In un angolo del cortile, tra la schiuma di sapone,
alcune rose si sono piegate sotto il peso del loro profumo.
Nessuno ha sentito l’odore di queste rose.
Nessuna solitudine è piccola.
© Ghiannis Ritsos
mindfulness
Rifiuta la situazione non rifiutare di imparare
Forse siamo diversamente curiosi. Ci sono persone molto curiose e altre meno. Tutti però abbiamo bisogno di conoscere e di conoscerci: senza questa possibilità la nostra vita è vuota, determinata dalle influenze esterne.
Ma quello che limita la nostra conoscenza personale non è solo la curiosità. L’effetto più profondo è dato dall’accettazione. Se non accettiamo quello che accade e quello che proviamo, lo teniamo fuori dalla porta. E tenendolo fuori, non potremo mai conoscerlo.
È vero per tutto: per le cose piacevoli come per quelle spiacevoli — anche se siamo ovviamente molto più restrittivi nei confronti delle seconde. Accadono, le etichettiamo come negative (anche se spiacevole non equivale a negativo, così come piacevole non equivale a positivo) e cerchiamo di non farle entrare, di non esplorarle, di non farle durare. Ci opponiamo alla vita, lottiamo contro la realtà perché quello che è accaduto non sia dentro la nostra esistenza. Una battaglia impossibile: è già successo. Rifiutarlo non lo cancella. Ci impedisce però di conoscerlo, di imparare, di cambiare. Perché se non impariamo, apriamo la porta alla ripetizione: quell’evento tornerà a ripresentarsi finché non avremo imparato a rispondere diversamente.
Accettare non significa dire che una situazione ci va bene. Significa esplorare quello che è accaduto per permetterci di imparare dall’esperienza.
La vera ragione per cui rifiutiamo di accettare è sempre la stessa vecchia ragione. Non è perché l’accaduto è spiacevole, e nemmeno perché non ce lo meritavamo. Non accettiamo perché abbiamo paura di scoprire una nostra misteriosa inadeguatezza. Una nostra misteriosa responsabilità. Ma non siamo inadeguati: siamo solo resistenti rispetto ai compiti che la vita ci assegna. E la vita, si sa, è come l’insegnante che non abbiamo amato a scuola: non sente ragioni.
Non accettare, non conoscere, predispone alla ripetizione. Perché la vita è scolastica e non permette di saltare esami.
Avete il diritto di accettare e rifiutare ma quando rifiutate non vi chiudete: rifiutate la situazione non rifiutate di imparare. Chogyam Trungpa
Pratica di mindfulness: Ascoltare profondamente
© Nicoletta Cinotti 2026 Il protocollo di Mindfulness interpersonale
Quando il corpo diventa un nemico
Uscire dalla trappola dell’ansia ipocondriaca
—
Mi sono svegliata alle tre di notte con un formicolio al braccio sinistro.
Il braccio sinistro. Quello che nei film è sempre il segnale di qualcosa di grave. Invece di girarmi dall’altra parte e tornare a dormire — cosa che una persona ragionevole avrebbe fatto — ho iniziato a muovere le dita. A stringere il pugno. A sentire il battito. Era veloce? Era troppo veloce? O forse era lento? Non ricordavo più com’era il mio battito normale.
Così ho fatto quello che fanno tutti alle tre di notte quando l’ansia si sveglia prima di loro: ho preso il telefono e ho cercato “formicolio braccio sinistro”. Google mi ha offerto un menù di catastrofi. Ictus, infarto, ernia cervicale, sclerosi multipla. Ho letto tutto. Ho controllato altri sintomi. Ho misurato di nuovo il battito.
Quando è arrivata l’alba ero distrutta. Non per la malattia che non avevo — ma per l’ansia che mi ero costruita da sola, mattone dopo mattone, ricerca dopo ricerca, controllo dopo controllo. In compenso ho risposto a messaggi che aspettavano da tempo e mail che giacevano speranzose. Come, penserai, proprio tu soffri di ansia ipocondriaca? In realtà non è successo quello che ti ho raccontato ma potrebbe succedere perché è uno schema comune e ricorrente. L’ho raccontato in prima persona proprio per dirti, “Succede a tutti!” e togliere da queste paure quel senso di vergogna che l’accompagnano e lo rendono ancora più faticoso. Come direbbe Paolo Conte, siamo umani, sbagliamo da professionisti e ogni tanto il corpo ci fa preoccupare!
Questo episodio è comune. Così comune che molte di voi, leggendo, staranno annuendo. Il corpo che diventa un campo minato. Ogni sensazione un potenziale segnale di allarme. Ogni battito strano una domanda senza risposta. Ogni neo che sembra cambiato un’intera notte insonne.
L’ansia ipocondriaca è questo: non la paura di una malattia specifica, ma la paura del proprio corpo. Il sospetto costante che qualcosa, da qualche parte, stia andando storto. E la convinzione che l’unico modo per proteggersi sia controllare, controllare, controllare.
Ma è proprio qui che sta la trappola.
Come funziona il meccanismo
Lasciami spiegare come funziona questo meccanismo, perché capirlo è il primo passo per uscirne.
