogni aspetto disfunzionale – o, se preferite nevrotico – non è mantenuto attivo da una relazione causa-effetto ma da uno schema di risposta che ha la sua energia e la sua velocità. Uno schema – quello sì meccanico – che toglie alla nostra storia, la sua assoluta novità per ripeterla sempre uguale in modo che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria.
Più è rapido nella sua attivazione e più è difficile fermarlo ma una volta che siamo in grado di rallentare, tanto da entrarci con consapevolezza, qualunque legge causa-effetto cede il posto al potere della presenza e della scelta, che ci fa divergere dallo schema in modi impercettibili e indefiniti. Modi che nel tempo danno alla nostra storia la sua assoluta novità.
Ci sono alcuni fraintendimenti riguardo alla pratica della meditazione. Alcuni la considerano uno stato della mente simile alla trance. Altri la pensano come un addestramento nel senso di una ginnastica mentale. Ma la meditazione non è nessuna delle due cose, benché richieda di rapportarsi agli stati nevrotici della mente. Uno stato nevrotico della mente non è una cosa impossibile o difficile con cui rapportarsi. Ha energia, velocità e un suo schema. La pratica della meditazione implica lasciar essere, cercare di stare con lo schema, con la sua energia e la sua velocità. Chogyam Trungpa
Pratica del giorno: Il panorama della mente
© Nicoletta Cinotti 2022
La nostra salute mentale
Forse l’illusione più grande è quella di credere che – attraverso la nostra mente, attraverso i nostri pensieri – potremo cambiare quello che sentiamo.
È così forte la fiducia che abbiamo nelle nostre capacità mentali che questa convinzione ci sembra la più logica e naturale, anche se viene continuamente contraddetta dall’esperienza.
Non basta ripetersi mentalmente le cose per cambiare. È necessario darsi la possibilità di fare una esperienza diversa perché il cambiamento possa mettere radici. La causa della nostra diffidenza o difficoltà a cambiare attraverso l’esperienza è che richiede tempo. Non si vedono subito i risultati. In alcuni momenti ci potrà sembrare che nulla stia cambiando. Mentre invece, con le idee, identifichiamo il momento in cui abbiamo capito con il momento in cui siamo cambiati.
Rimaniamo perciò sorpresi al ripetersi dello stesso errore: l’avevamo capito, com’è possibile che abbiamo sbagliato di nuovo?
La mente comprende senza il lusso del sentire e rende così gli ostacoli, gli imprevisti e le difficoltà inesistenti. Ma è solo una apparenza: alla fine cambiamo a partire dal basso, da quello che abbiamo sentito emotivamente e nel corpo.
La nostra salute mentale non risiede nelle nostre idee o nelle nostre convinzioni. Risiede nella nostra capacità di accettare le cose così come sono, nel nostro desiderio di esplorarle per comprenderle e nella capacità di imparare dall’esperienza, piacevole, spiacevole o neutra che sia. Il fatto che la vita ci ponga continue difficoltà o sfide non significa che non andiamo bene; significa che stiamo imparando.
La salute emotiva risiede nella nostra abilità di accettare la realtà senza scappare. Alexander Lowen
Pratica del giorno: Grounding
© Nicoletta Cinotti 2022
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