Tutto inizia con una sensazione. Un battito irregolare. Un dolorino al fianco. Una fitta alla testa. Sensazioni che il corpo produce continuamente — il corpo è rumoroso, è vivo, manda segnali tutto il tempo. In una persona senza ansia ipocondriaca, queste sensazioni passano inosservate o vengono archiviate come “cose normali”.
Ma se hai l’ansia ipocondriaca, il tuo cervello interpreta quella sensazione come un segnale di pericolo. Si accende l’allarme. E cosa fai quando scatta un allarme? Controlli. Ti tocchi. Ti guardi. Googli. Chiedi al partner “secondo te è normale?”. Vai dal medico. E per un momento — solo per un momento — ti senti meglio.
Ecco il problema: quel sollievo temporaneo è esattamente ciò che mantiene in vita l’ansia.
Ogni volta che controlli e ti senti sollevata, stai insegnando al tuo cervello una cosa precisa: quella sensazione ERA pericolosa, per questo avevi bisogno di controllarla. E la prossima volta il cervello si attiverà ancora di più, ancora prima, ancora più forte. Avrai bisogno di una dose più alta di rassicurazione. E poi di una ancora più alta. È un ciclo che si autoalimenta, come un cane che si morde la coda.
Il paradosso è crudele: la rassicurazione non risolve l’ansia. La mantiene.
Ho visto questo meccanismo in tante persone che vengono nel mio studio. Una donna mi ha detto: “Ho fatto tre ecografie in sei mesi. Ogni volta il medico mi dice che va tutto bene. Ma dopo una settimana il dubbio torna”. Non tornava nonostante le ecografie. Tornava a causa delle ecografie. Ogni controllo era un messaggio al cervello: c’è qualcosa da controllare.
I comportamenti che mantengono l’ipocondria sono essenzialmente quattro. Il body checking — controllare continuamente il corpo, il battito, i nei, la pressione. La ricerca di rassicurazione — dai medici, da Google, dai familiari. L’evitamento — di notizie mediche, di ospedali, di tutto ciò che ricorda la malattia. E la rimuginazione — pensare, ripensare, analizzare all’infinito.
Tutti questi comportamenti hanno la stessa funzione: ridurre l’ansia nel breve termine. E tutti hanno lo stesso effetto: aumentarla nel lungo termine.
Un po’ di bioenergetica
Alexander Lowen, il padre della bioenergetica, ha osservato qualcosa di sorprendente nelle persone con ansia ipocondriaca. Ti aspetteresti che siano molto connesse al corpo, visto che lo controllano sempre. Invece è il contrario: sono profondamente disconnesse.
In uno dei suoi libri più densi, “Il narcisismo”, Lowen scrive che il corpo “insensibile alle emozioni” può essere “abitato da forti angosce ipocondriache che lo rendono paradossalmente iper-attento a tutte le variazioni fisiche, costruendo però, anziché percezioni, delle allucinazioni mentali o delle fantasie.”
Questa frase mi ha colpita la prima volta che l’ho letta, e continua a colpirmi. L’ipocondriaco non percepisce il corpo — lo sorveglia. Non lo abita — lo controlla da fuori. C’è una differenza enorme.
Prova a pensarla così. Abitare una casa significa conoscerla. Sai quali scricchiolii fanno parte della vita della casa, quali rumori fa il termosifone quando si accende, come suona la pioggia sul tetto. Non ti spaventi se senti un rumore di notte — lo riconosci.
Sorvegliare una casa è diverso. Sei fuori, guardi attraverso le telecamere di sicurezza. Ogni ombra è un potenziale intruso. Ogni rumore un segnale di allarme. Sei vigile, attenta, sempre all’erta — ma non conosci davvero quella casa. La controlli, non la vivi.
L’ansia ipocondriaca è esattamente questo: essersi trasferite nella testa e guardare il corpo da fuori, con sospetto, come un territorio nemico. Sorvegliare invece di abitare. Controllare invece di sentire.
E questa è la differenza su cui lavorare.
Controllare è un’operazione mentale. Viene da fuori. Cerca anomalie. È “il mio battito è regolare? Quanti battiti al minuto? È normale o no?”. Controllare presuppone un giudizio, una valutazione, un verdetto.
Sentire è un’operazione corporea. Viene da dentro. Non cerca nulla — nota. È “cosa sento in questo momento nel petto?”. Sentire non giudica. Accoglie quello che c’è.
La via d’uscita dall’ansia ipocondriaca non è controllare meglio o controllare di più. È tornare ad abitare. È passare dal sorvegliare al sentire. È rientrare in quella casa che è sempre stata tua, anche quando ti sembrava territorio nemico.
Piccoli suggerimenti utili
Prima di condividere alcuni strumenti pratici, voglio essere chiara: quello che sto per dire funziona per l’ansia ipocondriaca quotidiana, quella che tante di noi sperimentano senza che diventi invalidante. Se l’ipocondria sta rovinando la tua vita — se non riesci a lavorare, a dormire, a vivere — cerca un aiuto professionale. La terapia cognitivo-comportamentale per l’ansia da malattia funziona molto bene, ed è un atto di cura verso te stessa chiederla.
Detto questo, ecco cosa puoi iniziare a fare da oggi.
Il primo strumento è quello che chiamo la regola dei trenta minuti. Quando senti l’urgenza di controllare — il battito, il neo, la sensazione — non farlo subito. Aspetta. Metti un timer per trenta minuti e osserva cosa succede.
Quello che succede è questo: l’ansia sale. Sale ancora. Raggiunge un picco. E poi — senza che tu abbia fatto nulla — inizia a scendere. Da sola.
Questa è un’informazione fondamentale che l’ansia ipocondriaca ti nasconde: l’ansia non dura per sempre. Ha una curva. Sale e scende. Ma se controlli PRIMA che scenda, non lo scopri mai. Rimani convinta che l’unico modo per calmarla sia controllare. E controlli sempre di più.
All’inizio sarà difficile. L’urgenza di controllare sembrerà irresistibile. Va bene iniziare con dieci minuti, con cinque. L’importante è sperimentare, anche solo una volta, che l’ansia può calmarsi senza che tu faccia nulla.
Il secondo strumento riguarda Google (o l’AI). Devi metterlo a dieta, o meglio ancora, toglierlo del tutto — almeno per quanto riguarda i sintomi. Ogni ricerca che fai su “dolore fianco destro cosa può essere” è una dose di rassicurazione. E come tutte le dosi, ne avrai bisogno di una più grande la prossima volta.
Se non riesci a eliminare completamente le ricerche, limitale: cinque minuti al giorno, a un’ora precisa che non sia le tre di notte. E poi basta. Quando senti l’urgenza di cercare, sostituisci Google con una frase: “Non ho bisogno di sapere adesso. Posso tollerare l’incertezza.”
Il terzo strumento è scegliere una sola fonte medica. Un medico di riferimento, non tre specialisti più il pronto soccorso più l’amica infermiera. Quando chiedi rassicurazione a più fonti, le risposte sono sempre leggermente diverse — e il tuo cervello ansioso si attacca alle differenze. “Ma quello ha detto così e l’altra ha detto cosà…” Il dubbio si moltiplica invece di risolversi.
Un solo medico. Una sola voce. E fidati di quella voce.
Il quarto strumento è il più importante, ed è quello che ti riporta dalla sorveglianza all’abitare. Quando noti una sensazione nel corpo, il pilota automatico parte con “COS’È QUESTO?!” — con tre punti esclamativi e la voce allarmata. Prova invece a dire “Oh, interessante. Cosa sento?” — con un punto interrogativo gentile.
Non stai cercando una diagnosi. Stai cercando una sensazione. C’è calore? Freddo? Tensione? Pulsazione? La sensazione è ferma o si muove? Non giudicare. Non interpretare. Solo nota.
Questo è il passaggio dal controllare al sentire. Dal chiedere “cosa c’è che non va” al chiedere “cosa c’è”. Dal sorvegliare la casa al viverci dentro.
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Pratica: Tornare ad abitare
Tempo: 10-15 minuti
Cosa ti serve: Un posto tranquillo dove sederti, nient’altro
Prima parte — Radicamento (3 minuti)
Siediti in una posizione comoda. Senti il contatto con la sedia o il cuscino sotto di te. I piedi sul pavimento. Il peso del corpo che si appoggia.
Fai tre respiri profondi, lasciando che l’espirazione sia più lunga dell’inspirazione. Non stai cercando di cambiare nulla. Stai solo arrivando qui.
Seconda parte — Dall’allarme alla curiosità (7-10 minuti)
Metti una mano sul petto. Non per controllare il battito — per sentire il calore della mano attraverso i vestiti.
Adesso nota: cosa senti sotto la mano? Non “cosa c’è che non va”. Solo: cosa c’è?
Forse senti il battito. Non contarlo. Sentilo. È come un’onda? Come un tamburo? Come un uccello che batte le ali? Non c’è una risposta giusta. C’è solo quello che senti tu, adesso.
Forse senti il respiro. Il torace che si alza. Che si abbassa. Nota il movimento — non il ritmo, non la frequenza. Il movimento.
Se arriva un pensiero allarmato — “è troppo veloce”, “è strano”, “e se fosse…” — notalo come noteresti una nuvola che passa. Non devi seguirlo. Non devi combatterlo. Puoi semplicemente tornare alla sensazione.
Cosa senti adesso, sotto la mano?
Terza parte — Espandere (2 minuti)
Lentamente, lascia che l’attenzione si espanda. Dalla mano sul petto al resto del corpo. Le spalle. La pancia. Le gambe. I piedi.
Non stai facendo un inventario. Non stai cercando problemi. Stai visitando la tua casa. Stanza per stanza. Con curiosità, non con sospetto.
Quando sei pronta, togli la mano dal petto. Fai un respiro profondo. Apri gli occhi.
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Se durante la pratica ti sei accorta di quanto sia difficile sentire senza controllare, non preoccuparti. È normale. È esattamente ciò che l’ansia ipocondriaca ci insegna a fare — sorvegliare, non abitare. Disimpararlo richiede tempo e gentilezza verso noi stesse.
Nel ritiro di febbraio “Diventare amici dell’incertezza” lavoreremo in profondità su questo passaggio — dal controllare al sentire, dal sorvegliare all’abitare. Con il supporto del gruppo, con le pratiche, con il tempo lento che solo un ritiro può offrire.
Per ora, ti lascio con un’immagine. Il tuo corpo non è un campo minato da attraversare con cautela. Non è un nemico da sorvegliare. Non è una casa abbandonata piena di pericoli.
È la tua casa. L’unica che hai. E puoi scegliere, un respiro alla volta, di tornare ad abitarla.
Con grazia e grinta
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026
Il corpo che sente prima di noi
Stamattina mi sono svegliata con un peso sul petto. Non un dolore, non un sintomo — un peso. Come se qualcuno avesse appoggiato una mano tiepida proprio lì, sullo sterno, e premesse leggermente.
Ho impiegato qualche minuto a capire che era tristezza.
Succede così, spesso: il corpo sa prima di noi. Sente, registra, risponde — mentre la mente è ancora impegnata a fare la lista della spesa o a ripassare la riunione di ieri. Il corpo non ha bisogno di capire per sentire. Sente e basta.
Eppure non tutti abbiamo la stessa facilità nel cogliere questi segnali. Ci sono persone che vivono il corpo come un compagno di viaggio silenzioso ma presente, e altre per cui il corpo è un estraneo che si fa vivo solo quando qualcosa non va — un dolore, una malattia, un sintomo che chiede attenzione.
La domanda che mi accompagna da anni, nel mio lavoro e nella mia pratica personale, è questa: l’attenzione al corpo è qualcosa di naturale che abbiamo disimparato, o è un’abilità che alcuni sviluppano e altri no?
Quando ero più giovane, pensavo che le emozioni fossero fatti mentali. Qualcosa che accadeva “nella testa”. Poi ho iniziato a praticare, a osservare, ad ascoltare — me stessa e le persone che venivano da me in terapia. E ho capito che le emozioni sono, prima di tutto, fatti corporei.
La rabbia ha una temperatura. La paura ha una posizione — spesso nella gola o nello stomaco. La gioia ha un movimento — verso l’alto, verso l’esterno. La tristezza ha un peso — verso il basso, verso l’interno.
Quello che chiamiamo “emozione” è in realtà un insieme di sensazioni fisiche a cui diamo un nome. E la nostra capacità di sentire quelle sensazioni — di notarle, di distinguerle, di abitarle — fa un’enorme differenza nel modo in cui viviamo la nostra vita emotiva.
Una cosa che ho osservato in tanti anni di lavoro: le persone che hanno una buona consapevolezza corporea riescono a distinguere tra un sintomo fisico e la paura che associano a quel sintomo.
Faccio un esempio concreto. Sento una fitta al petto. Se ho poca consapevolezza corporea, quella fitta diventa immediatamente “potrebbe essere il cuore” — e la paura si mescola al sintomo, lo amplifica, lo trasforma in qualcosa di più grande di quello che è. Se invece ho imparato ad ascoltare il corpo con attenzione, posso notare la fitta, esplorarne la qualità (è muscolare? cambia con il respiro? dove esattamente si trova?), e contemporaneamente notare la paura che emerge — senza confondere le due cose.
Questa capacità di distinguere non è un dono. Si impara. Si allena. È una delle cose che accadono quando pratichiamo la mindfulness con costanza: il corpo smette di essere un oggetto misterioso che manda segnali incomprensibili e diventa un interlocutore con cui possiamo dialogare.
C’è un’altra cosa importante che ho capito: quello che le persone raccontano delle loro sensazioni fisiche ed emotive è quasi sempre un resoconto prezioso e sottovalutato.
Per anni la medicina e la psicologia hanno guardato con sospetto i resoconti soggettivi. “È solo una sensazione.” “Sarà suggestione.” “Non c’è niente di oggettivo.” Come se l’esperienza vissuta fosse meno reale di un esame del sangue.
Ma le ricerche — e la mia esperienza clinica — dicono altro. Quello che sentiamo nel corpo, se impariamo ad ascoltarlo con attenzione, è spesso un indicatore accurato di quello che sta succedendo dentro di noi. Non sempre, certo. Ma molto più spesso di quanto pensiamo.
Il problema non è che le persone “si immaginano” i sintomi. Il problema è che non abbiamo imparato a distinguere tra la sensazione fisica e l’emozione che la accompagna — e così le due cose si mescolano in un groviglio che sembra impossibile da dipanare.
Allora come si fa? Come si sviluppa questa consapevolezza corporea che permette di sentire con più chiarezza, di distinguere con più precisione, di abitare il corpo con più confidenza?
Non c’è una risposta unica, ma c’è una direzione: rallentare, fermarsi, ascoltare.
Il corpo parla continuamente. Il problema è che di solito siamo troppo occupati a pensare per sentirlo. La pratica — che sia meditazione, yoga, bioenergetica, o semplicemente qualche minuto di silenzio attento — crea lo spazio perché quella voce possa essere udita.
Non si tratta di diventare ossessionati dalle sensazioni fisiche. Si tratta di includere il corpo nella nostra consapevolezza quotidiana. Di chiederci, ogni tanto: cosa sento adesso? dove lo sento? che qualità ha questa sensazione?
Con il tempo, queste domande diventano automatiche. E il corpo, che sembrava un estraneo, diventa la casa in cui finalmente abitiamo.
Quel peso sul petto di stamattina? L’ho lasciato stare. Non ho cercato di capirlo, di risolverlo, di farlo andare via. L’ho sentito, l’ho nominato — tristezza — e l’ho portato con me nella giornata.
A un certo punto, senza che facessi nulla, si è alleggerito. Come fa la pioggia quando smette di piovere. Non perché l’ho combattuto. Perché l’ho lasciato essere.
Forse è questo il segreto: il corpo non ha bisogno che lo aggiustiamo. Ha bisogno che lo ascoltiamo
© Nicoletta cinotti 2026
Rimpianti caldi o freddi? Questo è il problema!
L’ansia delle scelte e il paradosso del rimpianto
Ieri nella diretta Instagram abbiamo toccato un nervo scoperto: quella paralisi che ci coglie davanti alle decisioni importanti. I messaggi che mi sono arrivati dopo mi hanno convinta a scriverne, perché evidentemente non sono sola — non siamo sole — in questa lotta silenziosa con le scelte che contano.
Anna è una donna brillante, con una carriera invidiabile alle spalle e altrettante invidiabili prospettive davanti. Niente di regalato: ha lavorato duro per essere dov’è.
Giovanna, di pochi anni più grande, è in una situazione simile. Si era data un obiettivo di carriera che ha raggiunto e che, adesso, le sta stretto, anzi strettissimo. Due donne coraggiose, attorno ai 50 anni con almeno altri 10-15 anni di lavoro davanti. Eppure devono prendere una decisione e sono entrambe bloccate. Perché? Perché entrambe vanno in ansia — molta ansia — all’idea di perdere, di correre un rischio. Il loro sistema nervoso realizza in pieno uno dei paradossi del nostro modo di funzionare: l’avversione alla perdita.
È diverso per gli uomini? No, non è diverso. Nelle stanze della terapia incontro continuamente questa dinamica: uomini che rimandano scelte professionali cercando qualcuno a cui delegare la responsabilità della decisione, così se non funziona possono dire che ha sbagliato qualcun altro. Altri che passano mesi a dirmi che non sanno cosa decidere per il loro futuro perché niente piace davvero, e alla fine ammettono cosa desiderano e perché non lo realizzano: perché hanno paura del rischio che comporta.
Insomma, soffrono tutti della stessa paralisi di fronte a scelte di vita importanti. Si chiama avversione alla perdita e fa sì che il rischio di perdere sembri molto più grande del vantaggio di agire.
Il problema, però — molto a posteriori — è il rimpianto.
Il rimpianto per ciò che non è stato
Sembra che l’84% delle persone rimpiangano cose che non hanno fatto più che le scelte sbagliate. I rimpianti più tipici sono non essere stati fedeli a sé stessi, aver lavorato troppo, non aver espresso i propri sentimenti, aver trascurato le amicizie, non essersi concessi più piacere. Tutti rimpianti per omissione: cose non fatte, non dette, non vissute. In una parola, tendiamo a pentirci di più di quello che non abbiamo fatto. Il problema è che siamo pessimi nel prevedere come ci sentiremo e sottostimiamo le nostre capacità di adattamento.
La domanda più utile forse non è “me ne pentirò?” ma “quale rimpianto posso accettare di portare con me?” Perché qualunque strada sceglieremo, lasceremo qualcosa indietro. Ogni volta che attraversiamo una transizione — la fine di una relazione, un cambiamento di lavoro, un figlio che se ne va, un corpo che si trasforma — siamo chiamati a “lasciare” qualcosa: un’identità, un’immagine di noi, un progetto di vita.
A trent’anni puoi prendere malissimo una delusione. A settanta puoi rinascere.
Il coraggio di scegliere
Scegliere è sempre un atto di fiducia, al buio. Non possiamo eliminare l’incertezza — che è proprio quello che ci paralizza nelle scelte — e la incontriamo in tutti i campi della nostra vita. Il punto è che esiste un pattern temporale per il rimpianto. Le azioni causano più dolore nel breve termine, ma le inazioni vengono rimpiante di più nel lungo periodo. Questa asimmetria temporale è determinata da molteplici fattori: processi psicologici che diminuiscono il dolore delle azioni rimpiangibili nel tempo, processi che amplificano il dolore delle inazioni, e differenze nella disponibilità cognitiva di questi due tipi di rimpianti.
Nel mio caso continuo a rimpiangere di essere rimasta troppo a lungo in una situazione professionale e, se potessi tornare indietro, uscirei molto prima. La nostra mente simula costantemente scenari alternativi, e questo processo è alla base del rimpianto. Io sono rimasta per paura e per fedeltà, perché scegliere a volte comporta una sorta di “tradimento” delle aspettative di persone che amiamo o il cui giudizio è importante per noi.
Kahneman, lo psicologo premio Nobel, ha sviluppato una teoria su questi elementi: la Norm Theory, che definisce come la risposta affettiva a un esito sia influenzata dalla grandezza della differenza tra l’esito atteso e quello effettivo. In pratica, le inazioni vengono viste come normali e le azioni come insolite, il che rende cognitivamente più facile pensare a ragioni per non agire che per agire — e di conseguenza le azioni non fatte vengono rimpiante di più.
Rimpianti caldi o freddi?
I rimpianti per le azioni evocano principalmente emozioni “calde” (come la rabbia), mentre i rimpianti per le inazioni evocano sentimenti che vanno dalla malinconia fino alla depressione. Quindi alcuni rimpianti per le inazioni sono effettivamente solo malinconici, mentre altri sono davvero problematici.
Il rimpianto “caldo” è un’azione andata male: brucia intensamente ma si spegne — “Ho detto quella cosa terribile” → rabbia verso sé stessi, ma elaborabile. Io ho diversi rimpianti caldi che affronto ogni giorno per cercare di riparare. Sono tutti legati a qualche parola di troppo: non smetterò mai di essere toscana!
Il rimpianto “freddo” (inazione) può essere dolce-amaro (“chissà come sarebbe stato…”) oppure devastante (“ho sprecato la mia vita”). È questo secondo tipo che ci perseguita. Io ho un grande rimpianto freddo: non mi perseguita, ma ci penso ogni tanto e lo mastico ancora a distanza di 18 anni.
La domanda-bussola diventa: “Sto per creare un rimpianto caldo che posso elaborare, o un rimpianto freddo che rischia di diventare un fantasma?”
Mindfulness e decisioni
A mia parziale giustificazione posso dire che, in quel periodo, meditavo ma non con la pratica di mindfulness — e questo ha contribuito a farmi rimanere. Usavo una forma di meditazione trascendentale, basata sull’elevazione spirituale: per me non è stata una buona idea.
Anche solo 15 minuti di pratica riducono significativamente la tendenza a rimanere intrappolati in investimenti passati — emotivi, relazionali, professionali. Una serie di studi ha dimostrato che la mindfulness aumenta la resistenza al sunk-cost bias perché diminuisce il focus sul passato e sul futuro, riduce le emozioni negative, e porta a decisioni meno condizionate dai costi già sostenuti.
Cos’è il sunk cost bias? (O fallacia dei costi sommersi/irrecuperabili.) È un pregiudizio cognitivo che porta a continuare a investire risorse — tempo, denaro, energia — in un progetto o situazione fallimentare, solo perché si sono già investite molte risorse in passato, rendendo difficile accettare la perdita e guardare avanti razionalmente, anche se è più vantaggioso abbandonare. Insomma, se lo vedete scritto sono sicura che vi farà venire in mente alcune situazioni in cui questo bias cognitivo ha fatto la differenza. Ma perché rimaniamo inerti?
Il loop dell’inerzia
Ricapitolando: rimaniamo fermi per paura di perdere, per attaccamento allo status quo e per la paura di prendere una decisione sbagliata. Il problema però è che l’inerzia innesca un loop che diminuisce le probabilità che venga successivamente fatta una scelta attiva. In pratica: se non ho colto l’occasione “perfetta” (il lavoro ideale, la relazione giusta, il momento propizio), divento meno propensa a cogliere anche le occasioni “buone” successive. È la trappola del “ormai è troppo tardi” o “non sarà mai come quella volta”.
L’effetto è radicato nella loss aversion: quando perdiamo un’offerta particolarmente attraente, sperimentiamo un senso di perdita. Di fronte a un’opzione meno attraente, la perdita potenziale del non agire (avendo già perso un’occasione migliore) supera il guadagno potenziale dell’opzione disponibile.
E adesso è proprio il caso di dire: “Che fare?”
Distinguere la paura dalla saggezza
Io non sono appassionata di rischi inutili e nemmeno amo quei coach che dicono che osare sempre è meglio che non osare. Vorrei distinguere tra quando il rischio vale la pena e quando è una follia — e so che la discriminante è la paura.
A volte la paura ci sta dicendo qualcosa di importante. A volte fermarsi è la scelta giusta. Il problema è che nel momento della decisione, le due voci sembrano identiche.
Ecco alcune domande che possono aiutarci a distinguerle — domande che vengono dalla pratica, non solo dalla teoria.
Prima domanda: Cosa sento nel corpo?
La paura che ci imprigiona tende a contrarci, a chiuderci, a farci sentire piccoli. È una paura che stringe. La paura che ci protegge — quella che i nostri antenati chiamavano saggezza — ha spesso una qualità diversa. È più quieta, meno agitata. Non urla; sussurra. Non ci dice “scappa!” ma “aspetta, guarda meglio”.
Nella pratica della mindfulness impariamo ad ascoltare il corpo con attenzione. Il corpo spesso sa prima della mente. Quella stretta allo stomaco, quel respiro corto — cosa stanno cercando di dirci?
Seconda domanda: Chi parla in me mentre scelgo?
Abbiamo molte voci interiori. C’è il critico — quello che ci dice che non siamo abbastanza, che falliremo, che non meritiamo. C’è il bambino spaventato — quello che teme l’abbandono, il rifiuto, il dolore. C’è il conformista — quello che si preoccupa di cosa penseranno gli altri.
E poi c’è un’altra voce. Più quieta, spesso coperta dal rumore delle altre. È la voce che sa cosa conta davvero. Quella che, quando tutto tace, ci indica la direzione.
La pratica contemplativa ci aiuta a riconoscere queste voci, a chiamarle per nome, a non confonderle con la nostra verità più profonda.
Terza domanda: Sto evitando il dolore o sto scegliendo ciò che conta?
C’è una differenza fondamentale tra non fare qualcosa perché non è giusta per noi, e non fare qualcosa perché abbiamo paura di ciò che richiede.
Nel primo caso, l’inazione è una forma di fedeltà a noi stessi. Nel secondo caso, l’inazione è un tradimento. Solo noi possiamo sapere quale delle due è vera. Ma dobbiamo essere disposti a guardare con onestà — e questo richiede coraggio.
Qui entra in gioco la self-compassion, il lavoro di Kristin Neff che ha cambiato il modo in cui pensiamo alla gentilezza verso noi stessi. La self-compassion non è debolezza, non è autoindulgenza. È la capacità di stare con noi stessi nel momento difficile della scelta senza giudicarci, senza attaccarci.
Perché se ci giudichiamo mentre cerchiamo di decidere — “sei una codarda se non agisci” oppure “sei un’incosciente se agisci” — aggiungiamo sofferenza alla sofferenza. E quella sofferenza aggiuntiva non ci aiuta a scegliere meglio. Ci paralizza ulteriormente.
La ricerca di Neff ha mostrato qualcosa di importante: le persone con maggiore self-compassion non sono più passive o meno motivate. Al contrario — hanno maggiore iniziativa personale nel fare i cambiamenti necessari nella propria vita. Puntano ugualmente in alto, ma non vengono devastate quando non raggiungono i loro obiettivi.
Perché? Perché sanno che, qualunque cosa accada, saranno capaci di trattarsi con gentilezza. E questo rende il rischio più sostenibile.
Cosa può fare la pratica
A questo punto potreste chiedervi: va bene, ho capito i meccanismi. Ma concretamente, cosa posso fare quando mi trovo paralizzata davanti a una scelta?
Lasciate che vi offra alcuni strumenti che vengono dalla pratica — non formule magiche, ma direzioni di lavoro che possono aiutare.
Primo: creare lo spazio.
Prima di tutto, resistete all’urgenza di decidere subito. L’ansia spesso ci spinge verso la fretta — vogliamo liberarci del disagio il prima possibile, in un modo o nell’altro.
Ma le decisioni importanti meritano spazio. Non procrastinazione infinita — quello è un altro modo di evitare. Ma spazio sufficiente per sentire, per ascoltare, per lasciare che emerga chiarezza.
La pratica della mindfulness è esattamente questo: l’arte di creare spazio. Tra uno stimolo e una risposta. Tra un pensiero e il successivo. Tra una paura e l’azione che ne consegue.
Jon Kabat-Zinn, il fondatore del programma MBSR, lo dice in modo bellissimo: “La mindfulness ti dà tempo. Il tempo ti dà scelte. Le scelte, fatte con saggezza, portano alla libertà.”
Secondo: portare l’attenzione al corpo.
Quando la mente gira a vuoto, il corpo può essere un’ancora.
Sedetevi. Chiudete gli occhi se vi aiuta. Fate tre respiri profondi, sentendo l’aria che entra e che esce.
E poi chiedete al vostro corpo: cosa senti rispetto a questa scelta?
Non cercate una risposta verbale. Cercate una sensazione. Un’apertura o una chiusura. Un sì o un no che non passa per le parole.
Nella mia esperienza — e lo dico dopo quarant’anni di pratica — il corpo spesso sa prima della mente. Non sempre, e non infallibilmente. Ma abbastanza spesso da meritare ascolto.
Terzo: cambiare la domanda.
Invece di chiedervi “me ne pentirò?”, provate a chiedervi: “Quale rimpianto posso accettare di portare con me?”
Perché qualunque strada sceglierete, lascerete qualcosa indietro. Non esiste la scelta perfetta che elimina ogni rimpianto. Esiste solo la scelta che possiamo abitare con maggiore integrità.
Un’altra domanda utile: “Tra cinque anni, quale versione di me potrò guardare con più rispetto?”
Non con più successo — il successo è imprevedibile. Ma con più rispetto. Quella che ha avuto il coraggio di tentare, o quella che è rimasta ferma per paura?
Quarto: attivare la self-compassion.
Questo è fondamentale, e spesso trascurato.
Nel momento della scelta difficile, trattatevi come trattereste un’amica cara che sta attraversando la stessa situazione. Cosa le direste? Probabilmente non “sei una codarda” o “sei un’incosciente”. Probabilmente qualcosa come: “Capisco che è difficile. Qualunque cosa tu scelga, sarò qui con te.”
Kristin Neff ha identificato tre componenti della self-compassion: la gentilezza verso sé stessi (invece dell’autocritica), il senso di comune umanità (sapere che la difficoltà delle scelte è universale, non un nostro difetto personale), e la mindfulness (la capacità di stare con le emozioni difficili senza esserne sopraffatti).
Quando riesco ad attivare queste tre componenti, qualcosa cambia nel modo in cui sto con l’incertezza. Non diventa piacevole — l‘incertezza non è mai piacevole. Ma diventa sostenibile.
E questo è tutto ciò che ci serve: non eliminare l’incertezza, ma imparare a sostenerla abbastanza a lungo da poter scegliere con saggezza.
Quinto: ricordare che sarete capaci di adattarvi.
Qualunque cosa scegliate, probabilmente starete meglio di quanto pensate.
Non perché le cose andranno necessariamente bene — non posso promettervi questo. Ma perché voi siete più resilienti di quanto credete. Avete attraversato difficoltà prima d’ora. Avete trovato risorse che non sapevate di avere. Avete imparato, cresciuto, vi siete adattate.
Lo farete di nuovo.
La ricerca lo conferma: sovrastimiamo sistematicamente quanto saremo infelici se le cose vanno male, e sottostimiamo la nostra capacità di ritrovare un equilibrio.
Questo non significa che dobbiamo essere incoscienti. Significa che possiamo fidarci un po’ di più di noi stesse.
La pratica del momento presente
C’è un ultimo paradosso che voglio esplorare con voi.
L’ansia delle scelte ci porta continuamente nel futuro — a simulare scenari, prevedere conseguenze, anticipare rimpianti. È un viaggio nel tempo che facciamo decine di volte al giorno.
Ma la decisione vera — quella che conta — avviene sempre nel presente.
È adesso che sento la paura. È adesso che posso respirare. È adesso che posso chiedermi cosa sento veramente, sotto il rumore dei pensieri.
Una ricerca pubblicata sulla rivista Psychological Science ha mostrato qualcosa di interessante: anche solo 15 minuti di meditazione mindfulness riducono significativamente il cosiddetto sunk cost bias — la tendenza a rimanere intrappolati in scelte passate solo perché ci abbiamo già investito tempo, energia, identità.
Come funziona? La mindfulness ci riporta al presente, diminuendo il focus sul passato e sul futuro. E quando siamo più presenti, siamo meno condizionati da ciò che abbiamo già investito e da ciò che temiamo di perdere.
In altre parole: la presenza è libertà.
Non libertà dall’incertezza — quella non esiste. Ma libertà *nell’*incertezza. La capacità di stare nel non sapere senza essere divorati dall’ansia.
Questo è ciò che la pratica offre, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro. Non una risposta alle nostre domande, ma un modo diverso di stare con le domande stesse.
L’ansia vorrebbe fermarvi al bivio, a studiare mappe che non esistono, a cercare garanzie che nessuno può darvi.
La mindfulness vi invita a fare un passo, e poi un altro, e poi un altro ancora — sapendo che non avete il controllo della destinazione, ma avete la presenza per camminare con consapevolezza.
La self-compassion vi ricorda che, qualunque sentiero prendiate, non camminate sole. Portate con voi la vostra stessa gentilezza, la vostra stessa comprensione. E quella compagnia è sufficiente per qualunque viaggio.
La prossima volta che vi troverete paralizzate davanti a una scelta, fermatevi. Respirate. Sentite i piedi sul pavimento, il peso del corpo sulla sedia.
E poi chiedetevi, con tutta la gentilezza di cui siete capaci: “Quale rimpianto posso accettare di portare con me? E quale versione di me voglio diventare?”
Non è una formula magica. Non eliminerà l’incertezza. Ma potrebbe aiutarvi a muovervi — un passo alla volta — verso la vita che sentite vostra.
Con grazia, grinta e gratitudine,
Nicoletta
© Nicoletta Cinotti 2026 Il programma di Mindful self-compassion online
Ascoltare la nostra voce segreta
Quando leggiamo qualcosa avviene un doppio processo: da una parte comprendiamo il significato di quello che stiamo leggendo e dall’altra parte abbiamo la possibilità di riconoscere la nostra voce.
È questo che rende certi libri indimenticabili, certe poesie scolpite nella nostra mente. È il fatto che danno sonorità alla nostra voce. Che con quelle parole, anche se scritte da qualcun altro, possiamo parlarci. E avere la meravigliosa sensazione che quello che accade intimamente dentro di noi abbia una sua esistenza più grande della nostra. È un’esperienza che facciamo tutti e che fa sì che ci sia un legame particolare con alcuni autori. È un’esperienza che si accompagna d una insolita sensazione di sollievo: il sollievo di sentirsi riconosciuti e compresi.
Nella pratica di mindfulness iniziamo tutti a meditare con la voce del nostro mindfulness teacher. Prima o poi la sua voce deve diventare la nostra voce. La sua voce svanisce ed è la nostra – sia che avvenga in senso letterale che metaforico – quella che ci parla e questo permette quel lavoro di esplorazione interiore profondo che si accompagna alla pratica. Il sollievo che proviamo nell’incontrare la nostra voce è anche il sollievo di poter trovare una guida verso il mondo interno. È il tenero sollievo della verità che dissipa la nebbia del dubbio. Dentro di noi possono esserci strade molto tortuose: trovare una voce che ci guida e riconoscerla come la nostra voce è un passaggio fondamentale verso la scoperta di noi stessi. È come se ascoltassimo di nuovo il mondo dal tepore dell’utero. Come se sentissimo il battito del cuore dall’interno anziché dall’esterno. In quel momento, indipendentemente di chi sia la voce che parla, diventa la nostra.
Alcuni dicono che quella è la voce della nostra anima e che non è mai solo nostra: è parte di una comune umanità. Io non lo so: so che quella voce la cerco dentro di me e cerco di farla parlare. E qualche volta canta.
La prossima volta che mediti, prova ad ascoltare: di chi è la voce che ti accompagna? Sta diventando la tua?
Ci sono tante voci
nelle nostre giornate,
sono tante e diverse,
vanno tutte ascoltate.
Sono le nostre voci
che dicono parole
l’una legata all’altra:
non sanno stare sole. Tratto da Le voci di Elio Pecora
Pratica di mindfulness: Cullare il cuore
© Nicoletta Cinotti 2026 Ansia: diventare amici dell’incertezza
